Da Il Foglio del 01/03/2006
Originale su http://www.ilfoglio.it/articolo.php?idoggetto=26922

Bush rinnova le energie, l’europa le spreca litigando

Così il presidente americano intende fare dell’atomo una fonte potabile per i verdi

Roma. L’Europa è messa ko dal nazionalismo francese, mentre gli Stati Uniti di George W. Bush guardano avanti. La sfida lanciata dal presidente – sconfiggere la dipendenza energetica – comincia ad acquistare i contorni ruvidi del progetto concreto. La parola d’ordine è diversificare. Cioè valorizzare carbone, rinnovabili e nucleare. Attualmente il consumo energetico primario americano verte su petrolio (40,2 per cento), gas naturale (23,1) e carbone (22,5). Il nucleare supera di poco l’8 per cento. Il resto è costituito da fonti rinnovabili (in particolare l’idroelettrico col 2,7 per cento e i biocombustibili col 2,8). Gli Usa possono contare su una produzione petrolifera domestica pari a 7,6 milioni di barili al giorno, contro un consumo di circa 20; le importazioni dai paesi Opec ammontano a 5,5 milioni di barile. E’ questa quota che Bush vuole eliminare.

Il primo pilastro della nuova strategia è il sole, che però oggi è in grado di soddisfare meno dello 0,1 per cento della domanda americana. Eppure nella campagna della Casa Bianca occupa un ruolo di primo piano, tanto da guadagnarsi ben 148 milioni di dollari sul budget 2007. Idem per l’eolico: pur contando appena lo 0,14 per cento dei consumi energetici primari (senza particolari aspettative di crescita secondo le proiezioni dell’Energy Information Administration) si aggiudica 44 milioni di dollari. Perché tanta attenzione alle fonti alternative? Difficile pensare a un colpo di fulmine, anche perché nell’amministrazione abbondano gli scettici. Semmai lo staff del presidente ha deciso di seguire la tattica del bastone e della carota. Il presidente pesca dal cilindro le fonti-simbolo del movimento ambientalista, sole e vento, per metterle fianco a fianco di carbone e nucleare, rendendole improvvisamente “environment friendly”.

Gli Usa possono contare su ingenti riserve di carbone, di cui sono esportatori. I consumi sono in crescita, soprattutto a causa dell’impennata dei prezzi di gas e petrolio. Il principale nemico del carbone sono i cambiamenti climatici e le lobby ambientaliste: per questo, Bush ha insistito sugli investimenti in ricerca sulle tecnologie di abbattimento degli inquinanti (offrendo 2 miliardi di dollari in dieci anni). Per quel che riguarda il nucleare, negli Usa nasce nel 1973 e muore appena quattro anni dopo, quando viene messa in cantiere l’ultima centrale. Oggi un quinto dell’energia elettrica americana viene generata per via atomica. Ciò nonostante, l’atomo sembrava destinato a sparire finché non si sono verificati due eventi: l’11 settembre e l’approssimarsi della fine del ciclo vitale delle centrali. Se gli attacchi terroristici hanno aperto gli occhi all’America sul problema della dipendenza, la chiusura degli impianti ha minacciato di aprire una voragine nel sistema energetico: come coprire la quota di consumi oggi soddisfatta dall’atomo? La risposta è, semplicemente, che non c’è risposta. Così l’amministrazione Bush ha scelto – prima per pragmatismo e poi con convinzione – di concedere una proroga ventennale, oltre a inaugurare il sito unico di stoccaggio delle scorie a Yucca Mountain nel Nevada.


RICICLARE LE SCORIE

La nuova stagione inizia così con la benedizione del presidente. Che, ancora una volta, cerca un modo politicamente corretto per dire cose politicamente scomode. Così il suo messaggio non è semplicemente: premiamo l’acceleratore sull’atomo. Semmai: ricicliamo le scorie nucleari, riprocessandole in maniera da non produrre plutonio (che potrebbe essere impiegato a scopi bellici). L’amministrazione ha già messo sul piatto 250 milioni di dollari per la ricerca. C’è di più: Bush ha in mente il lancio di accordi con altri paesi, anche in via di sviluppo, a patto che le scorie vengano riconsegnate agli Usa (condizione ideale, peraltro, per chi non nutra ambizioni militari). Se il progetto andrà avanti, il presidente otterrà tre obiettivi: limerà la dipendenza energetica, darà vita a una sorta di club di amici degli Usa (con l’impegno a tenersi alla larga da organizzazioni terroristiche) e spiazzerà i fondamentalisti del clima. Dice Italia Federici, presidente del Council of Republicans for Environmental Advocacy, un’organizzazione repubblicana per la difesa dell’ambiente: “lo sviluppo delle centrali nucleari negli Usa contribuirà a una seria riduzione delle emissioni a livello globale”.

I primi due paesi candidati da Bush a partecipare all’alleanza per il nucleare civile sono India e Pakistan: stanno sperimentando una rapida crescita economica e, dunque, un aumento della domanda energetica, a cui rispondono soprattutto attraverso l’importazione di idrocarburi. All’India, dove sta per recarsi, Bush lancia una sfida: “Per beneficiare di questa iniziativa, l’India deve portare il suo programma energetico civile sotto le stesse salvaguardie internazionali che governano i programmi nucleari in altri paesi... . Tenendo fede ai nostri impegni, porteremo il nucleare civile indiano nel mainstream internazionale, e rafforzeremo i legami tra le nostre due grandi nazioni”.

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