Da La Stampa del 22/03/2006
Originale su http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/200603articoli/339...

Riserva energetica, meta turistica, base spaziale: riparte la corsa allo sfruttamento del satellite

Luna quanto mi manchi

Schmitt, l’ultimo uomo che vi ha camminato, spiega in un saggio perché bisogna tornarci

di Piero Bianucci

Harrison H. Schmitt è stato l'ultimo uomo a camminare sulla Luna, nel dicembre 1972. Schmitt, geologo, è anche l'unico scienziato che sia sceso sul nostro satellite, gli altri undici Moon-man erano piloti militari trasformati in astronauti. E ora pensa che sia venuto il tempo di mandare lassù altri scienziati, ma anche ingegneri, tecnici e manager. È convinto che sia sulla Luna la soluzione dei problemi dell'umanità.

Il presidente Bush ha parlato più volte del ritorno alla Luna. L'ha fatto sempre nei momenti difficili, quando gli è parso che fosse necessario distrarre gli americani da fatti imbarazzanti. Lo stillicidio di morti in un Iraq. La crisi petrolifera. Il terrorismo non ancora sconfitto. Ecco allora il sogno di un nuovo Far West: colonie lunari entro il 215, un astroporto da cui spiccare il balzo verso Marte intorno al 2030. Schmitt lo ha preso sul serio, ma ha riempito il sogno con un progetto economico-industriale. Tornare sulla Luna, dice, può diventare un business e liberare l'umanità dalla sete di petrolio. Lassù c'è una miniera di elio-3, combustibile ideale per le centrali a fusione nucleare. Perché non andare a prenderlo?

Schmitt ha fatto i suoi calcoli e li ha riassunti in Return to the Moon, un libro che è anche una sfida al futuro, 330 pagine, editore Praxis/Springer, prefazione di Neil Armstrong, il primo uomo che abbia impresso le sue orme sulla Luna, nella memorabile notte tra il 19 2 il 20 luglio 1969. Return to the Moon non è solo un elenco di costi e ricavi. Valuta anche gli aspetti giuridici e i rischi umani, perché non è affatto pacifico che i trattati internazionali permettano lo sfruttamento economico della Luna ed è invece sicuro che lavorare a lungo lassù, esposti alle radiazioni cosmiche, comporta danni letali se non si prendono adeguate precauzioni.

Il geologo che nel 1972 viaggiò a bordo dell'Apollo 17 era un giovanotto dai neri capelli a spazzola. Aveva studiato al Caltech e ad Harvard, il mitico Eugene Shoemaker lo aveva iniziato alla neonata scienza dell'astrogeologia. Dopo il grande volo è stato senatore per sei anni e per venti ha fatto l'uomo d'affari, il professore all'Università del Wisconsin, il consulente di aziende spaziali. Oggi i capelli sono grigi, porta gli occhiali ed è pieno di nostalgia per quei tre giorni in trasferta sulla Luna, passati a scegliere campioni geologici e a scorrazzare con il fuoristrada tra il cratere Littrow e i monti Taurus. Ma lo sguardo punta al 2035, quando il suo piano potrebbe essere realizzato, e anche oltre, al 2050, quando la prima miniera extraterrestre dovrebbe diventare per l'umanità ciò che furono i pozzi petroliferi del Texas.

I combustibili fossili - ragiona Schmitt - causano l'effetto serra e prima o poi si esauriranno: abbiamo petrolio per 40 anni, gas per 60, carbone per 300. I reattori a fissione nucleare di quarta generazione potranno rallentarne il consumo e contenere l'effetto serra, ma niente di più. Verso il 2050 forse funzioneranno i primi reattori a fusione: macchine nelle quali, come avviene dentro le stelle, 4 nuclei di idrogeno si fondono per formare un nucleo di elio, liberando grandi quantità di energia. In Francia sta per partire la costruzione di ITER, un reattore a fusione sperimentale, che fonderà deuterio e trizio, i due isotopi pesanti dell'idrogeno. Ma sappiamo già che questa reazione comporta molte difficoltà: il reattore si sporca e si ferma, i neutroni danneggiano le pareti del reattore, l'intera macchina diventa radioattiva. Meglio sarebbe usare come combustibile l'elio-3. Non ci sarebbero neutroni a dar fastidio e si potrebbe generare direttamente elettricità con una resa del 70 per cento senza passare per una turbina. Peccato che questo isotopo leggero dell'elio sulla Terra non ci sia. Ma Schmitt sa che nei sassi lunari che ha riportato dal suo viaggio l'elio-3 è abbastanza abbondante: ce ne sono 20-30 parti per miliardo. Lo ha accumulato nel suolo della Luna, chiamato regolite, il vento solare in miliardi di anni. «Basta estrarre l'elio-3 da uno strato di tre metri di suolo lunare su una superficie di 2 chilometri quadrati per alimentare una grande città per un anno. Un quintale di elio-3 vale 140 milioni di dollari, ci sarebbe già convenienza a portarlo sulla Terra».

Utopia? In buona parte sì. I reattori a fusione di deuterio e trizio non li abbiamo ancora e c'è chi dubita che siano realizzabili. Farli funzionare a elio-3, inesistente sulla Terra, sembra una folle complicazione. Lo sa anche Schmitt. Ma senza utopie l'umanità si ferma. La conquista della Luna fu il risultato di varie circostanze favorevoli: capacità tecnologiche, lo stimolo alla competizione dato dalla guerra fredda con l'Unione Sovietica, l'orgoglio di un paese che voleva riscattarsi dall'umiliazione inflittagli da Mosca con il lancio dello Sputnik, il primo satellite artificiale, un presidente trascinatore come Kennedy, la grande idea di fare dello spazio il teatro della forza militare americana ma in un contesto scientifico e di pace. Oggi, ragiona Schmitt, molte di queste condizioni esistono ancora. Manca però la spinta della rivalità tra due superpotenze. Oggi nello spazio si va tutti insieme, Usa, Europa, Russia, Giappone, prossimamente anche India e Cina. La spinta dunque può venire dalle maggiori emergenze dell'umanità: quella energetica e quella ambientale.

C'è però ancora un problema. Etico e giuridico. E' giusto manomettere un altro mondo? Di chi è la Luna?

Qui non si tratta più di andare sul nostro satellite per esplorarlo. Si va per farci degli affari, si intacca un mondo vergine, necessariamente saranno implicate imprese private. Trattati internazionali hanno stabilito che l'Antartide è patrimonio dell'umanità: ci si sbarca addirittura senza passaporto, nessuno vi può speculare, c'è petrolio ma non si può estrarre. Anche gli oceani sono tutelati in modo simile. Per la Luna nel 1967 l'Outer Space Treaty stabilì che «nessun soggetto nazionale ne può rivendicare la sovranità con fini di sfruttamento o di occupazione». Sono poi venute tre edizioni dello US Commercial Space Act, nel 1997, 1998 e nel 2004, e le interpretazioni sono diventate più possibiliste. Nella sostanza però lo sfruttamento commerciale della Luna richiederebbe nuovi accordi internazionali. Difficilmente raggiungibili, visto che da mezzo secolo si litiga su un pezzetto di deserto tra israeliani e palestinesi.

«Sono sufficienti diecimila chilometri quadrati di superficie lunare - dice Schmitt - e naturalmente sarebbero escluse tutte le regioni di interesse scientifico o storico, dove sono scese le missioni Apollo e le sonde russe.» Basterà per strappare il consenso dei verdi e dei no-global?

Infine, la sicurezza. Per estrarre l'elio-3 occorre smuovere milioni di tonnellate di polveri finissime, inferiori al micron: la medicina del lavoro deve aggiornarsi e affrontare questioni di sanità extraterrestre. Ancora più serio è il rischio radioattività. Le norme stabiliscono in 0,36 rem per anno la dose di radioattività accettabile. Sulla Luna, senza lo scudo dell'atmosfera, si arriva a 7 rem se il Sole si mantiene tranquillo, 25-30 nel caso di tempeste solari violente. I minatori lunari dovranno abitare in colonie schermate, affrontare sbalzi di temperatura da 120 °C alla luce a -110 all'ombra, abituarsi a una gravità sei volte inferiore a quella terrestre, con danni al cuore e alla muscolatura, decalcificazione delle ossa, disturbi dell'equilibrio.

Schmitt non si scoraggia: «Solo l'uomo può davvero esplorare lo spazio, non i robot. Lassù è il nostro destino». A chi gli domandava perché avesse voluto andare sulla Luna, Armstrong rispondeva: «Perché qualcuno è andato sull'Everest? Semplicemente perché era lì».

Apollo 17, ultima missione lunare, partì da Cape Canaveral il 7 dicembre 1972. Nella capsula in cima al razzo Saturno 5 alto 111 metri c'erano il capitano Eugene Cernan, 40 anni, Ronald Evans, 39 anni, pilota del modulo di comando, e Harrison Schmitt, 37 anni, pilota del modulo lunare. Fu la missione dei primati: la più lunga permanenza nello spazio (12 giorni e 13 ore), la più lunga permanenza sulla Luna (3 giorni e 3 ore) con 22 ore di esplorazione, la più vasta ricognizione a bordo del fuoristrada, il maggior bottino di sassi lunari (110,2 chilogrammi).

Il rientro della capsula con l'equipaggio avvenne il 19 dicembre nell'oceano Pacifico, a poche miglia dalla portaerei Ticonderoga. Partendo dal nostro satellite, Cernan e Schmitt avevano deposto nel luogo dello sbarco, sulla sponda ovest del Mare della Serenità, una targa con la scritta: «Qui l'uomo completò la sua esplorazione della Luna nel dicembre 1972. Possa lo spirito della pace nel nome del quale qui giungemmo riflettersi sulla vita di tutti gli uomini».

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