Da La Repubblica del 29/07/2005

La Strategia del negoziato

di Guido Rampoldi

È GIÀ accaduto in passato che proclami dell´Ira suscitassero speranze formidabili, poi però puntualmente disattese. E anche stavolta nessuno ha la certezza che alle parole seguiranno i fatti: che cioè l´Irish Republican Army consegnerà gli arsenali. Ma adesso vi sono motivi per credere che l´addio alle armi annunciato dall´organizzazione sia davvero quel «punto di svolta nella storia dell´Irlanda del Nord» salutato, sia pure con cautela, perfino dal segretario generale dell´Onu, Kofi Annan. V´è innanzitutto la devastante crisi di credibilità dell´Ira, messa in risalto a gennaio dall´uccisione d´un cattolico, Robert McCartney, ammazzato a pugni e a calci in un pub di Belfast da militanti dell´organizzazione.

L´avevano ucciso per uno screzio banale, come teppisti ubriachi; e l´Ira aveva tentato di proteggere la propria "onorabilità" imponendo ai presenti una sorta di omertà mafiosa. Ma tutto questo ha finito per mostrare la faccia del terrorismo republican che molti cattolici preferivano non vedere perché somigliava maledettamente alla faccia del nemico, le bande "unioniste", la cui natura più autentica è quella di vere e proprie gang criminali. In secondo luogo da tempo non aveva più molto senso combattere per riunificare l´Ulster all´Irlanda, cioè per cancellare un confine che di fatto è stato disciolto dall´Unione europea: chi va in autostrada da Belfast e Dublino quasi non si accorge di attraversare una frontiera. Infine ricorrere al terrorismo nel tempo di al Qaeda non è una faccenda semplice. A mettere altre bombe si rischia d´essere assimilati a bin Laden e percepiti come coadiuvanti del saudita, un compagno di strada non proprio ideale per una formazione armata che teoricamente occhieggia tanto al marxismo quanto al cattolicesimo come carattere nazionale, "etnico". E dopo le bombe del 7 luglio chi volesse praticare ancora il terrorismo in Gran Bretagna non potrebbe riprendere ad ammazzare singoli soldati o poliziotti come nulla fosse, perché questo non farebbe più tanta impressione nell´opinione pubblica.

Ci vuole ben altro per accamparsi sulle prime pagine dei giornali, nel tempo di grandiose stragi e massacri di civili.

Per tutto questo, anche se l´annuncio dell´Ira risultasse un espediente tattico e le sue armi, il suo esplosivo, restassero sepolti in luoghi ben sicuri, adesso sappiamo quel che sanno anche i republicans: l´Ira ha perso.

Dopo 36 anni di guerra e 3600 morti, non resta che sciogliere i ranghi e tornarsene a casa. Non è facile per chi ha passato un largo tratto della propria vita a mimare la guerra contro la Gran Bretagna. Il terrorista non è un ruolo che si dismette dal giorno alla notte come un lavoro qualsiasi. È una cultura, un´epica, talvolta uno status sociale, e spesso uno stipendio: a tutto questo è arduo rinunciare. Senza contare, poi, quelli che stanno in carcere per i reati più gravi: come rassegnarsi ad aver impegnato la propria vita per un´idea in definitiva sbagliata, se non stupida? E per tutto questo è probabile che alcuni soldati dell´Ira non accetteranno di tornare alla vita "borghese", e daranno ancora filo da torcere alla polizia nordirlandese. Ma sono rischi inevitabili quando un esercito si sbanda dopo la sconfitta.

Tony Blair ha qualche motivo per sperare d´entrare nella storia britannica come colui che chiuse il conflitto nordirlandese. Sia pure aiutato dalla sorte, e aiutato parecchio, il premier britannico però ha fatto la scommessa giusta. Davanti ai secessionismi armati che macinano centinaia di vite umane ci sono due scuole di pensiero. La prima è la scuola etica. Dice: con il terrorismo non si tratta. Sarebbe come sputare sui morti. Come rinunciare a principi morali fondamentali, senza i quali non v´è una società degna di questo nome. Questa era appunto la linea della Thatcher. La retta via: che però, non riuscendo a vincere il terrorismo con la polizia, finì per scivolare verso metodi tipici del terrorismo di Stato. Cioè per fare a pezzi proprio quei principi morali in origine considerati irrinunciabili. V´è poi la scuola pragmatica, cui Blair appartiene. Sostiene che bisogna trovare un compromesso politico, costruire un processo negoziale, ingaggiare il nemico in un dialogo, e così costringerlo a farsi ragionevole, moderarne lo zelo rivoluzionario, dividerlo. C´è qualcosa di avvocatesco e di mediocre nella "soluzione pragmatica". Ma a quanto pare funziona.

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