Da La Repubblica del 13/01/2005

Rapporto 2005 del Worldwatch Institute: gran parte delle risorse investite contro il terrorismo e non contro le cause dell┤instabilitÓ

La povertÓ uccide pi¨ delle guerre

"Malattie, degrado e controllo del petrolio vero asse del male"

La sicurezza è ritenuta la prima emergenza del mondo. In calo le risorse disponibili
I mutamenti climatici allarmano: le persone colpite da calamità in 13 anni sono triplicate

di Antonio Cianciullo

ROMA - Il pianeta è sempre più a rischio. Non solo per i problemi ambientali che si stanno acuendo, dalla mancanza d´acqua all´inquinamento chimico, ma per la scelta di concentrare gran parte delle risorse nella lotta al terrorismo «che sta distogliendo l´attenzione del mondo dalle vere cause dell´instabilità», cioè dal «pericoloso circuito tra povertà, malattie infettive, degrado ambientale e crescente competizione per l´accesso al petrolio e ad altre risorse» che costituisce il «vero asse del male». E´ un atto d´accusa duro, puntato dritto verso la Casa Bianca, lo State of the World 2005, il rapporto annuale del Worldwatch Institute che in Italia verrà presentato a marzo per i tipi delle Edizioni Ambiente.

Come da tradizione, anche quest´anno il rapporto del più prestigioso istituto di ricerca ambientale degli Stati Uniti fa una rassegna a tutto campo. Ma mai come quest´anno dai vari capitoli emerge un filo conduttore forte che riporta i singoli problemi alla crescente mancanza di sicurezza a livello globale. Un giudizio che risulta confermato dal sondaggio Gallup citato nella ricerca. Su 43 mila persone intervistate in 51 paesi, quasi la metà si dichiara convinta che la prossima generazione sarà costretta a vivere in un pianeta più a rischio e solo il 25 per cento si dice ottimista. Due terzi dei 2.600 opinion leaders ascoltati condividono l´allarme.

Nonostante il formidabile incremento dei conflitti armati e la crescente minaccia del terrorismo, è lo stato di ordinaria povertà a produrre il numero maggiore di vittime. Nel 2000, ad esempio, le guerre hanno causato 300 mila morti: una cifra spaventosa, ma equivalente alla strage provocata in un solo mese dalla mancanza di accesso a fonti di acqua pulita e a servizi sanitari affidabili. Complessivamente le malattie infettive uccidono 14 volte più delle guerre.

Un dramma che potrebbe essere ridotto sensibilmente se i paesi ricchi onorassero gli impegni agli aiuti più volte ribaditi ma mai tradotti in pratica: gli investimenti militari crescono (hanno raggiunto un trilione di dollari l´anno), i finanziamenti per lo sviluppo sostenibile si allontanano dal traguardo dello 0,7 per cento del Pil (in Europa rappresentano lo 0,3 per cento, negli Usa lo 0,1). Eppure nei 60 paesi più poveri, con un investimento di 38 miliardi di dollari, pari «a una frazione di quanto speso dagli Stati Uniti nella lotta a Saddam Hussein», si salverebbe la vita di 8 milioni di persone l´anno.

La situazione è sempre più preoccupante perché molti tra gli indicatori ambientali segnalano un peggioramento. La diminuzione della disponibilità di risorse (dall´acqua al petrolio) ha provocato negli ultimi dieci anni cinque milioni di morti e 6 milioni di profughi: in almeno 12 delle ultime 50 guerre la causa scatenante è stata il controllo delle risorse.

Particolarmente drammatica è la pressione attorno alle riserve di petrolio che, secondo il Worldwatch Institute, sono arrivate a livelli critici: il greggio è sempre più raro e sempre più il «carburante delle rivalità geopolitiche, delle guerre civili e della violazione dei diritti umani». In 33 dei 48 paesi maggiori produttori di olio nero la produzione ha raggiunto il tetto o ha già iniziato a declinare.

Ma ancora più rapido è il declino degli ecosistemi minacciati dall´uso eccessivo di combustibili fossili, primo fra tutti l´atmosfera. I segnali di mutamento climatico si moltiplicano: «I quattro uragani che hanno devastato la Florida nel 2004 (fenomeno senza precedenti) e l´inaudito numero di tifoni che ha investito il Giappone hanno portato i meteorologi a considerare la possibilità che eventi climatici catastrofici possano presto diventare la norma, con conseguenze incalcolabili per l´umanità». Tra il 1990 e il 2003 il numero delle persone colpite da disastri «innaturali» è cresciuto di tre volte arrivando a toccare quota 250 milioni di perone.

A questo record ha contribuito il deperimento degli ecosistemi che fanno da barriera naturale ai disastri. «Anche la vicenda dello tsunami

ha dimostrato che la sicurezza delle popolazioni è legata al mantenimento degli ecosistemi naturali», ha commentato Gianfranco Bologna, responsabile scientifico del Wwf. «Dove le foreste costiere di mangrovie erano intatte l´onda anomala ha avuto un impatto notevolmente ridotto».

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