Da La Repubblica del 30/08/2004

Una difesa comune europea

di Andrea Manzella

Il 30 agosto di cinquant´anni fa, l´Assemblea Nazionale francese respingeva il progetto di Comunità europea per la difesa.

Dopo quello scacco, e dietro il "sipario di ferro", l´Europa si è completamente adagiata nelle braccia della NATO, istituzione che combinava i valori democratici dell´Occidente con la proiezione militare degli Stati Uniti sul terreno europeo: mediante una integrazione di ordinamenti militari e di sicurezza di straordinaria intensità giuridica e politica. Solo nel 1992, a Maastricht, è inclusa nei trattati europei la previsione di una autonoma politica di sicurezza comune dell´Unione.

Poco dopo, a Petersberg, c´è la definizione delle "missioni militari" che gli europei si attribuiscono: mantenimento della pace; gestione delle crisi; ristabilimento della pace; aiuti umanitari. Sono missioni che consentono anche a paesi neutrali per storia o ordinamenti - la Finlandia, l´Austria, la Svezia - di impiegare le loro forze armate. Si delinea perciò una concezione europea di impegni militari lontanissima dalle guerre convenzionali: e perfino, a giudizio di taluni, "imbelle". Solo ora si comincia a capire che a Petersberg è invece nata, senza essere proclamata, una dottrina militare singolarmente profetica sulle cose del mondo e sul ruolo degli europei in esse.

Sei anni dopo, il 4 dicembre 1998, nel vertice anglo-francese di Saint Malò si esprime la volontà di dotare l´Unione di una "capacità autonoma d´azione, appoggiata su forze militari credibili per far fronte a crisi internazionali". E´ la svolta che presto coinvolgerà la Germania. La dura lezione delle guerre balcaniche, e l´incapacità dell´Europa di arrestarle da sola, darà impulso al progetto. Prendono forma le tre componenti della politica di difesa europea: la dottrina, lo strumento militare - le istituzioni.

La dottrina. La "strategia europea di sicurezza" è approvata dal Consiglio europeo di Bruxelles del 2003, dopo essere stata elaborata da Javier Solana per la Commissione Prodi. La filosofia è ancora quella delle "missioni di Petersberg" (completate dalla lotta al terrorismo, con tutte le interdipendenze tra politica interna e politica esterna che questa missione comporta). Ma la percezione delle minacce è ora a dimensione mondiale. La proliferazione delle armi di distruzione di massa: con il rischio che gruppi terroristici si impadroniscano di quelle armi. I conflitti regionali (nessuno dei quali è lontano dell´Europa: "i problemi del Kashmir, delle regioni dei Grandi Laghi, della penisola coreana, e anche quelle del Caucaso del sud, hanno un impatto diretto e indiretto sugli interessi europei alla pari del Medio Oriente"). Il fallimento degli Stati e la criminalità organizzata che "nei casi estremi può spingere sino a dominare lo Stato". Insomma: "nell´era della mondializzazione le minacce lontane possono essere tanto preoccupanti quanto le più vicine". E la conclusione: "il nostro concetto di autodifesa riposava sulla minaccia di una invasione. Di fronte a queste nuove minacce è fuori dai confini europei che si situerà spesso la prima linea di difesa". Si aggiunge a questo però un concetto che farà la differenza con l´alleato americano " nessuna delle nuove minacce è puramente militare né può essere contrastata con mezzi puramente militari".

Lo strumento militare. Esso è ormai concepito come forza di proiezione esterna e non come forza di contrasto ad una invasione "impossibile". E´ presente però il dato di tragiche esperienze: "all´efficacia dell´intervento militare è seguito il caos civile". Perciò il "valore aggiunto" degli interventi militari europei sarà quello di avere una idea della ricostruzione degli ordinamenti civili prima che delle cose. Sul piano operativo, alla fine del 2003, era raggiunto e superato l´obiettivo di una forza di reazione rapida di 60 mila militari schierabili entro 60 giorni. Ma si è subito dopo avvertita la necessità di costituire, al più presto, gruppi di azione di 1.500 uomini, mobilitabili in 5 giorni. Un "catalogo delle capacità militari" definisce per ogni Stato l´apporto in uomini e mezzi terrestri, navali, aerei, di controllo a distanza.

Le istituzioni. Il concetto di "capacità militare" presto trasmigra dal terreno militare a quello istituzionale, nel progetto di Costituzione europea. Tutti sono uguali nell´Unione. Ma nella "cooperazione strutturata" per la sicurezza, qualcuno sarà più uguale degli altri. Ne faranno parte solo gli Stati "con più elevate capacità militari" che si impegneranno secondo uno speciale protocollo, a determinati apporti in uomini e mezzi e a raggiungere "obiettivi concordati" per il livello delle spese di investimento nella difesa.

Ad una Agenzia europea per gli armamenti (già costituita, a guida inglese) è affidato il compito della "valutazione regolare dei contributi dagli Stati partecipanti". Oltre che quello di provvedere "a rafforzare la base industriale e tecnologica del settore della difesa". Sulle valutazioni dell´Agenzia, il Consiglio dei ministri europeo potrà decidere la sospensione della partecipazione di uno Stato che " non soddisfa più i criteri o non può più assolvere gli impegni assunti" nell´ambito della cooperazione per la difesa. Se poi passerà una interpretazione "intelligente" del patto di stabilità, a questa Agenzia spetterà anche valutare la legittimità dello scorporo, ai fini degli equilibri finanziari di Maastricht, degli investimenti per la difesa.

Il punto più originale delle istituzioni della difesa (se non dell´intera costituzione europea) è però nel suo vertice: il ministro degli affari esteri dell´Unione. Vicepresidente della Commissione con il compito di assicurare la "coerenza dell´azione esterna dell´Unione", è anche "mandatario" del Consiglio dei capi di Stato e di governo per la "guida" della politica di sicurezza e di difesa. Uomo, dunque, di giuntura fra istituzioni "comunitarie" e istituzioni "intergovernative" esprime, nel campo più difficile, l´unità dell´ordinamento dell´Unione.

E´ dunque a questo punto il cammino per la difesa europea. C´è ancora moltissimo da fare in quantità, in qualità, in razionale distribuzione dei compiti: ma il tracciato è quello. Su questo tracciato il trio di punta anglo franco tedesco è andato avanti senza tentennamenti, anche quando è calata drammatica su di esso la divisione per l´Iraq.

Un percorso che è riuscito ad essere compatibile e complementare con funzioni e strutture dell´Alleanza atlantica. Più che nei complicati accordi di condominio con la Nato, l´intesa con gli americani è maturata sulle dure lezioni del terreno. Nei Balcani, in Iraq, ovunque, l´approccio europeo ai problemi della stabilizzazione - ricostruzione, il mix di aiuti civili e di presenza militare, ha mostrato la sua superiorità "politica". In fondo, quando Bush annuncia il massiccio ritiro di truppe dalla Germania e, perfino, dalla Corea si adegua alla linea degli europei. L´ora degli eserciti "territoriali" è tramontata. Contano solo le forze schierabili nelle aree di crisi.

E l´Italia? Entra, non entra tra i paesi "con elevate capacità militari" della cooperazione strutturata dalla difesa? Non vi sono certezze. Abbiamo quattro buone carte. La trasformazione del nostro esercito in esercito professionale dopo l´abolizione della leva (e il prezioso patrimonio di esperienze: 10.000 uomini e donne impiegati, a rotazione, nei punti caldi del mondo). La trasformazione dei carabinieri in "quarta" forza armata: che ha rivelato al mondo uno strumento perfetto per le esigenze civili - militari del nostro tempo. La portaerei Cavour appena varata, indispensabile supporto per la proiezione di forze armate nazionali ed europee. Il quarto grande gruppo industriale per la difesa (dopo inglesi, francesi, tedeschi): la Finmeccanica. Abbiamo però anche tre cattive carte. I deficitari stanziamenti per la difesa che si aggirano sull´1,06 per cento del Pil (contro l´1,12 della Germania, l´1,75 della Francia e il 2,27 della Gran Bretagna). L´erroneo rifiuto di partecipare alla costruzione dell´aereo europeo da trasporto A400M: concepito in stretta aderenza alle necessità di dispiegamento rapido delle forze dell´Unione. Il pesante dispendio in materiali e risorse finanziarie causato dal coinvolgimento nella terribile guerra - del - dopoguerra irakeno, di durata indefinibile e con i tragici effetti consequenziali: coinvolgimento deciso contro l´interesse nazionale italiano ed europeo. Insomma abbiamo difficoltà a non perdere di vista il gruppo di testa.

A 50 anni dalla fine della Ced, sono questi i dati oggettivi della politica di sicurezza e di difesa comune dell´Unione europea: "parte integrante" della sua politica estera come dice il nuovo trattato costituzionale. Per chi sta a questi dati, appare assai artificioso il rumore di fondo del dibattito pro-anti-America con i connessi "lateralismi".

La verità è più semplice. L´Unione cerca a poco a poco di costruire, senza rotture, la sua responsabilità planetaria. Convinta che il suo potere d´influenza, e anche di differenza, conta almeno quanto le forze militari di stabilizzazione che sta faticosamente organizzando. Ma anche convinta che nella percezione del resto del mondo, e nella sua stessa identità profonda, essa forma con gli Stati Uniti un insieme omogeneo, caratterizzato dai diritti e dalle garanzie della democrazia.

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