Da Corriere della Sera del 24/03/2004

La Polonia porta in Europa la sua diffidenza

Su Costituzione e Iraq si è scontrata con i Grandi dell’Unione. Ispirata anche dalle sventure del passato

di Sergio Romano

VARSAVIA - Nel grande archivio di storia patria in cui la Polonia ha depositato la memoria delle sue sventure vi è il libro con cui Jean Jacques Rousseau rispose nel 1771 alle sollecitazioni di un nobile polacco, il conte Wielhorski, che lo invitava a riflettere sulle riforme di cui si discuteva allora a Varsavia. Il Paese attraversava una grave crisi. Voleva modernizzare il proprio sistema politico e scrivere una nuova Costituzione, ma i suoi vicini (Russia, Austria e Prussia) preferivano la Polonia rissosa e impotente che venticinque anni dopo sarebbe scomparsa dalla carta geografica. La Russia, in particolare, era decisa a impedire qualsiasi riforma per meglio impadronirsi di una parte del territorio polacco prevalentemente abitata da popolazioni ucraine e bielorusse di confessione ortodossa. Non appena si costituì un partito riformatore (la Confederazione di Bar), le truppe dello zar attraversarono la frontiera. Fu l’inizio di una guerra che terminò nel 1772 con la prima spartizione polacca. Rousseau, nel frattempo, aveva disegnato in una settantina di pagine le grande linee di uno Stato moderno e terminato il saggio con alcuni suggerimenti. Non sarete mai liberi, scrisse ai polacchi, finché i russi saranno sul vostro territorio. E aggiunse che era meglio non fidarsi delle potenze europee: pensano ai loro interessi e mantengono gli impegni soltanto se ne hanno la convenienza. Vi è un solo sovrano, continuò Rousseau, su cui possiate fare affidamento. È il Sultano di Costantinopoli. Ha meno finezza dei re europei, ma si comporta con maggiore coerenza e buon senso. E rispetta gli impegni. Da allora la storia polacca ha oscillato come l’ago di un sismografo impazzito. La Polonia è scomparsa nel 1795. È parzialmente rinata come Granducato di Varsavia in epoca napoleonica. È divenuta un regno russo nel 1815. Ha riconquistato l’indipendenza nel 1918 e ha strappato ai russi buona parte delle terre perdute alla fine del Settecento. È stata nuovamente spartita nel 1939. È rinata nel 1945, ma è stata costretta a slittare sulla carta geografica verso occidente. E ha contribuito agli annali della storia d’Europa con un’impressionante sequenza di rivolte, insurrezioni, rivoluzioni o clamorose manifestazioni di dissenso contro i padroni stranieri e i loro agenti polacchi. Accadde nel 1830, nel 1863, nel 1956, nel 1976, nel 1981. La Polonia non poté adottare i suggerimenti costituzionali di Jean-Jacques Rousseau, ma non dimenticò mai un consiglio che il filosofo ginevrino aveva dato più tardi ai suoi cittadini: se vi inghiottono, fate almeno che non riescano a digerirvi.

Nessuno, oggi, vuole inghiottire la Polonia, ma il Paese continua a comportarsi come se Bruxelles, Parigi, Berlino (e forse, domani, Mosca) ne avessero l’intenzione. Sono arrivato a Varsavia dopo le elezioni spagnole e le dichiarazioni di José Luis Rodriguez Zapatero sulla nuova linea che il governo di Madrid avrebbe adottato per rilanciare il negoziato sulla Costituzione europea. Era chiaro ormai che il governo socialista di Leszek Miller aveva perduto un alleato e sarebbe stato costretto ad ammorbidire la linea con cui si era opposto nei mesi precedenti al sistema di voto proposto dalla Convenzione: una doppia maggioranza composta dal 51% degli Stati e dal 60% della popolazione. Ma nessuno dei miei interlocutori sembra pentito dell’intransigenza con cui la Polonia ha contribuito al fallimento della conferenza intergovernativa di Bruxelles nel dicembre dell’anno scorso.

Janusz Reiter, ambasciatore in Germania fino al 1995 e oggi presidente del Centro per la relazioni internazionali, mi spiega che i polacchi hanno la sensazione di essere trascurati, dimenticati. Se nel presidium della Convenzione (l’organo direttivo che propose il sistema della doppia maggioranza) vi fosse stato un rappresentante polacco, le cose, dice, sarebbero andate diversamente. Janusz Onyszkiewicz, portavoce di Solidarnosc all’epoca della legge marziale e due volte ministro della Difesa negli anni Novanta, mi chiede: «Era davvero necessario scegliere il sistema di maggioranza nel dicembre dell’anno scorso? Avremmo potuto mantenere la formula dei voti ponderati (quella che Spagna e Polonia avevano conquistato a Nizza nel dicembre del 2000, ndr ) sino al 2009 e decidere allora. Oppure sperimentare ciascuno dei due sistemi per qualche anno e confrontare i risultati». Reiter, dal canto suo, aggiunge che il problema non è soltanto politico-istituzionale. Vista da Varsavia, l’Unione sembra dominata dalle questioni che vennero discusse al vertice di Lisbona (educazione, ricerca, produttività, nuove tecnologie, crescita economica) e poco attenta al problema della solidarietà sociale. Gli agricoltori polacchi (circa due milioni e mezzo di persone) godranno solo gradualmente dei benefici della Pac (Politica agricola comune). E quasi tutti i Paesi dell’Ue, per qualche anno, continueranno a trattare i lavoratori polacchi come stranieri.

Sommati ai suggerimenti con cui Jean-Jacques Rousseau aveva concluso il suo breve libro, questi timori e queste frustrazioni hanno avuto una notevole influenza sui rapporti di Varsavia con l’America. Gli Stati Uniti sono oggi ciò che il Gran Turco fu per la Polonia minacciata e impotente alla fine del Settecento: un amico lontano, rozzo forse, ma coerente e fidato. Ce ne siamo accorti quando il governo polacco rinnovò la propria aeronautica militare con i Lockheed americani anziché con i Dassault francesi (i primi costavano meno, ma soltanto perché l’America garantì prezzi politici e inzuccherò l’affare con un pacchetto di agevolazioni finanziarie). E ne abbiamo avuto una conferma quando la Polonia, al momento della guerra irachena, mandò duecentocinquanta soldati a combattere con le forze americane e venne consacrata a Washington «potenza vincitrice». Oggi la Polonia governa una delle quattro zone militari del Paese e comanda una divisione composta da 2.500 polacchi, 1.300 spagnoli e 2.300 slovacchi, romeni e ucraini.

Avrebbe dovuto cedere il comando alla Spagna nei prossimi mesi, ma la nuova linea del governo Zapatero le permetterà di mantenere il controllo della zona e del contingente. E sembra decisa, nonostante le incertezze della situazione irachena e qualche malumore pacifista della pubblica opinione, a non modificare questa linea. Continuerà quindi a essere, come il generale de Gaulle disse della Gran Bretagna negli anni Sessanta, il «cavallo di Troia» degli Stati Uniti in Europa. Alcuni dei miei interlocutori, del resto, non esitano ad ammetterlo. Ma aggiungono che la Polonia ha ottime ragioni per ritenere che soltanto l’America possa garantire la sua sicurezza. Il ricordo dei due ladroni (Germania e Urss) che si spartirono il suo territorio nel 1939 e dello scarso aiuto che ebbe in quel momento dalle due democrazie europee (Francia e Gran Bretagna) continua a dominare gli incubi polacchi e a suggerirle confronti spesso anacronistici.

Non sono soltanto politiche, tuttavia, le ragioni per cui la Polonia è in Iraq. Fra le cause della sua presenza vi sono anche sentimenti e valori intangibili, ma qui particolarmente radicati: lealtà, spirito cavalleresco, coraggio, sentimento dell’onore, odio delle dittature. Dopo tante sventure nazionali la Polonia è fiera di essere ancora in campo e trae da questa esperienza, come dal ricordo di Montecassino dove le truppe del generale Anders combatterono valorosamente durante la Seconda guerra mondiale, una sorta di risarcimento morale per le molte umiliazioni subite. Non sarà facile purtroppo spiegarle che tra la battaglia di Montecassino e quelle che si combatteranno nei prossimi mesi in Iraq corre, anche moralmente, una grande differenza. E occorrerà convincerla pazientemente che l’Europa di Bruxelles è assai diversa che quella che la cancellò dalla carta geografica alla fine del Settecento. Non basta. Bisognerà tener conto della sua situazione sociale e di un sistema politico che rischia di renderla ancora una volta ingovernabile. Ma di questo parlerò in un prossimo articolo.

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