Da La Repubblica del 02/11/2005
Originale su http://www.repubblica.it/2005/k/sezioni/cronaca/confimafia/confimafia/...

La Rognoni-La Torre fu approvata nel 1982: da allora seimila edifici e giardini sono stati sequestrati ai criminali diventando parchi, alberghi e caserme

Terre, palazzi e ville l'Italia dei tesori confiscati

Ma ora Forza Italia vuole cambiare la norma voluta dopo l'omicidio del generale Dalla Chiesa

di Attilio Bolzoni

LA PASTA di Totò Riina si vende anche all'aeroporto di Punta Raisi, in bella vista nelle vetrine degli shop dei prodotti regionali. Capita che molti siciliani prima di partire ne comprino qualche chilo, un regalo per gli amici che stanno lontano. È fatta con il grano dei campi confiscati ai Corleonesi. C'è più gusto a mangiarla.

È profumato l'olio dei Brusca di San Giuseppe Jato, sono buoni i pomodori e le verdure coltivate negli orti che un tempo erano proprietà dei Geraci di Partinico, dei Capizzi di Monreale, dei Cannella di Prizzi.

Hanno portato via la cosa alla quale tenevano di più a quei mafiosi che chiamavano i "viddani", i contadini: hanno portato via la terra. Sembrava che l'avessero persa per sempre la "roba". E invece adesso i patrimoni dei boss potrebbero tornare nelle mani dei boss, magari attraverso prestanome, magari dentro società fantasma con sede legale dall'altra parte del mondo. C'è un disegno di legge che sta facendo sognare mezza Cupola all'ergastolo.

Fanno festa anche i camorristi. Brindano quelli della 'ndrangheta. E aspettano. Il disegno di legge l'ha presentato il deputato di Forza Italia Nicolò Ghedini, l'avvocato di tanti processi del premier Berlusconi. Punta alla modifica sostanziale della Rognoni-La Torre sul "riutilizzo dei beni mafiosi", prevede soprattutto la possibilità di revisione - senza limiti di tempo e su richiesta di chiunque sia titolare di un interesse giuridicamente riconosciuto - dei provvedimenti definitivi di confisca. In discussione alla Camera era il 17 ottobre, dopo l'omicidio del vicepresidente del parlamento della Calabria Francesco Fortugno e gli attacchi in aula di Marco Minniti l'hanno congelato. Il 15 novembre il disegno di legge sarà riproposto tale e quale.

Il carcere lo possono fare "con dignità" ma i soldi no, se gli tolgono quelli ai mafiosi tolgono tutto. Un euro sequestrato è peggio di un mese di galera, una loro casa che diventa scuola è un affronto per la vita. Erano quasi rassegnati a Palermo e a Napoli, a Reggio Calabria. E l'avevano messo nel conto - soprattutto dopo le stragi siciliane del 1992 - che una parte del loro fatturato se lo potesse in qualche modo riprendere lo Stato. Ma mai avrebbero potuto immaginare di perdere così tanto.

Per esempio a un costruttore palermitano amico degli amici cinque anni fa hanno sequestrato 64 palazzi in un colpo solo. I vani erano duemilacinquecento, i box centocinquantacinque. A un altro imprenditore di Brancaccio che si chiama Gianni Ienna gli hanno chiesto un giorno se il "San Paolo Palace" fosse suo, lui ha risposto di sì ma in quell'albergo non ci ha messo più piede. Nella suite alloggiavano i fratelli Graviano quando erano latitanti, dopo le bombe mafiose di Firenze e di Roma. Oggi è un hotel senza boss e i papà accompagnano la domenica mattina i figli per farli salire e scendere sull'avveniristico ascensore panoramico: da lì si vede da una parte il golfo di Mondello e dall'altra la punta di Aspra e anche Bagheria.

In questa capitale di mafia c'è il casolare dove Giovanni Brusca e quei suoi amici macellai tennero prigioniero il piccolo Giuseppe Di Matteo. La sua colpa era quella che il padre si era pentito con il procuratore Caselli, stava raccontando chi aveva ucciso Falcone. Lo lasciarono in quel casolare per più di diciotto mesi e poi lo squagliarono nell'acido. Il casolare confiscato è un giardino alla memoria.

Da quando in Italia c'è la legge sul sequestro dei beni i boss sono diventati un po' più poveri. Si chiama Rognoni-La Torre, porta il nome dell'allora ministro degli Interni (oggi è il vicepresidente del Csm) e del segretario del Pci siciliano ucciso il 30 aprile del 1982. Ma la legge fu votata soltanto qualche mese dopo, quando assassinarono anche il generale Carlo Alberto dalla Chiesa. In 23 anni i beni immobili confiscati in Italia sono stati 6566. In Sicilia 1081, in Calabria 617, in Campania 544, in Puglia 172. E quasi settecento sono state le aziende strappate alla gestione dei boss. I Virga di Trapani ne avevano una che vendeva calcestruzzo, ora è una cooperativa, la mandano avanti gli stessi dipendenti. E Vincenzo Virga non è più il padrone.

Come Raffaele Cutolo "U' prufessore" non è più il padrone della sua casa, il Castello dove abitava a Ottaviano. È la sede de Parco nazionale del Vesuvio. O come la villa che i parenti del capo della 'ndrangheta Giuseppe Morabito detto "Tiradritto" avevano a Siderno. È un commissariato di Pubblica sicurezza. Stimare in euro quanto esattamente lo Stato è riuscito fino ad ora a togliere alle mafie è impossibile. Possibile è al contrario spiegare i tempi per farli diventare più pezzenti. Sono lunghi, lunghissimi anche in Sicilia che è la regione dove più di altre le indagini patrimoniali hanno colpito. Nel 41 per cento dei casi per un sequestro di bene ci vogliono dai cinque ai dieci anni.

Nel 7 per cento dei casi, le confische definitive arrivano sempre dopo dieci anni. C'è un'eccezione: il patrimonio dell'ex sindaco Vito Ciancimino.
La prima vera inchiesta sull'origine delle sue ricchezze è datata novembre 2004, cioè quarantaquattro anni dopo da quando don Vito fu assessore ai lavori pubblici e protagonista del "sacco" di Palermo.

Sequestri e confische ne hanno fatti pochi o tanti ma dappertutto. Lavorano tanti ragazzi tra gli ulivi sequestrati ai Piromalli nella piana di Gioia Tauro. Hanno piantato abeti per il prossimo Natale a Cesana Torinese, dove c'erano terre di boss siciliani in trasferta. C'è un albergo per disabili anche a Cesenatico, l'hanno sfilato a quelli della banda della Magliana. Come la bella villa confiscata a Enrico Nicoletti a Roma: oggi è la "Casa del jazz". Si è fatta tanta fatica a confiscare ma se quel disegno di legge sarà approvato, il rischio è che torni tutti sempre a loro.

"Vogliono rendere precaria la confisca, vanificare in nome di un malinteso garantismo il lavoro di chi è impegnato nella difficilissima opera di individuazione e di riutilizzo sociale dei beni mafiosi", dice don Luigi Ciotti, fondatore del gruppo Abele e di Libera, una "confederazione" di mille e passa associazioni di volontariato e promozione sociale. In Sicilia stanno ribaltando una cultura. Una volta si diceva "che con l'antimafia non si mangia".

In questi anni hanno dimostrato il contrario. "Solo sul biologico abbiamo un fatturato di 600 mila euro", spiega Rosa Laplena di "Libera terra". Antonio Riolo racconta la straordinaria avventura di Auser Sicilia, associazione di volontariato legata alla Cgil per garantire servizi agli anziani. A lui è venuta l'idea di finanziarie un telefono verde vendendo la pasta di Totò Riina prodotta dalla cooperativa Placido Rizzotto. Dice: "Con questo gesto abbiamo unito legalità e solidarietà, abbiamo tradotto in comportamento e non in proclama la lotta alla mafia. Anche il governatore Cuffaro dice che la mafia fa schifo...". Così i siciliani hanno cominciato a comprare e mangiare la pasta di Totò Riina.

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