Da La Repubblica del 18/10/2005

Ribattezzato "Mustafa" da Fischer per aver sponsorizzato il sì ai negoziati con Ankara spiega: sarà preziosa per economia e rapporti con l'Islam

"La Ue ha bisogno della Turchia"

Il commissario all'allargamento Rehn: è il nostro ponte verso Oriente

di Riccardo Staglianò

ROMA - Joschka Fischer gli ha cucito addosso un nomignolo che voleva essere cattivo ma che lui sfoggia con assoluta nonchalance: "Mustafa" Olli Rehn. Dove il tipico nome arabo anteposto al vero starebbe a indicare la sua particolare predilezione per la causa turca (si chiamava così, tra gli altri, il padre della patria Ataturk). Ma il commissario all'allargamento dell'Unione europea - a 43 anni il più giovane di tutti i suoi colleghi - è un finlandese pacifico dotato di senso dell'umorismo e flemma perfezionati durante gli studi di economia a Oxford: «Uno pseudonimo nato durante l'accalorato dibattito che poi ha aperto la porta ai negoziati. E che non mi disturba affatto». Anche perché - spiega - in un tempo intossicato dai predicatori di "scontri di civiltà", portare la Turchia in Europa finirebbe con l'essere uno dei più efficaci antidoti, un "ponte" salvifico tra Oriente e Occidente.

E proprio sicuro di non essersi meritato l'ironia di Fischer?
«Sì. Perché io non sono il campione dell'ingresso di Ankara nella Ue, al più sono lo strenuo sostenitore dei negoziati con quel paese come con tutti gli altri che hanno le carte in regola per entrare: questo è il mio ruolo e sarebbe sorprendente il contrario. Il fatto è che i turchi hanno rispettato i loro impegni nelle riforme del loro paese e noi abbiamo rispettato i nostri dando il via al negoziato».

Eppure i critici sono numerosi, con argomenti ormai risaputi: 70 milioni di islamici in Europa, nuovi poveri di cui dovremo farci carico e così via.
«Ho trascorso parte delle vacanze estive tra Francia e Germania e conosco bene il "blues dell'allargamento", tranne poi aver scoperto che ce ne sono molti altri: il blues della disoccupazione, quello della globalizzazione e così via. Mi sembra quindi che in Europa, per cambiare musica, converrà innanzitutto concentrarci sulla crescita dell'economia e dei posti di lavoro, senza tentare la scorciatoia di fare della Turchia il capro espiatorio di tutti questi malesseri».

Le preoccupazioni sono profonde però: le reputa tutte irrealistiche?
«Nient'affatto: legittime perlopiù. Ma proprio per questo abbiamo previsto una quantità eccezionale di salvaguardie e di "freni di scorta" da tirare in qualsiasi momento se i negoziati dovessero prendere una china ripida, che non ci piace, ad esempio sul capitolo dei diritti umani. Il periodo di transizione sarà lungo, in ogni caso i cittadini turchi non potrebbero spostarsi liberamente per l'Europa prima del 2020 e, per allora, si tratterà di un paese che avrà fatto tanta strada in più nella nostra direzione».

Parla di economia o di religione? Perché una delle paure più diffuse è proprio la seconda...
«Sul versante economico i numeri parlano chiaro: la Turchia cresce con ritmi asiatici, l'anno scorso di oltre il 9 per cento (così come la Romania, altra candidata, è cresciuta di oltre l'8) e tutto fa credere che continuerà così. E il traguardo europeo costituisce un formidabile stimolo a questa già sostenuta accelerazione. Ma anche su quello geopolitico l'incentivo non è da meno: sia la parte kemalista della società turca (pubblica amministrazione ed esercito) che la vasta fetta dell'islam moderato, entrambe favorevoli all'ingresso, si rafforzeranno rendendo il paese ancora più stabile e democratico. E vale anche un altro argomento, non meno importante. Guardate con quale entusiasmo le opinioni pubbliche e i media nei paesi islamici hanno accolto la notizia del via ai negoziati. Si è data la prova che la nuova Europa non è solo un club cristiano, la Turchia si trova ad essere un ponte tra civiltà, così cruciale in un momento in cui troppo spesso si invoca lo scontro. Ma provate a immaginarvi cosa sarebbe successo se invece si fosse deciso per chiudere loro la porta in faccia...».

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