Da Il Messaggero del 31/01/2005

Ma i sunniti mancano all’appello

di Marcella Emiliani

ELEZIONI-miracolo quelle di ieri in Iraq. Sono state infatti le elezioni del “nonostante tutto”: nonostante gli attacchi di ben 9 kamikaze ai seggi , nonostante i 50 morti e il centinaio di feriti, nonostante gli attacchi di artiglieria, nonostante il rapimento di 30 scrutatori, nonostante il ricatto costante del terrorismo, ben il 60% degli elettori si è recato alle urne. Nel clima reso surreale dalle misure di sicurezza, un paese martoriato dalla violenza ha mostrato al mondo con testardaggine e coraggio di voler tornare alla normalità e di voler essere soprattutto arbitro delle proprie sorti. E gli osservatori internazionali non hanno avuto remore a dichiarare che si è trattato di elezioni libere e corrette. Già questo, di per sé, è un grande risultato politico visto che gli iracheni di elezioni libere non ne hanno mai viste con Saddam, ma neanche prima con la monarchia o il mandato britannico. Da Washington il presidente Bush si è giustamente congratulato ed ha interpretato il voto come una vittoria sul terrorismo ed espressione della volontà di pace degli iracheni.

Purtroppo però le sole elezioni non bastano a riportare la pace. Anche se conferiscono una legittimità indiscutibile a tutti gli eletti all'Assemblea costituente che andrà a formarsi ed anche se la medesima Assemblea fin d'ora si presenta come uno schiaffo in faccia ad al-Zarqawi o ai burattinai del terrorismo sunnita, l'Iraq rimane un paese sull'orlo di una guerra civile. Per evitarla, molto dipenderà dalla composizione del nuovo governo e dalla direzione che prenderà il dibattito politico all'interno della Costituente. Il primo passo infatti è quello di isolare la guerriglia sunnita dal terrorismo di marca islamista sponsorizzato da al-Qaeda. Perché questo succeda i sunniti devono essere equamente rappresentati nel nuovo esecutivo, indipendentemente dal loro afflusso alle urne di ieri, e nell'ambito della nuova Costituzione devono ricevere precise garanzie sulla tutela dei diritti delle minoranze.

Detto in altre parole, fin dai primi passi il nuovo Iraq deve mandare un messaggio inequivocabile nella direzione della riconciliazione nazionale. Certo, anni di dittatura creano odi inveterati e anche ansia di vendetta, ma quella voglia di votare, di esserci, di andar oltre, dimostrata ieri, deve diventare capacità di convivenza pacifica all'interno di uno Stato unitario, quale l'Iraq è sempre stato, o all'interno di una federazione, come da molti viene auspicato. I sunniti peraltro, proprio perché sono sempre stati i padroni della politica del paese, sono un patrimonio professionale e culturale che il nuovo Iraq non può permettersi di perdere. Detto questo, sulle sorti della neonata democrazia irachena (che sarà pure disastrata, ma sempre democrazia è) pesano altre incognite. Innanzitutto la natura, secolare o religiosa, del nuovo governo e del futuro Stato. La minaccia in questo caso è rappresentata dalla maggioranza sciita che, assieme ad una voglia di riscatto storico, non fa mistero di voler rendere l'Islam centrale alla nuova politica. Questo non significa automaticamente instaurare in Iraq una teocrazia in stile iraniano, ma il problema esiste nonostante il Grande ayatollah al-Sistani fino ad oggi non abbia mai caldeggiato la “imitatio Iran”. Uno Stato teocratico metterebbe gli sciiti in rotta di collisione tanto coi curdi quanto con i sunniti, senza contare che rafforzerebbe oltre i limiti graditi in Occidente l'influenza di Teheran nella regione.

Un grosso peso sull'Iraq che verrà, infatti, lo avranno le reazioni che gli Stati mediorientali e la comunità internazionale manifesteranno nei confronti dell'evolversi della situazione a Bagdad. Detto brutalmente, le dittature dell'area dovranno fare i conti con la nuova realtà irachena e, preoccupate per la propria stabilità, potrebbero avere tutto l'interesse a giocare sporco nei confronti dell'Iraq. Per questo la comunità del pianeta, Europa in testa, deve trovare il modo di rientrare nella partita, aiutando gli anglo-americani ad uscire dal pantano e proponendosi positivamente come partner della ricostruzione in un rinnovato quadro di legalità internazionale.

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