Da Corriere della Sera del 14/01/2005

La br Banelli a processo: spero di liberarmi dall’odio

di Giovanni Bianconi

ROMA - Nel chiuso di una cella, a 41 anni compiuti, l’ex-brigatista Cinzia Banelli aspetta il verdetto sul suo passato da terrorista, sul suo presente da «pentita», sul suo futuro di persona che spera di tornare alla vita. Oggi, davanti al giudice dell’udienza preliminare di Roma, ci sarà la prima tappa del rito abbreviato, anche se probabilmente si concluderà con un rinvio alla fine del mese. L’obiettivo è quello di avere una sentenza in tempi brevi e di guardare quanto prima alla possibilità di una esistenza diversa, senza l’ergastolo che rischiava prima della decisione di collaborare coi magistrati, insieme al figlio Filippo nato in carcere dieci mesi fa. Nell’attesa, e alla vigilia del processo, l’ex brigatista che ha partecipato materialmente agli omicidi di Massimo D’Antona e Marco Biagi - uccisi sotto le loro abitazioni tra il ’99 e il 2002 - fa uscire dal carcere la propria voce per dire: «Non cerco compassione né commiserazione, mi auguro di non essere inseguita dall’odio. Per il resto, il peso di tutto resterà per sempre sulla mia coscienza».

Nei verbali di interrogatorio di questi mesi - pochi, al contrario di quanto ci si sarebbe potuto aspettare - non ci sono tracce consistenti delle ragioni che hanno spinto la donna ad abbandonare le Brigare Rosse, tradire i suoi compagni di lotta armata e collaborare con gli inquirenti. Attraverso alcune frasi affidate all’avvocato Grazia Volo, che l’assiste dal giorno del «pentimento», Cinzia Banelli spiega: «Mi sono allontanata per sempre dalla lotta armata e ho cercato di riaffermare i valori della vita e degli affetti. E per fortuna ho avuto un figlio. So che cosa vuol dire privare un figlio del padre, non ci sono parole per definire questa disperazione. Nei verbali delle dichiarazioni che ho reso non ve n’è cenno, ho avuto un approccio pragmatico al mio pentimento, alla collaborazione per la risoluzione del problema principale: l’eliminazione dell’organizzazione. D’altronde la sede giudiziaria non consentiva un diverso atteggiamento. La retorica non conta e in questo sono stata anche consigliata dal mio difensore».

Anche negli interrogatori fatti davanti agli altri difensori e alle parti civili che rappresentano le vittime delle nuove Br (oltre a D’Antona e Biagi, c’è il sovrintendente di polizia Emanuele Petri, ucciso nel conflitto a fuoco in cui morì il brigatista Mario Galesi) sono pochissimi gli accenni alla crisi che ha portato alla collaborazione e ora la Banelli sintetizza: «Dopo l’omicidio D’Antona ho avuto una fase di riflessione e di ripensamento; il rapporto con la violenza mi aveva profondamente turbato. Non ho avuto la forza di troncare e sono tornata a occuparmi di politica nelle Br sino all’ideazione e commissione dell’omicidio Biagi». Era il marzo 2002. Come aveva già fatto tre anni prima, la brigatista dal nome di battaglia «Sonia» era sul luogo del delitto col ruolo di "staffetta". Da allora, sostiene, è cominciato il percorso che l’ha portata a uscire dalle Br.

«Non ci sono parole - dice la Banelli - e non ne ho trovate, per esprimere quello che ho provato dopo quell’omicidio. E’ da quel momento che inizia la crisi della mia militanza politica, che culminerà nel mio definitivo abbandono». Prima dell’arresto, ottobre 2003, c’è il tempo per la partecipazione a una rapina fallita e per disertarne una andata a segno, provocando l’ira e il «processo» dei compagni brigatisti nei suoi confronti. Poi arrivò la sparatoria sul treno, la scelta di mettere al mondo un figlio, l’arresto a ottobre 2003, il «pentimento» di sei mesi fa, le confessioni prima reticenti e dopo più aderenti almeno a quanto già accertato dalle indagini. Sull’omicidio del professor D’Antona, 20 maggio ’99, per cui oggi comincia il processo e al quale ha collaborato controllando uno degli incroci attraversati dalla vittima, ha dichiarato al giudice: «Non ho posto alcuna obiezione. Io sono stata uno dei militanti che ha scelto di passare all’iniziativa strategica disarticolante» cioè l’assassinio del consigliere giuridico del ministro del Lavoro, Bassolino.

A dicembre il giudice ha respinto la richiesta di arresti domiciliari della Banelli, nonostante il parere favorevole dell’accusa. E alla commissione del Viminale è ancora pendente la domanda per ottenere il programma di protezione. Chi deve decidere ha chiesto ai magistrati maggiori dettagli sulla sua collaborazione; mancano ancora quelli della Procura di Bologna.

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