Da La Repubblica del 20/07/2004

Le ragioni dello scontro

di Paolo Garimberti

LO SCONTRO al calor bianco tra Jacques Chirac e Ariel Sharon rischia di avere due risultati, entrambi esiziali per l´Unione europea e per la crisi mediorientale. Il primo è di minare alle radici il ruolo, già piuttosto marginale e contrastato in Israele, che l´Europa può svolgere nel conflitto israelo-palestinese. Anche se le reazioni delle comunità ebraiche francesi all´appello di Sharon sono state molto critiche, non c´è dubbio che la risposta di Chirac finirà per aumentare in Israele il pregiudizio sfavorevole già così radicato e forte nei confronti dell´Europa.

Che è accusata da sempre di essere filopalestinese e soprattutto filo-Arafat proprio nelle sue espressioni ufficiali, cioè i responsabili della politica estera a livello di Commissione. Tenuto conto della statura della Francia nell´Unione e dell´influenza che il presidente francese ha, o comunque pretende di esercitare, nelle linee-guida della politica internazionale della Ue, è difficile che l´irritazione israeliana verso Chirac non finisca per riverberarsi sull´intera Unione.

Il secondo risultato prevedibile è che si allarghi nuovamente quel fossato tra Francia e Usa, che le celebrazioni del D-Day e l´approvazione della risoluzione dell´Onu sull´Iraq avevano in parte colmato e comunque in buona misura fatto dimenticare, almeno temporaneamente. Bush ha dimostrato a più riprese che, specie in questo anno elettorale, sta sempre e comunque dalla parte di Sharon. E lo "sgarbo" di Chirac all´alleato finirà per essere percepito dalla Casa Bianca come un´offesa all´America e comunque come un altro segnale dell´arroganza e dell´inaffidabilità francesi. Con l´inevitabile corollario di una riapertura di quella divisione, mai del tutto sanata, soltanto sopita, tra Europa "vecchia" - filopalestinese e antiamericana - e "nuova", filoamericana e di conseguenza filoisraeliana.

La tensione che è esplosa in questi due giorni, con il botta e risposta secco come una frustata tra Gerusalemme e Parigi, ha comunque un retroterra profondo. Che non dipende soltanto dal problema dell´antisemitismo in Francia, dove la più grande comunità ebraica d´Europa (575mila persone) è sempre più accerchiata da 6 milioni di immigrati musulmani: e tuttavia il dato della matematica e le preoccupazioni più volte espresse dalle stesse autorità francesi, oltre che da molti intellettuali, non giustificano la pesante interferenza di Sharon negli "affari interni di un altro paese", come si soleva dire nel linguaggio delle cancellerie d´altri tempi. E non essendo Chirac aduso a porgere l´altra guancia la sua reazione, per quanto durissima fino ad apparire sproporzionata, era prevedibile. Ma c´è anche un retroterra di strategia politico-diplomatica, che riguarda proprio uno dei temi caldissimi del conflitto israelopalestinese: il ritiro da Gaza annunciato da Sharon.

E qui, nuovamente, viene fuori la differenza tra Stati Uniti e Unione europea, nella quale la Francia gioca un ruolo di primo piano. Per gli americani lo slogan "Gaza First" significa realmente cominciamo da Gaza per continuare poi in Cisgiordania. Per gli europei, e soprattutto per i francesi, "Gaza First" potrebbe nascondere l´opzione "Gaza Only": cioè, il ritiro da Gaza è soltanto una cortina fumogena, un espediente per consolidare il controllo del governo di Gerusalemme sulla Cisgiordania. Insomma, gli americani, o comunque Bush, credono ciecamente in Sharon e si fidano delle sue promesse. Gli europei ci credono un po´ meno, la Francia meno di tutti. E questo scetticismo, mai dissimulato, è un´altra miccia che ha fatto esplodere la bomba di questi due giorni.

Ora è evidente che la crisi franco-israeliana può avere l´effetto di un doppio cazzotto al mento dell´Unione europea proprio in un momento in cui la Ue potrebbe finalmente avere un ruolo reale, e non solo di facciata, nel conflitto israelo-palestinese. La profonda crisi in cui è precipitata l´Autorità palestinese a Gaza, dopo l´ennesimo gesto di malgoverno e di nepotismo compiuto da Arafat, con la nomina poi ritirata del proprio cugino a capo della sicurezza generale, apre alla Ue delle prospettive d´intervento politico mediatorio come forse non ci sono mai state in passato. Per la semplice ragione che, come ha detto ieri un esperto europeo di questioni mediorientali, «a Gaza gli Stati Uniti non ci sono, ma l´Europa sì». E, occorre aggiungere, non solo non ci sono gli Usa, ma rischiano di non esserci neppure le Nazioni Unite. Perché il messo di Kofi Annan, Terje Roed-Larsen, ha fatto infuriare i palestinesi per un rapporto inviato al Consiglio di sicurezza la settimana scorsa nel quale si diceva che l´Autorità palestinese è ormai collassata e non solo per colpa di Israele, ma soprattutto per colpa di se stessa.

Roed-Larsen ha detto la verità, cioè quello che tutti stanno constatando: Gaza è sull´orlo della guerra civile e Arafat è l´uomo meno indicato per evitarla se perfino le Brigate Al Aqsa non credono più alle sue parole e non si fidano delle sue mosse. Con un primo ministro dimissionario, con il quale non riesce neppure più a dialogare, con la lotta aperta tra polizia e servizi di sicurezza, con un milione e 300mila persone a livello di povertà siderale, con un degrado ambientale spaventoso, Arafat non è più soltanto prigioniero di Israele, è prigioniero di se stesso. E il rischio paradossale è che Sharon non possa mandare avanti il ritiro da Gaza perché potrebbe non esserci un governo locale al quale consegnarla. Ecco perché l´Europa oggi potrebbe essere un attore e non solo uno spettatore. Ma lo scontro tra Chirac e Sharon rischia di buttarla nuovamente fuori dal palcoscenico.

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