Da La Repubblica del 29/05/2004

Parla la ex responsabile di Abu Ghraib: "Sono sparite le foto ufficiali scattate nel carcere"

"Torture, altro che mele marce" la Karpinski accusa il Pentagono

di Arturo Zampaglione

NEW YORK - «Fate bene, voi italiani, a non credere alla tesi delle "poche mele marce" ripetuta da Bush e Rumsfeld. È assurdo pensare che un pugno di soldati semplici si sia macchiato degli orrori del carcere di Abu Ghraib senza ordini o incoraggiamenti dall´alto. Perché mai si sarebbero presi tanti rischi?». A respingere la versione ufficiale sulle torture, puntando invece il dito contro l´intelligence militare, i vertici del Pentagono, il generale Sanchez e la "guantanamizzazione" dell´Iraq, è Janis Karpinski, il generale di brigata sospeso dal comando per lo scandalo di Abu Ghraib. Repubblica l´ha incontrata a New York.

A vederla di persona, a stringerle la mano, la Karpinski non assomiglia al "mostro-dagli-occhi-di-ghiaccio" descritto da qualche tabloid. Certo, ha aspetti eccentrici: vive nel New Jersey con un pappagallo africano cui ha insegnato a contare fino a dieci sia in tedesco che in arabo. E alcune sue rigidità sono forse tipiche di una donna che è riuscita a farsi strada nel maschilismo delle Forze armate, fino a diventare generale: una delle sette donne del Pentagono a raggiungere il massimo grado e la prima a essere assegnata a una zona di guerra.

Generale, il Pentagono le attribuisce molte responsabilità per lo scandalo di Abu Ghraib, visto che lei comandava la polizia militare nelle carceri irachene. Come risponde alle accuse?
«Il governo cerca un capro espiatorio. E io sembro fatta a pennello: sono una donna, un generale scomodo, faccio parte della riserva. D´altra parte, non sono disposta a immolarmi, non fosse altro per evitare che altre donne facciano la mia stessa fine. Darò quindi battaglia, denunciando le discriminazioni nei miei confronti e le responsabilità a livello più alto».

Si spieghi meglio.
«Nel carcere di Abu Ghraib fu chiesto alla polizia militare di affiancare e aiutare l´intelligence militare che conduceva gli interrogatori. Polizia e intelligence rappresentano due filoni diversi nell´organigramma del Pentagono. Io non ero al corrente dei metodi e dei risultati degli interrogatori, nessuno mi informò degli abusi, che non avrei certo permesso. Altri, però, sapevano che cosa accedeva... ».

Quando ha visto per la prima volta le foto? E quale è stata la sua reazione?
«Il 23 gennaio e ne sono rimasta disgustata. Con lo stomaco sottosopra. D´altra parte erano solo foto-souvenir: la mia teoria, infatti, è che ci fossero due tipi di foto. Le più importanti erano quelle scattate dall´intelligence per ammorbidire i detenuti con il ricatto della vergogna e convincerli a parlare. Per queste foto chiesero l´aiuto della polizia militare. E i giovani soldati, per immortalare fatti così strani e sconvolgenti di cui erano protagonisti, presero altre immagini al volo, con macchine usa-e-getta. Le foto "ufficiali" sono misteriosamente scomparse, quelle souvenir sono finite sulle prime pagine dei giornali».

I suoi soldati di Abu Ghraib sono stati accusati di sadismo.
«Non voglio essere fraintesa: quello che è successo è grave, terribile, un´offesa alla cultura e alla religione dell´Iraq dove avremmo invece dovuto mostrare il volto di una America diversa. D´altra parte nelle foto non ho visto né sangue né ossa rotte. E forse è eccessivo parlare di sadismo».

Anche nel caso della Lynndie England, la soldatessa che teneva il detenuto al guinzaglio?
«Alla England, che lavorava come impiegato amministrativo, chiesero di posare per la foto perché, con una donna, l´immagine sarebbe risultata più umiliante».

Torniamo alle responsabilità. Nel rapporto del generale Taguba la si accusa di non avere insistito sulla convenzione di Ginevra.
«L´addestramento fu guidato dal mio predecessore, io arrivai in Iraq solo il 29 giugno dell´anno scorso... Tutte queste sono scuse, pretesti. La realtà è che ad Abu Ghraib furono sperimentate, senza autorizzazione, tecniche di interrogatorio brutali e offensive, specie per i musulmani. Vuole sapere che cosa propose il generale Miller quando arrivò da Guantanamo a Bagdad?».

Che cosa?
«Di "guantanamizzare", - sì, usò proprio questa parola - i detenuti iracheni. L´intelligence militare prese il controllo di un´ala intera di Abu Ghraib, poi diventata l´epicentro degli abusi e del sovraffollamento. Nella prigione c´erano 6mila detenuti, mentre noi della polizia militare eravamo solo in 300».

Generale, che cosa insegna lo scandalo di Abu Gharib?
«Primo, che siamo arrivati in Iraq preparati per la guerra ma non per il dopo-guerra. Secondo, che non è tollerabile l´uso di consulenti esterni per gli interrogatori. Terzo, che la guerra è sempre una cosa terribile: ma queste cose non dovrebbero mai succedere».

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