Da Corriere della Sera del 19/05/2004

Brahimi chiede agli Usa i mezzi per agire

Powell illustrò a Bush il rapporto della Croce Rossa sulle torture già in febbraio

di Ennio Caretto

WASHINGTON - Alla vigilia della presentazione del suo rapporto al Palazzo di Vetro a New York, l'inviato a Bagdad Lakhdar Brahimi ammonisce che l'Onu avrà in Iraq un ruolo limitato: «Basta parlare di ruolo vitale - dice -. E’ più che sufficiente parlare di ruolo. La coalizione dovrà definirlo e darci gli strumenti per svolgerlo. Non vi sarò coinvolto personalmente». Brahimi precisa la propria posizione alle esequie di Izzadine Salim, il presidente di turno del Consiglio governativo iracheno assassinato due giorni fa, un uomo dedito all’unificazione e alla pacificazione dell'Iraq». E' una velata critica al presidente Bush e al premier britannico Tony Blair, che sembrano volere addossare all'Onu la responsabilità del dopo 30 giugno, ma senza una effettiva delega politica e militare.

La critica coincide con una inattesa polemica su quando Bush fu informato delle torture inflitte ai detenuti iracheni. Il sottosegretario di Stato, Richard Armitage, durante un’audizione davanti al Senato Usa, dichiara che Powell, il suo superiore, «discusse coi colleghi e il presidente le accuse di abusi» a gennaio o febbraio, subito dopo che ne venne a conoscenza. E' la conferma di quanto riferito dal vice capo di stato maggiore il generale Peter Pace la settimana scorsa, che Bush fu avvertito dell'inchiesta del Pentagono a febbraio, senza dettagli. S'ignora quale fu la reazione del presidente.

La protesta di Brahimi scaturisce dalle difficoltà che sta incontrando nel varo del nuovo governo iracheno, dall’ instabilità dell'Iraq, e dalla mancanza di una strategia di disimpegno da parte anglo-americana. L'inviato dell'Onu vorrebbe un governo di tecnocrati, ma è ostacolato da vari membri dell'attuale consiglio governativo, a incominciare da Ahmed Chalabi, l'uomo del Pentagono, a cui peraltro il governatore Usa Paul Bremer ha tolto la fiducia nonché i finanziamenti di 335 mila dollari al mese. Ed è allarmato dai problemi della sicurezza, a cui Bush e Blair vogliono sopperire in questo modo: il primo mandando 4 mila soldati di stanza nella Corea del Sud e prolungando la permanenza di quanti sono già in Iraq, il secondo inviando rinforzi per altri 3 mila uomini.

Per prevenire un'impasse politica, il re di Giordania Abdallah propone che la coalizione affidi l'Iraq a un uomo forte «che riesca a tenerlo insieme per un anno». In un’intervista al New York Times il sovrano caldeggia «un generale, un eroe della guerra con l'Iran degli Anni ’80, un personaggio che sia popolare». La proposta nasconde il timore che dopo il 30 giugno in Iraq scoppi la guerra civile. Un timore espresso anche dalla Commissione Esteri del Senato a Washington che interroga il sottosegretario alla Difesa, Paul Wolfowitz. La Commissione vuole sapere se le truppe dovranno restare in Iraq a tutto il 2005. «Non so - risponde Wolfowitz tra le critiche -. So solo che il prossimo anno e mezzo sarà decisivo».

E' un quadro inquietante, la conferma che la svolta del 30 giugno rischia di essere più formale che sostanziale, a meno che i negoziati sulla nuova risoluzione all’Onu non sanciscano l'effettivo passaggio dei poteri agli iracheni e la creazione di una forza multinazionale. Qualche membro della coalizione in Iraq manifesta il proprio disagio: in Ucraina, il Parlamento annuncia che voterà oggi sulla permanenza delle truppe, mentre in Polonia il premier entrante Marek Belka chiede a Bush e Blair di «accelerare la transizione e anticipare le elezioni previste a gennaio». Belka si dice convinto che «la maggioranza degli iracheni non vuole più le nostre truppe».

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