Da La Repubblica del 07/04/2004

Le idee

La coalizione senza bussola

di Lucio Caracciolo

Così rischiamo di perdere la guerra. Non solo la campagna irachena, ma il confronto strategico con il terrorismo jihadista. Un anno dopo la caduta di Saddam, gli Stati Uniti non riescono a venire a capo del puzzle iracheno. I fronti si moltiplicano: prima i guerriglieri sunniti, sprezzantemente bollati come saddamiti residuali; poi i terroristi filtrati attraverso le porose frontiere mesopotamiche; adesso le "teste calde" sciite, sguinzagliate dal giovane e ambizioso ayatollah Muqtada al-Sadr, impegnato a conquistare posizioni nel suo stesso campo. Mancano all´appello solo i curdi, che per il momento assistono allo spettacolo dell´Iraq arabo in fiamme allargando la loro area di influenza e rinsaldandone l´indipendenza di fatto.

Ecco servito il "passaggio dei poteri" fissato da Bush al 30 giugno per motivi che poco hanno a che vedere con l´analisi del teatro iracheno e quasi tutto con il suo calendario elettorale.

A meno di un miracolo, il cambio della guardia a Bagdad non sarà altro che una vuota cerimonia. Si materializzano intanto antichi fantasmi: fallisce il tentativo di irachizzare la controguerriglia, si diffonde l´odio antioccidentale (non solo antiamericano), si allarga a macchia d´olio il territorio in preda alle bande, segnato dalle imboscate contro le truppe della coalizione. A Washington i grilli parlanti del Pentagono - i generali a molte stelle che avevano messo in guardia Rumsfeld sulla necessità di impiegare centinaia di migliaia di uomini per controllare la Mesopotamia - elaborano in fretta e furia piani di escalation. Già, ma da quale cilindro potranno estrarre gli uomini che servirebbero per schiacciare l´insurrezione degli sciiti radicali, sradicare il terrorismo di importazione e suturare la ferita del Triangolo sunnita? A pochi mesi dal voto di novembre, raschiare il fondo del barile mobilitando le ultime divisioni e la Guardia nazionale può costare caro a Bush.

In gioco è la credibilità della superpotenza solitaria. Dopo la farsa della cattura annunciata di Osama bin Laden e/o Ayman al-Zawahiri - peraltro strategicamente irrilevante - e mentre il cosiddetto progetto per il "Grande Medio Oriente" implode sulla rampa di lancio, gli Stati Uniti non possono perdere la faccia a Bagdad. Per questo hanno disperatamente bisogno di alleati, più o meno volonterosi. Ha un suono curioso oggi la spocchiosa sentenza di Rumsfeld, dopo l´11 settembre: «In questa guerra non è la coalizione che decide la missione, è la missione che decide la coalizione». Vieppiù malinconica echeggia la risposta di Bush a chi gli faceva notare che in questo modo avrebbe finito per fronteggiare da solo l´idra jihadista: «Ok, per me non c´è problema. Noi siamo l´America».

L´isolamento degli Stati Uniti è l´obiettivo primario dei fondamentalisti islamici. Più si sentiranno soli, più gli americani saranno attratti dall´escalation militare, per rincorrere un nemico sfuggente dalle montagne dell´Hindukush alle pianure del Tigri e dell´Eufrate - e domani, forse, nelle sabbie della penisola arabica. Per questo agli emuli di Osama e agli insorti iracheni non serve nemmeno coordinarsi: si muovono divisi, colpiscono insieme. Mirano agli anelli deboli della catena - Spagna, Italia, Polonia, altri partner più o meno integrati nella coalizione a guida americana.

Due opposte tentazioni serpeggiano nelle cancellerie alleate: andarsene o mettere la testa nella sabbia. Entrambe equivalgono alla sconfitta. Non una capitolazione, dato che non c´è nessuna potenza nemica cui arrendersi. Qualcosa di peggio: l´avvitarsi di una spirale infinita di terrore e di violenza, perché certamente i jihadisti non sono interessati a patteggiare con i deboli. Al contrario, leggono in chiave messianica ogni nostro cenno di stanchezza. Come il segno che la loro vittoria è più vicina.

Se poi Washington si sentisse abbandonata dai suoi amici sarebbe tentata di scaricare su di loro la sua crisi. Gli americani non possono vincere la guerra da soli, ma hanno mezzi economici e politici sufficienti a vendicarsi di chi li abbandonasse nell´ora decisiva. Contrariamente a quanto vagheggiato dagli ultimi apostoli del terzomondismo, noi italiani non abbiamo nulla da guadagnare dalle difficoltà in cui si dibattono gli americani. Abbiamo semmai molto da perdere, a cominciare dal probabile shock energetico provocato da una deriva Usa, stavolta nella massima regione petrolifera del pianeta.

È invece il momento di rovesciare l´infelice dottrina Rumsfeld. La coalizione deve stabilire la missione. Perché continuare così, come se nulla fosse, è strategicamente suicida e politicamente insostenibile. Non scappiamo. Ma non firmiamo nemmeno assegni in bianco. Non possono più farlo quanti rischiano la vita per una missione incerta e in cui non hanno voce. I nostri soldati hanno il diritto di sapere per che cosa si giocano la pelle. Governo e Parlamento hanno il dovere di dirglielo. Il prolungamento tout court di una missione senza scopo definito, evocato ieri da Berlusconi, potrebbe scatenare proprio ciò che vorrebbe evitare: il ritiro improvvisato delle nostre truppe, non coordinato con i partner occidentali, per la pressione insostenibile di un´opinione pubblica spaventata. E forse illusa che il terrorismo premi i deboli.

«Niente tasse senza rappresentanza»: il motto dei rivoluzionari americani dovrebbe essere la nostra divisa. Italiani ed europei impegnati a pacificare l´Iraq e a combattere il terrorismo islamico pongano agli americani come condizione del loro impegno militare la definizione di una strategia comune. Nell´interesse di tutti, Stati Uniti in testa. La rotta è sbagliata, correggiamola insieme.

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