Da La Repubblica del 25/03/2004
Originale su http://www.repubblica.it/2004/c/sezioni/esteri/moriente6/arruola/arruo...

Giovani, donne, e ora i bambini: sempre più i palestinesi pronti al "martirio". E gli israeliani perdono remore e razionalità

La cultura della morte che arruola i fanciulli

di Sandro Viola

GERUSALEMME - Una maglietta rossa un po' troppo larga, gli immancabili jeans, lo sguardo ansioso. Era questa l'apparenza del ragazzo palestinese che ieri s'è presentato al posto di blocco di Hawara, poco fuori Nablus, in Cisgiordania. Un ragazzo, non fosse stato per quell'espressione agitata, come tanti altri. Ma dalla rivolta nella Palestina occupata, dalla faida che si dipana ininterrotta tra israeliani e palestinesi, non escono più, ormai, ragazzi come gli altri. Escono bombe che camminano.

E infatti il ragazzo, Hussam Hussani, portava attorno al petto una cintura esplosiva. Se i soldati non si fossero insospettiti, se non gli avessero dato l'alt tenendolo sotto tiro con i mitra, avrebbe innescato la bomba e sul terreno sarebbero rimasti chi sa quanti morti e feriti.

C'è una presenza che rivela immediatamente, senza un'ombra di dubbio, la cattiva letteratura. La presenza del fanciullo-eroe che si sacrifica per la patria. Piccole vedette lombarde, tamburini sardi, piccoli alpini. Ma quel che accade nella Palestina occupata, tra Gaza e la Cisgiordania, non è letteratura. È l'inarrestabile imbarbarimento d'un conflitto che un anno dopo l'altro ha prodotto una cultura della morte di cui tutti, su ambedue i versanti dello scontro, sono ormai impregnati.

E' questo che dà ormai al conflitto israelo-palestinese il suo volto folle, infernale: l'affermarsi d'una cultura della morte. Essa s'afferma tra i palestinesi, dove l'esaltazione nazionalista, mischiata al fondamentalismo religioso, spinge decine di giovani a implorare gli attivisti di Hamas e della Jihad islamica perché li provvedano d'una cintura esplosiva con cui immolarsi davanti a un caffè, in un autobus, in una strada affollata delle città d'Israele. E s'afferma tra gli israeliani, svuotandoli d'ogni remora e razionalità. Questo va tenuto presente. Ci sono in Israele uomini politici che propongono d'ammazzare tutti i familiari degli attentatori. Ci sono religiosi, come il rabbino Josef Alkenave dell'insediamento di Gush Katif a Gaza, che due anni fa ha riaperto la tomba d'un kamikaze per infilarvi grasso e carne di maiale, così che la presenza dell'animale impuro impedisse al morto l'approdo nel paradiso islamico.

Il fatto è che tutti sono cambiati, in quella che assurdamente chiamiamo ancora Terrasanta. Nessuno è più come prima. E' questo di cui quasi sempre, guardando il quadro della contesa per la Palestina, non ci rendiamo conto. Diciassette anni fa, quando ebbe inizio la prima Intifada, l'arma dei ragazzi palestinesi erano le pietre. I lanci di pietre contro i carri armati d'Israele. Oggi quei ragazzi sono i capi terroristi (non tutti, si capisce: quelli che allora non rimasero stroppiati dalle pallottole di plastica o dalle pallottole vere degli israeliani) ai quali si rivolgono gli aspiranti martiri per ottenere le cinture esplosive.

E allo stesso tempo è cambiato l'esercito israeliano. Allora, durante la prima Intifada, si ebbero alcuni brutti episodi di braccia spezzate con i bastoni o i calci dei fucili, ma i soldati sparavano solo dietro ordine degli ufficiali nei casi in cui era a rischio la loro sicurezza. Adesso sparano senza pensarci su un momento: "senza avvertire", dice lo storico israeliano Zeev Sternhell, "un minimo soprassalto della coscienza". Le cifre, infatti, lasciano sgomenti. In poco più di tre anni ci sono stati tra i civili palestinesi quasi diciassettemila feriti. I morti sono oltre tremila. E di questi morti e feriti, solo seicentocinquanta erano terroristi o fiancheggiatori dei terroristi. Intanto il rapporto tra esercito e coloni si fa sempre più stretto, più esplicita la solidarietà con il loro estremismo e il loro rifiuto di prendere in considerazione l'ipotesi d'un abbandono degli insediamenti in Palestina.

Sì, tutti sono cambiati. Quando alla metà dei Novanta comparvero nelle strade d'Israele, a seminarvi la morte, i primi kamikaze, nell'università palestinese di Birzeit gli studenti scuotevano la testa. La lotta per i propri diritti, per la fine dell'occupazione - dicevano - è giusta e va portata avanti: ma la bomba umana è inaccettabile. Oggi a Birzeit le mura sono ricoperte di ritratti dei "martiri", e una studentessa può dichiarare: "Se un mio amico morisse da martire, la cosa mi rattristerebbe. Ma sarei fiera di lui, molto fiera. Perché anch'io penso a volte che vorrei farlo".

"C'è un aspetto del terrorismo palestinese", mi diceva l'altro giorno Martin Van Creveld, il maggiore storico militare israeliano, "cui non s'è dato il necessario rilievo. Le donne che si sono fatte esplodere in quest'ultimo anno. In tutte le società, e soprattutto in quelle più tradizionali, il sangue delle donne ha più valore di quello degli uomini. Perché sono loro a procreare. Così, il fatto che sia stato consentito anche alle donne di morire per uccidere quanti più israeliani possibile, dimostra a che punto sia giunta la determinazione dei palestinesi. Il misto terribile di debolezza e volontà di reazione che ha impedito al nostro esercito, uno dei meglio armati del mondo, di domare la rivolta".

Certo, la comparsa dei kamikaze adolescenti (oltre a quello di ieri ce n'era stato un altro, quasi un bambino, bloccato una settimana fa con una borsa piena d'esplosivo) costituisce l'ennesima caduta del conflitto israelo-palestinese nel buio d'una mattanza senza misericordia né soluzione. Ci dice come i veleni usciti dal fondamentalismo islamico, veleni di cui Hamas porta la responsabilità maggiore, alimentino ormai un disegno di lineamenti sostanzialmente criminali. Ma quel su cui bisogna riflettere è il contesto in cui il nuovo fenomeno ha preso forma. Da una parte la disperazione palestinese: dall'altra la perdita di senso della misura, l'incredibile violenza delle reazioni, l'ottusità politica di chi ha guidato Israele in tanto disastro. Chi guardi a tale contesto, ormai vi vede soltanto la cultura della morte.

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