Da Corriere della Sera del 07/10/2003

«La Casa Bianca invii un supermediatore»

di Ennio Caretto

WASHINGTON - George Bush sembra disposto a giocarsi il prestigio e l'autorità sulla crisi irachena più che su quella israeliana. Ma in Israele c'è altrettanto bisogno di un suo intervento. E’ la convinzione di Edward Djerejian, uno dei massimi esperti americani del Medio Oriente. A suo parere, in Israele gli Stati Uniti devono rispondere a due sfide: «La prima è di impedire che la situazione generi un'altra e più grave spirale di rappresaglie. La seconda è di rivitalizzare la road map. Dobbiamo vincerle entrambe».

Djerejian parla con cognizione di causa: fu ambasciatore a Damasco e sottosegretario di Stato per il Medio Oriente sotto Bush padre, e ultimamente ha diretto i lavori della Commissione congressuale sull’immagine dell’America nel mondo islamico. Le conclusioni sono state traumatiche: l’America è odiata nell’Islam, e per vincere la pace deve conquistarne le menti. Djerejian, che dirige l’Istituto Baker a Houston nel Texas (che prende il nome dall'ex segretario di Stato James Baker) propone una politica di dialogo con i Paesi musulmani, nonché la nomina di un «consigliere della diplomazia pubblica» alla Casa Bianca.

Teme una escalation del conflitto in Israele?
«Temo che la crisi sfugga di mano alle parti in causa. In aggiunta agli scontri tra israeliani e palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, il bombardamento della Siria acuisce le tensioni. Bisogna fermare le rappresaglie, altrimenti il conflitto potrebbe estendersi ad altre nazioni. E’ nell’interesse della sicurezza nazionale Usa premere su Damasco e su Gerusalemme con tutti i mezzi affinché non sbaglino valutazioni e non compiano passi falsi».

Prevede una nuova guerra a breve termine?
«No, perché in questo momento né la Siria né Israele ne trarrebbero molti vantaggi. Ma non è escluso che in Libano l'Hezbollah ritorni a scagliarsi contro gli israeliani, e altri gruppi terroristici si attivino altrove. L'equazione potrebbe cambiare dopo l'orrendo attentato di Haifa e il blitz di Sharon. Ci vuole una diplomazia preventiva».

La sua paura è che ci sia un'ondata di terrorismo?
«Non è solo quella. E' anche che le varie Al Qaeda, Hamas e Jihad finiscano per creare le condizioni di un più vasto confronto militare. Pensano che sia la sola maniera di raggiungere i loro obbiettivi. Vanno perciò emarginate, in parallelo alla ripresa del dialogo tra gli israeliani e i palestinesi, come è previsto d'altronde nella road map, il percorso da noi tracciato per la pace».

Ma l'America sembra avere abbandonato la road map.
«L'amministrazione sta esaminando il da farsi. Sarebbe opportuna una sua missione ad alto livello in Medio Oriente per spingere i palestinesi a combattere gli attentati e gli israeliani ad aprirsi alle trattative, e le nazioni arabe ad aiutarli in questo senso. Comunque, non intende di certo rinunciare a mediare, né rinunciare all'appoggio della Ue, della Russia e delle Nazioni Unite».

Non siete troppo vicini a Israele per mediare?
«La storia dimostra che i progressi nel conflitto arabo-israeliano sono stati dovuti a noi, dalla pace a Camp David tra Israele e l'Egitto, alla Conferenza di Madrid dove Arafat accettò per la prima volta di negoziare, alle intese degli anni Novanta. Abbiamo fatto molta strada, e ne faremo ancora se le varie parti lo vorranno».

Si può ignorare la Siria in questo quadro?
«La Siria è un interlocutore difficile, ma ha un governo secolare, baathista, che si oppone all’estremismo religioso e politico, e che dopo le stragi dell'11 settembre del 2001 ha collaborato con noi nel campo della intelligence contro Al Qaeda. Conviene tenerne conto».

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