Da La Repubblica del 11/02/2003

Gli Usa puntano alle chiavi del Golfo

di Lucio Caracciolo

LA GUERRA americana all’Iraq sarà - se sarà -una guerra coloniale. Nulla a che vedere con i Balcani o con l’Afghanistan. Nel primo caso si trattava di colmare un vuoto di potenza europeo, in una regione senza petrolio, dove Washington non aveva interessi vitali da difendere. Nel secondo, prevaleva l’urgenza di dissipare la paura e controllare la rabbia di un paese sotto shock. Colpendo il bersaglio più ovvio, il nido di Osama, protetto da un regime particolarmente odioso. Ma nemmeno l’Alta Asia è centrale nella visione americana del mondo. Il Medio Oriente sì, eccome.

LA LIQUIDAZIONE di Saddam rappresenta per Bush il primo passo verso la “riconquista preventiva” di uno spazio geopolitico decisivo. Un quadrante che se lasciato a se stesso diventerebbe la piattaforma strategica del terrorismo antiamericano e condizionerebbe il rifornimento di petrolio all’Occidente.
La vasta regione centrata sul Golfo Persico - un insieme di territori più che di Stati - resterà infatti per molti anni la principale fonte di energia per l’America e per l’intero mondo sviluppato. Inoltre, dopo l’11 settembre, il Medio Oriente è l’epicentro della “guerra al terrorismo”. Metafora in cui Bush avvolge due progetti: la distruzione delle reti del terrorismo islamico e il rovesciamento dei regimi che l’alimentano o lo tollerano. L’obiettivo strategico è di consolidare il primato americano nel mondo. Di rendere l’America sempre più sovrana e sempre meno condizionabile dai nemici ma anche dagli ”alleati” — specialmente dai fastidiosi e inaffidabili europei.
Fino a ieri Washington ha trattato il Medio Oriente come una gigantesca stazione di servizio. Ne ha pompato petrolio, affidandone la protezione alle satrapie arabe “amiche”, a loro volta supportate (e vigilate) dalle guarnigioni Usa acquartierate in basi superblindate. Un doppio meccanismo apparentemente inossidabile.
Poi venne Osama. E spezzò l’illusione. Colpì l’America per rovesciare i suoi alleati mediorientali, liquidare Israele, buttare a mare cristiani ed ebrei, liberare la casa dell’islam.
Prima che l’infezione dilaghi, ragionano i ”falchi” di Washington e diverse ex “colombe”, occorre rovesciare i regimi più minacciosi (Iraq e Iran) e costringere gli altri (Arabia Saudita su tutti) a riformarsi, assimilando i valori e gli interessi americani. E’ l’operazione “democrazia in Medio Oriente”. In termini geopolitici: “America in Medio Oriente”.

MOLTO più che disarmare un arcinemico (dopo averlo armato in quanto amico), gli Usa vogliono far saltare lo status quo della regione arabo-islamica. Senza peraltro disporre di una visione strategica di medio-lungo periodo. Troppe sono infatti le variabili da considerare per chiunque ambisca a disegnare il masterplan del nuovo Medio Oriente.
Ma Bush sa da dove cominciare: Bagdad. Bersaglio ideale. Saddam è tra i dittatori più rivoltanti del pianeta, ha scatenato due guerre di aggressione nella regione (una delle quali, peraltro, con la concreta benedizione Usa), ha usato armi chimiche contro la sua stessa popolazione, continua probabilmente a nasconderne. Soprattutto, chi controlla l’Iraq controlla il Golfo Persico; e chi controlla il Golfo ha in mano le chiavi del Medio Oriente.

BUSH assicura che gli Stati Uniti “non hanno ambizioni territoriali”. Certo, nessuno pensa che l’Iraq diventerà il 51esimo Stato dell’Unione. Ma il progetto di rifare il Medio Oriente partendo da Bagdad implica che la tutela americana sulla Mesopotamia - con o senza foglia di fico Onu
- dovrà durare almeno il tempo necessario per realizzarlo. Anni se non decenni. Se tutto va bene. Sicché l’operazione anti-Saddam acquista un sapore coloniale. E tocca il tabù dell’identità americana:
può un’ex colonia formatasi contro gli imperialismi europei, educata a disprezzarli, farsi a sua volta impero? Dilemma che tormenta i piani alti dell’establishment americano, tanto che l’ex segretario di Stato Madeleine Albright, il superfalco dei Balcani, prova ad esorcizzarla: “Noi non siamo una potenza imperiale”.
Il paradigma storico cui riferirsi, per cogliere il rilievo della guerra di Bush, sta nell’evento che per la prima volta pose l’America di fronte alla tentazione di farsi impero. Era il 1° maggio 1898 quando l’ammiraglio George Dewey sbaragliò la flotta spagnola nella baia di Manila. Poco dopo il presidente William McKinley ordinerà al capo del servizio mappe del dipartimento della Guerra di inserire le Filippine nella carta geografica degli Stati Uniti, almeno finché il suo popolo non sarà”civilizzato e cristianizzato” (leggi: reso protestante dopo tre secoli di cattolicissima colonizzazione ispanica). Nasceva la prima e finora unica grande potenza non eurasiatica della storia. E insieme si avviava un dibattito che scuoterà a intermittenza la coscienza dell’America: siamo una repubblica o siamo un impero?
Se l’operazione “democrazia in Medio Oriente” ha un senso, questo non può che essere imperiale. Gli europei e le altre potenze ne sono consapevoli. Per conseguenza, alcuni (Gran Bretagna, Spagna, e con qualche bemolle Italia, oltre agli ex satelliti dell’impero sovietico) si allineano, scommettono sulla rapida vittoria americana e sperano di indurre Washington a tenere in considerazione i loro interessi geopolitici ed energetici, contano di guadagnarsi qualche benemerenza da spendere in futuro. Altri (Francia, Germania, Russia, con la Cina defilata) per ora tentano di resistere, pronti eventualmente a ripiegare sulla trincea dei rassegnati a una guerra che resta dappertutto piuttosto impopolare. Se invece Saddam riuscisse a lacerare in modo permanente quel che resta dell’alleanza transatlantica, avremmo tutti perso la guerra in partenza: americani ed europei. Per la maggior gloria (postuma?) di Osama.

LA BATTAGLIA per una seconda risoluzione del Consiglio di sicurezzacomecondizione per la guerra non è dunque solo formale. Sitrattadistabiirese la spedizione anti-Saddam sarà solo (anglo)americana. o se le residue potenze potranno cercare di influenzarla e continuare ad awre qualche peso in Medio Oriente. Per partecipare alla spartizione della torta energetica, ma anche per diluire le ambizioni geopolitiche americane.
Nel caso in cui gli americani decidessero di fare da soli, è ben possibile che l’operazione si riveli affatto priva di senso. Lo temono molti americani, a cominciare da buona parte dell’establishment conservatore. Lo sperano i nemici dell’America insieme a qualche sedicente amico.

Perché rilanciando sulla posta dell’11 settembre gli Stati Uniti hanno messo deliberatamente in gioco il loro status di superpotenza. Se non tutto dovesse filare liscio, la seconda spedizione nel deserto iracheno potrebbe essere ricordata come l’inizio del declino americano.
Con la retorica bellicista e i voli ideologici dei “falchi” alla Rumsfeld, gli Stati Uniti hanno posto un ultimatum a se stessi. Saddam se ne deve andare, altrimenti Bush perderà la faccia. E la guerra dovrà essere breve e trionfale. Ma i rischi dell’azione militare restano molto seri. Le insidie del dopo guerra persino maggiori. Come ricucire e tenere insieme un paese che di fatto non esiste, oggetto di ambizioni territorial-petrolifere della minoranza curda, degli sciiti e di tutti i vicini? Se poi davvero Washington vorrà dedicarsi dopo Bagdad al regimechange su scala mediorientale, contando sull’effetto-domino, il compito sarà immane. Perché Bush sarà costretto, in pieno anno elettorale, a sciogliere il nodo israelo-palestinese. Altrimenti, lasciando marcire il problema, soffocherebbe sul nascere il suo stesso sogno del “nuovo Medio Oriente”, pacificato, stabile e coerente con i valori e con gli interessi americani. Nessun governo arabo, democratico o meno, potrà mai avallare la tragedia palestinese senza delegittimarsi.
Ma il vero problema dell’operazione “democrazia (America) in Medio Oriente” non è il Medio Oriente, è l’America. La superpotenza ha tutto per conquistarsi un impero. Fuorché l’anima. La storia ci ricorda che il contribuente americano è vocazionalmente restio a impegnarsi troppo a lungo aldilà degli oceani. Ciò è tanto più vero oggi che le colonie costano assai, anche le più promettenti. Dopo ogni impresa bellica, l’America pensa anzitutto a riportare i ragazzi a casa. Sarà probabilmente così anche dopo l’eventuale presa di Bagdad. Tenere decine di migliaia di soldati inchiodati fra il Tigri e l’Eufrate, a formare una testa di ponte in attesa di penetrare altre contrade levantine, costerà a Bush e ai suoi successori soldi, sudore e fatica.
A meno che, trascinati dall’ideologia messianica e irrigiditi dalla vena autistica, Rumsfeld e associati non riescano ad iniettare nel Nuovo Mondo quella pulsione geopolitica che un tempo animava la vituperatissima Vecchia Europa: la voglia di impero.

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