Da Avvenire del 16/10/2007

Rifondare la comunità nazionale

A che cosa serve l'Italia nel mondo

di Andrea Riccardi

Cent’anni di Settimane Sociali sono una lunga storia. È un’istituzione attraverso cui si può guardare alla storia del cristianesimo italiano nel­la nostra società. Si vedono i primi anni del Nove­cento (1907-1913), quando i cattolici sono all’op­posizione: estranei alla politica, tentano di stare nella vicenda comune attraverso un vivace plesso di azioni sociali. Ma Giuseppe Toniolo è convinto che siano le idee a muovere la storia. In questo spi­rito, si avviano le Settimane. Ed è uno spirito che fa bene rinverdire: infatti le idee non sono per sé, quasi solo per la propria parte, ma per il paese.

Più complicata è la stagione delle Settimane du­rante il fascismo. Molti sperano che il regime si possa 'cattolicizzare'. Ma realizzare un congres­so pubblico sotto un regime autoritario è difficile. Saltano così le Settimane del ’31 per il conflitto sul­l’Azione Cattolica. Poi si ra­refanno, per finire nel 1934. Con la ricostruzione post­bellica, invece, torna il bi­sogno di idee. I cattolici, con la Dc voluta da De Gasperi e sostenuta da Montini, oc­cupano una posizione poli­ticamente centrale. Le Set­timane si celebrano pun­tualmente su temi impor­tanti. D’altra parte, sono proprio i cattolici in politica, insieme ad altri, ad attuare la più incisiva trasformazio­ne della storia nazionale. Le visioni presenti all’interno del variegato mondo cattolico – tra politici, vescovi, militanti e intellet­tuali – non sono sempre identiche, ma prevale la volontà di essere insieme nella società. È quella volontà che si diluisce negli anni Sessanta, con il ’68, il Concilio, i grandi cambiamenti sociali. Le Settimane rallentano la loro cadenza e finiscono nel 1970.

Resta l’interrogativo sulla loro ripresa, dopo vent’anni, nel 1991: per discutere di cattolici ita­liani e Europa. Un congresso in più? Le risposte vanno trovate non tanto nella crisi della Dc, quan­to nella visione di Giovanni Paolo II sull’Italia. Que­sto grande e lungo pontificato va ancora capito in profondità. Anzi, la sua comprensione rappresen­ta una sfida intellettuale alla pigrizia e al gusto del­l’effimero che caratterizza tanti dibattiti.
Convinto del primato dell’evangelizzazione, papa Wojtyla pensava che il vivere cristiano avesse una profonda ricaduta sociale e storica. Aveva un’idea dell’Italia non condizionata dalle reticenze dei cat­tolici del non expedit o dalle preoccupazioni di quelli passati attraverso il governo democristiano. Per lui l’Italia doveva essere unita e vivere una sua missione particolare in Europa. Tanta parte di que­sta missione scaturiva proprio dal cristianesimo i­taliano, che era storia e non solo presente.

Ci sono tanti volti del bene comune di cui si deve discutere in un paese che affoga nel particolari­smo. O forse si nasconde nel particolarismo, per­ché preso dalla paura e dallo spaesamento nella vertigine della globalizzazione. Ce n’è uno, però, che può sembrare scontato, ma è – almeno per me – fondamentale: dire a che cosa serve l’Italia, co­s’è il nostro Paese nel mondo. Insomma, dire che c’è un bene comune in un paese che, in Europa e nel mondo, ha dignità di essere. È parlare di spe­ranza, come ha fatto il convegno di Verona. È ri­spondere al languido spaesamento che ci prende, non con i fuochi d’artificio della cronaca politica. A sessant’anni dalla Costituzione, c’è forse bisogno di contribuire a rifondare la comunità nazionale con una visione che viene da lontano e che, sen­za ripiegarsi, va verso il futuro, una visione che at­tinge ad orizzonti, se non minacciosi, almeno a­perti e imprevedibili. Parlare di bene comune è di­scutere con tutti. Ma è parlare di Italia, di comu­nità nazionale in Europa e nel mondo. Credendo di avere le risorse storiche, umane e culturali, per farlo. Soprattutto, perché se ne sente il bisogno.

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