Da La Stampa del 29/10/2006
Originale su http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200610articoli/1315...

Africa nera oggi il ballottaggio per l’elezione presidenziale, schierati 18 mila caschi blu contro i brogli e le milizie

Congo, democrazia all’uranio

Si vota sotto stretta osservazione occidentale: il Paese è una miniera senza fine

di Domenico Quirico

PARIGI. Chi vince avrà le chiavi della cassaforte: con dentro il 34 per cento per cento delle riserve mondiali di cobalto, il dieci per cento di quelle di rame, l’uranio, oro, diamanti, petrolio. È per questo che Onu e Occidente si sono così bravamente impegnati nell’organizzare le presidenziali democratiche in Congo, oggi al secondo turno, quello risolutivo. E hanno spedito, con sollecitudine che il Darfur invidia, ben 17mila 600 caschi blu a tenere a freno milizie pronte alle violenze e ai brogli più loschi. Perchè il «contagio democratico» può santificare tutta l’Africa Australe, certo. Ma soprattutto perchè è importante non perder di vista chi firmerà i contratti in fondo alle concessioni minerarie.


GIOVANI BIOGRAFIE

Ci sono le sfumature della nuova Africa nelle giovani biografie dei due contendenti, Joseph Kabila e Jean Pierre Bemba. Dispotismi aggiornati ai tempi del businness, ma con tutte le sozze scorie di ciò che li ha preceduti. Da una parte il figlio di un ex guerrigliero marxista che ha consentito mostruosità goyesche di una pulizia etnica. Dall’altra un ex signore della guerra denunciato per crimini alla corte penale internazionale. Forse un paese che ha vissuto uno dei più meticolosi saccheggi della storia, una macelleria dove brancolano ancora undicimila bambini soldato, non meritava di meglio? Domanda che dovrebbe instillare qualche dubbio nei trionfalismi democratici della diplomazia internazionale.

Jospeh Kabila è «l’erede», il favorito perchè ha in mano le leve del potere e il 44 per cento dei voti del primo turno, più del doppio del rivale. In Africa chi comanda non può perdere. Quando è nato, suo padre Laurent, professione ribelle, poteva già raccontargli di aver combattuto a fianco di un noto guerrigliero bianco arrivato in Congo, nel 1965, sicuro di poter da fuoco a un altro Vietnam. Ma omise di dirgli che a Che Guevara era risultato antipatico: troppi dollari e diamanti di contrabbando attorno a quel periferico marxista assediato nelle foreste del Sud Kivu. A Guevara la guerra «di liberazione» contro il pirotecnico dittatore Mobutu parve un pretesto per traffici loschi. E infatti se ne andò subito, disgustato.

I diamanti consentirono a Joseph di studiare in una scuola francese in Tanzania poi in Uganda, e l’arte della guerra in Cina. Imparò alla svelta perchè nel 1997 quando i ruandesi decisero di portare il padre al potere usandolo come paravento per non sembrare invasori, il giovane Kabila era l’ufficiale di collegamento con gli arroganti alleati. Una congiura misteriosa e fatale a Laurent Kabila lo ha trasformato in presidente per diritto dinastico. Credevano fosse un giovanottello sbiadito, al potere per caso. Nell’assolutismo ci ha messo invece una punta di implacabilità: soprattutto nel monopolizzare come patrimonio domestico i contratti con le società minerarie straniere. Ha ottenuto il 44 per cento dei voti anche se barbuglia il lingala, la lingua di metà del paese, e non ha fatto comizi. Per non confermare le accuse di essere uno «straniero» che gli scaglia il rivale. Lo ha sostituito, benissimo, la moglie, Marie Olive. Ora vuole il potere democratico, l’ultimo gadget dei despoti africani.


DOMESTICHE FORESTE

Anche Bemba è un predestinato. Ma il padre, miliardario, era dall'altra parte della barricata, alla destra di Mobutu, nidificava nella corruzione del regime. Jean-Pierre, un omone dai bicipiti taurini, sotto il mobutismo era uomo d’affari: una linea aerea, la telefonia mobile, due catene televisive. All’avvento dei Kabila si è riconvertito: guerrigliero è diventato lui, nelle domestiche foreste della provincia nativa, l’Equateur, quasi una proprietà di famiglia. Bemba, versione warlord, lo ricordano circolare con una pistola dal calcio d’oro alla cintura; per ridurre i disagi della giungla afosa si era fatto portare in «Iliuscine», una 4x4 climatizzata. Le miniere di coltan, gettavano fuori ricchezze tutte per lui, accumulava favolosi contratti col mondo intero. I suoi «partigiani» non erano così scenografici: massacri, stupri, saccheggi. A Ituri li chiamavano «gli annientatori». Un rapporto dell’Onu, mai provato, ha citato nel loro dossier anche atti di cannibalismo. Adesso Bemba non ha più la pistola, si stritola in un doppiopetto manageriale, i benemeriti «bravi» sono iscritti al partito ( ma non hanno gettato le armi). È un arruffapopoli di talento, riempie gli stadi, il popolino di Kinshasa lo adora e i rapper gli dedicano canzoni. Lo chiamano «Mwana mboko», il figlio del Paese. L’altro è «lo straniero». Viene un terribile dubbio: un tipo così può accettare di perdere?

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