Da Panorama del 22/03/2006
Originale su http://www.panorama.it/opinioni/archivio/articolo/ix1-A020001035407

Svolta Usa a partire dal Cile

Appoggiando Bachelet, Bush vuole ricostruire una rete di alleanze in America Latina

di Sergio Romano

La presenza di Condoleezza Rice a Santiago per la «transmision del manto» a Michelle Bachelet, eletta alla presidenza della Repubblica cilena, non è soltanto l’omaggio di una donna nordamericana a una donna latinoamericana. Dopo avere orchestrato per molto tempo, spesso con interventi militari, la politica dell’America centrale e meridionale, gli Stati Uniti hanno perduto i loro interlocutori preferiti e debbono ricostruire pazientemente, con nuovi governi e nuove personalità, la rete dei loro interessi e delle loro amicizie.

Hanno conservato qualche buon alleato, ma temono le prossime elezioni presidenziali in Perù e in Messico. E hanno incassato una dura sconfitta quando il piano di George W. Bush per la creazione di una grande area economica delle Americhe è stato bocciato dal vertice panamericano di Punta del Este.

Esiste ormai una sinistra meridionale che comprende, con una larga gamma di rosso e di rosa, Cuba, il Venezuela, il Brasile, l’Argentina, la Bolivia, il Cile e l’Uruguay. Rompere questo fronte è ormai il principale obiettivo della politica estera degli Stati Uniti nell’emisfero meridionale. Ecco un esempio, fra molti, dei problemi che gli Stati Uniti devono affrontare e delle misure che potrebbero adottare. Negli anni scorsi, dopo la firma del Trattato per la costituzione di un tribunale penale internazionale, gli americani chiesero insistentemente a ogni paese di adottare, al momento della ratifica, una riserva che avrebbe salvaguardato il personale militare Usa da qualsiasi azione giudiziaria internazionale. Una trentina di stati (fra cui Bolivia e Cile) si opposero alla richiesta di Washington e vennero privati, grazie a una decisione del Congresso, degli aiuti militari che avevano ricevuto precedentemente per la lotta contro il terrorismo e il traffico di droga.

Oggi l’America si chiede se quella decisione sia stata saggia e corre ai ripari. In una conversazione con la stampa, durante il viaggio per Santiago, Rice ha ammesso che il rifiuto di assistenza militare a paesi che combattono i nemici dell’America è come «spararsi sui piedi». A Santiago il suo incontro con Evo Morales, presidente della Bolivia, ha prodotto uno dei migliori aneddoti diplomatici degli ultimi anni. Il pittoresco leader boliviano, esponente di una specie di leghismo latinoamericano, le ha regalato una chitarra che il segretario di Stato ha accettato con piacere e strimpellato con un sorriso di fronte alle telecamere. Ma Condoleezza Rice non si è accorta, probabilmente, che nel regalo di Evo Morales vi era un’intenzione maliziosa. La chitarra era decorata da foglie di coca laccate, vale a dire dalla pianta che gli Stati Uniti vorrebbero sradicare e che il presidente boliviano considera invece risorsa economica del paese e simbolo della cultura nazionale. Le esigenze della diplomazia americana esigono qualche sacrificio e qualche sorriso.

La ragione della nuova politica di Washington ha un nome: Hugo Chavez. Il leader populista venezuelano è diventato, insieme all’Iran, la maggiore spina nel fianco degli Stati Uniti. Prodigiosamente arricchito dall’aumento del prezzo del petrolio, Chavez sovvenziona con forniture a prezzi politici la Cuba di Fidel Castro e altri regimi latinoamericani, sponsorizza con 1 milione di dollari il carnevale brasiliano, compra armi in Cina, mette in cantiere un programma nucleare, appoggia l’Iran e la Corea del Nord, e si attiene a un semplice, elementare principio politico: i nemici degli Stati Uniti sono i miei amici. Il suo collegio elettorale è rappresentato dal sottoproletariato urbano, dalla piccola borghesia e dalle masse contadine. Il suo metodo di lavoro è un lungo monologo televisivo, ogni domenica mattina, durante il quale parla con il «popolo» esibendo una specie di machismo sbruffone che piace, sembra, a una parte consistente dell’elettorato femminile.

I suoi punti di riferimento ideologici sono un miscuglio di patriottismo indigeno avvolto nel ritratto di Simon Bolivar, libertador dell’America Latina. In una delle sue ultime apparizioni televisive ha annunciato che il cavallo bianco, disegnato sulla bandiera del Venezuela, smetterà di correre verso destra e correrà d’ora in poi verso sinistra. Non basta, nello stemma nazionale appariranno un machete, un kayak, un arco con le frecce: simboli del passato indigeno che Chavez, come Morales e altri leader latinoamericani, intende valorizzare.

È difficile intravedere in questo pot-pourri demagogico una politica coerente e un disegno razionale. Ma sino a quando il prezzo del petrolio permetterà al leader venezuelano di elargire favori in patria e nel mondo, lo «show Chavez» andrà in scena ogni domenica.

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