Da Corriere della Sera del 20/11/2005

Murtha, il veterano che non vuole più guerre

L’eroe del Vietnam scatena una tempesta politica con la sua mozione. «Torniamo a casa»

di Alessandra Farkas

NEW YORK - In comune con Michel Moore, il 73enne John Murtha ha solo il debole per la buona cucina e qualche chilo di troppo. Eppure George W. Bush non ha esitato a paragonare l'anziano deputato della Pennsylvania, ex veterano del Vietnam ed ex colonnello in pensione con 37 anni di carriera, all'odiato regista di Fahrenheit 9/11. I suoi ministri e compagni di partito hanno definito l'eroe dei Marine «codardo», «traditore», «alleato dei comunisti».

Senatori e deputati repubblicani amici di Murtha a Washington sono ancora in stato di shock. «Ha perso la testa - sussurrano nei corridoi del Congresso - come può aver affermato una simile eresia?». Noti linguisti ed esperti di mass media concordano: le parole pronunciate giovedì scorso da Murtha - «è ora di riportare a casa le nostre truppe», «la nostra missione in Iraq è compiuta» - sono già entrate nelle antologie delle «frasi storiche». La tesi di Murtha: i circa 160.000 militari americani in Iraq sono diventati vittime di un tiro al bersaglio continuo, contro cui non possono difendersi. Stanno andando al macello per una causa che, a suo giudizio, è ostacolata proprio dalla loro presenza in Iraq. «Appena possibile, facciamoli ritornare» dice.

Se a dire le stesse cose fossero stati Ted Kennedy, Robert Wexler o Jerrold Nadler, tre liberal di ferro, nessuno avrebbe battuto ciglio. Ma l'ex pluridecorato Marine che ha combattuto in Corea e in Vietnam è uno dei democratici più conservatori e guerrafondai di Washington da quando è stato eletto, nel 74. Come leader democratico della Sottocommissione della Difesa che decide il budget militare, ha sempre avuto un pugno di ferro.

Dalle operazioni dell'Amministrazione Reagan in America Centrale alla Guerra del Golfo, dal diritto dei cittadini a girare armati alla tesi dell'attacco preventivo in Iraq, Murtha ha votato regolarmente a fianco dei repubblicani, spesso contro il proprio partito. Ma che la guerra di Bush Jr. non gli andasse a genio si era già capito alle ultime elezioni presidenziali, quando, a sorpresa, tifò per Howard Dean: l'unico candidato apertamente pacifista. Le critiche del presidente Bush e del suo vice Dick Cheney non lo scalfiggono. «Mi piacciono quei tipi che a forza di rinvii non hanno combattuto un solo giorno in vita loro - ringhia - Ma poi hanno il coraggio di criticare noi che la guerra l'abbiamo fatta». Secondo alcuni, la sua boutade ha finito per ricompattare i repubblicani, come dimostrerebbe la recente sconfitta della mozione per il ritiro immediato. Ma l'iniziativa di Murtha ha anche rotto il ghiaccio in campo democratico, dove la tesi ritira-truppe resta per molti un tabù.

Nei sondaggi l'America dà ragione a lui. «A farmi cambiare idea sono state le settimanali visite agli ospedali militari gremiti di feriti con orrende mutilazioni» ha detto Murtha, la voce rotta dalle lacrime. E all'America affranta e sempre più in lutto, che in guerra sta perdendo figli, fratelli e amici, ha parlato di «un giovane che in Iraq ha lasciato un occhio ed entrambe le mani, ma il Pentagono si è rifiutato di dargli una medaglia al valore perché le ferite erano state causate da fuoco amico». «Ho incontrato il suo comandante e gli ho detto: gli darò una delle mie medaglie, se non lo fate voi. Alla fine sono stati costretti a chiedergli scusa».

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