Da Corriere della Sera del 14/11/2005

La riunione dei ministri dura 10 minuti. Il premier: «Coi laburisti nulla da dirci»

Peretz ha fretta e minaccia Sharon «Mercoledì cadrà il tuo governo»

di Francesco Battistini

GERUSALEMME - Ai comici tv, non pare vero: basta con l’austero grigiore di Shimon Peres, viva il turbosindacalista «rosso» Amir Peretz. Un leader laburista da sfottere senza pietà, finalmente. Cominciano quelli di Eretz Neederet , «Che fantastico Paese», cabaret del weekend: «Signor Peretz, se andrà al governo, che cosa farà per bloccare i kamikaze sugli autobus?». «Facile: uno sciopero degli autobus».

L’uomo nuovo della politica israeliana ha poca voglia di scherzare, però. Sabato sera, nella piazza Rabin di Tel Aviv, alla sua prima uscita emoziona le fiaccole dei 200mila che rimpiangono la pace assassinata dieci anni fa: «L’occupazione dei Territori - dice - è immorale». Poche ore dopo, appicca il fuoco alla casa comune della maggioranza: «Mercoledì - annuncia -, voteremo lo scioglimento del Parlamento».

La crisi è qui. Peretz ha già intimato lo sfratto ad Ariel Sharon, vuole elezioni anticipate a marzo, e la seduta domenicale del governo non dura neanche dieci minuti: «I ministri Likud e laburisti non hanno più nulla da dirsi», prende atto il premier. «Sembra d’essere all’ultimo giorno di scuola», riassume un fedelissimo. Il vecchio Ariel vuole prendere tempo. Rinvia a giovedì l’incontro col nuovo Amir e spera che intanto la Knesset bocci la mozione di scioglimento presentata dal piccolo Partito nazionale religioso, ma sostenuta dal Labour: nel caso, la legge gli concederebbe altri sei mesi prima dell’apertura formale d’una crisi.

Crisi di nervi, anche. «Il Likud è nel panico», racconta un ministro laburista, e non saranno questi giochetti a salvarlo: Sharon è «un irresponsabile», dice Peretz, non può «comportarsi come se il terreno politico fosse di sua proprietà, perché quest’epoca è finita» e non è tollerabile che sfugga al divorzio, già fissato, «non rispondendo a 22 telefonate». La replica dal Likud è ironica: «Peretz continua a gridare nel megafono - dice Ronnie Bar-On -, ma dimostra di non avere esperienza negli affari di Stato: Sharon non è un sindacalista da richiamare all’ordine». Altri, sul Jerusalem Post , ci vanno più pesante: «Uno che in un’ora e mezza chiama 22 volte lo stesso numero, senza ottenere risposta, deve avere qualche problema mentale».

L’agonia di Sharon è lenta. Rimasto senza alleato, azzoppato dai falchi del Likud, tentato di formare un nuovo partito, l’ex generale riceve un ultimatum anche da James Wolfensohn, l’uomo della Banca Mondiale che dice d’avere perso la pazienza: o entro mercoledì si trova l’accordo sulle frontiere di Gaza, dove il ministro palestinese Mohammed Dahlan accusa gl’israeliani di boicottare il transito d’ogni merce, oppure «sarà una tragedia» e la Striscia, dopo lo sgombero dei coloni, rischia di diventare «una gigantesca prigione». L’unica buona notizia, al vecchio Ariel, la porta un’inattesa Hillary Clinton. Che assieme al marito visita il Muro e non lo maledice: «Il Muro non è contro il popolo palestinese. E’ contro i terroristi. Ed è sul terrorismo che i palestinesi devono cambiare atteggiamento».

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