Da Corriere della Sera del 02/11/2005

I politologi e i giornali Usa «Il Cavaliere non è Zapatero è cauto per ragioni interne»

di Ennio Caretto

WASHINGTON - L’America discute del Berlusconi gaffeur che non conosceva, così diverso da quello guardingo delle prime visite, un Berlusconi che non si capisce più se fosse pro o contro la guerra, e se voglia ritirarsi dall’Iraq o restarvi. Ma nella maggioranza dei casi, pur auspicando che non richiami le truppe italiane, gli Stati Uniti lo ringraziano per ciò che ha fatto finora. L’ex ministro della Difesa repubblicano Caspar Weinberger dichiara al Corriere che «Berlusconi non è un altro Zapatero».

Il giudizio ufficiale, come scrive il Washington Times , il giornale più vicino al Pentagono, è che le esternazioni del premier della scorsa settimana «non sono un’offesa all’amministrazione Bush», la quale «continua ad attribuire un grande valore all’appoggio italiano». Berlusconi è sulla difensiva «a causa del calendario politico» - le elezioni in Italia - e l’amministrazione si rende conto che la sua posizione potrebbe cambiare sotto le pressioni interne. Il giudizio dei politologi di destra è analogo.

Per Richard Pipes, il massimo esperto Usa dell’Islam, se il premier lasciasse l’Iraq all’improvviso «sarebbe un errore» e avrebbe un effetto psicologico negativo per gli Usa. Ma Pipes ritiene che le forze americane si debbano arroccare in fretta su posizioni chiave e che prima o poi Bush stesso dovrà sgombrare l’Iraq, «forse su richiesta degli iracheni». Per Andy Messing, il capo della National defense foundation, un ex maggiore dei corpi speciali che combattè in Somalia con gli italiani, «che ammiro molto, a cominciare dai carabinieri», sarebbe utile se Berlusconi «lasciasse in Iraq pochi militari di qualità». Edward Luttwak nega che il premier sia una banderuola: «Mi sembra che sia stato coerente, non mandò i soldati in guerra a differenza di quanto avvenne nel conflitto del '91 con l’Iraq, e un vostro ritiro graduale non porterebbe a conseguenze negative, perché non partecipate alla guerra e non siete in una regione in rivolta». E’ anche l’opinione di Weinberger, che vede nelle elezioni irachene a dicembre il preludio a un lento disimpegno degli alleati. Paradossalmente è un liberal, il filosofo Michael Walzer, a consigliare a Berlusconi di insistere: «Se ce ne andassimo presto, in Iraq scoppierebbe la guerra civile».

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