Da Corriere della Sera del 10/10/2005

Kashmir: così sono spariti interi villaggi

di Lorenzo Cremonesi

LAHORE (Pakistan) - Frane. Immense valanghe di rocce, terriccio e sabbia che le scosse del sottosuolo impazzito fanno cadere in certi punti per migliaia di metri sopra strade, villaggi e uomini. Così, in pochi secondi, l'intero Pakistan settentrionale e soprattutto le zone del Kashmir contese con l'India si sono trasformati in una gigantesca trappola per i loro abitanti. E questa natura, selvaggia e bellissima, adorata e temuta come un Dio antico tra le popolazioni montanare dell’Hindukush, è diventata una bestia incontrollata e incontrollabile.

Cosa si può fare quando per arrivare alla tua casa, su nelle vallate più remote tra gli affluenti dell'Indo e i ghiacciai del K2, devi percorrere strade, viottoli e sentieri costantemente soggetti al pericolo delle frane persino quando la terra non trema? Questi sono adesso i discorsi dei pachistani rimasti isolati dalle loro famiglie nelle zone meridionali del Paese. «Più del terremoto, delle case che cadono sulle nostre teste, adesso temiamo le frane. Il nostro problema è che tutte le regioni settentrionali sono isolate. Non ci si può muovere. Le vie di comunicazione sono interrotte, molti ponti crollati. Non solo la strada per Abbottabad e Muzaffarabad, ma soprattutto la Karakorum Highway , già una novantina di chilometri a nord di Islamabad, è diventata intransitabile», sosteneva preoccupato ieri sera Nur Allam, un ingegnere impiegato a Lahore, che stava disperatamente cercando notizie della sua famiglia a nord di Gilgit, nella zona di Hunza.

Come lui decine di migliaia di altri nelle città tra Karachi e Islamabad. Perché il Kashmir è regione di emigrazione, manca lavoro, chi può scende in pianura. Metab, una studentessa diciottenne, ringrazia con tutto il cuore la tecnologia dei telefoni satellitari. «Ogni altra linea di comunicazione è interrotta. Mi sono iscritta alle liste di attesa per gli elicotteri militari che viaggiano su Skardu. Ma magari non riuscirò a imbarcarmi prima di un paio di mesi», dice con aria distrutta. Grazie al satellitare ha scoperto poco fa che i due genitori stanno bene. Ma sembra che almeno una sorella sia morta e di due cuginetti non si sa ancora nulla.

La gente resta incollata ai televisori. Le reti locali trasmettono senza posa le immagini di distruzione. Le prime riprese dall'aria dei villaggi colpiti dagli smottamenti di terra, pietroni caduti sulle provinciali, la disperazione di Balakot, il villaggio delle tre scuole crollate, con quasi 400 studenti morti, in larga maggioranza ragazze. Ci sono anche gli appelli del presidente Pervez Musharraf per gli aiuti internazionali. «Elicotteri. Abbiamo bisogno soprattutto di elicotteri», ripete. E' la sola risposta possibile per intervenire in una zona dove si trovano tra le più alte montagne del pianeta. Non solo gli oltre 8.600 metri del K2, ma anche il Nanga Parbat, situato in un distretto fatto di valli strettissime e villaggi aggrappati su fazzoletti di terra argillosa bagnata da torrenti che con il disgelo a primavera diventano fiumi insuperabili. Qui da sabato mattina non sono neppure arrivati gli elicotteri militari per l'osservazione dall'alto. Non è l'unico luogo rimasto inesplorato. Gli stessi militari ammettono di non avere quasi alcun dato sulla situazione al confine con Cina e Afghanistan.

L'esercito resta invece dispiegato in formazione di guerra sul confine con il Kashmir indiano. E infatti qui avrebbe perso oltre 300 uomini a causa del terremoto. Ma restano scarse le notizie delle unità appostate a oltre 6.500 metri sul ghiacciaio conteso di Siachen (è stato giustamente definito il «campo di battaglia più alto della terra»), oppure dei villaggi civili come Kaplu, situato nelle retrovie e minacciato da torri di granito immense. Senza parlare degli insediamenti umani attorno al ghiacciaio del Baltoro. Chiunque abbia percorso la salita per il campo base al K2 non può non pensare preoccupato alla sorte di quei nuclei di catapecchie con il tetto di argilla e bambù adagiate alla base di pareti friabili. Si potrà mai sapere davvero il numero dei morti? La gente del Kashmir è storicamente difficile da contare, i censimenti lasciano a desiderare per accuratezza. Ieri sera il premier pachistano, Shoukat Aziz, ha reso noto un primo bilancio ufficiale di 19.379 morti. Ma sotto le macerie potrebbero esserci 30 mila vittime. I feriti sarebbero 40 mila. I problemi per i soccorritori sono immensi. Prima di tutto arrivare dove c'è bisogno di loro. Spesso persino in estate le linee aeree che quotidianamente collegano Islamabad con Gilgit e Skardu sono paralizzate per settimane a causa della pioggia e le nuvole basse. Agli inizi degli anni Novanta un velivolo con un'ottantina di passeggeri sparì e non venne mai più trovato. Le ricerche vennero sospese dopo tre anni. Sono montagne mangiauomini, lo ripetevano spesso gli esploratori occidentali del Karakorum nell'Ottocento.

Da sabato tutto il Kashmir pachistano e buona parte di quello indiano sono tornati indietro di un trentennio. C'è chi si organizza per raggiungere i propri cari a piedi, con un trekking che potrebbe richiedere diversi giorni, proprio come hanno fatto per secoli i loro avi. Ci vorranno mesi e mesi per cercare di rimettere in funzione gli oltre 500 chilometri della Karakorum Highway . Quando venne aperta, nel 1986, fu vista come la grande speranza nei rapporti commerciali tra Cina e Pakistan e la simbolica riscoperta dell'antica via della Seta a collegare Oriente e Occidente. In effetti le tensioni militari tra India e Pakistan, oltre ai continui smottamenti sul lato pachistano, hanno notevolmente raffreddato quelle speranze. Ora il terremoto, le frane hanno avuto ragione del fragile nastro d'asfalto affacciato su burroni e fiumi impetuosi.

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