Da Punto Informatico del 06/06/2005
Originale su http://punto-informatico.it/p.asp?i=53221

Pechino non ha ucciso Huang Qi

Emblema della repressione contro il libero pensiero in Internet, l'uomo è tornato a casa, umiliato e torturato. Ma in 64 rimangono dietro le sbarre

di Tommaso Lombardi

Pechino (Cina) - La brutta storia di Huang Qi, giovane membro del Partito Democratico Cinese, si conclude nel villaggio natale dei genitori vicino a Chengdu. Il vincitore dell'edizione 2004 del premio di Reporters Sans Frontieres per la libertà d'espressione in Rete è stato finalmente liberato dopo un anno e mezzo di carcere duro. Adesso dovrà scontare un periodo indefinito di libertà vigilata, sorvegliato a vista da genitori e poliziotti.

Huang venne arrestato nel 2000 per aver pubblicato sul proprio sito web alcune critiche rivolte al Partito Comunista Cinese. Da allora, il caso di Huang Qi è diventato l'emblema della repressione esercitata da Pechino nei confronti di Internet. Durante questi anni, scanditi da numerosi processi a porte chiuse ed una terribile condanna a cinque anni di reclusione, sono state organizzate manifestazioni e petizioni per la sua liberazione in tutto il mondo.

"Siamo veramente felici che Huang Qi abbia potuto riunirsi alla sua famiglia dopo cinque anni di prigionia e di maltrattamenti", dichiara la sezione cinese di RSF. Le condizioni di Huang, secondo l'organizzazione, sarebbero critiche: "necessita immediatamente di attenzioni mediche". Secondo Reporteres Sans Frontieres, Huang è rimasto pesantemente segnato dalle torture subite durante la prigionia, tipiche del trattamento riservato dalla giustizia cinese ai nemici dello stato.

La data della liberazione non sembra essere casuale: in questi giorni viene ricordato in tutto il mondo il terribile massacro di piazza Tienanmen, accaduto esattamente sedici anni fa.

Nel frattempo, ben 64 cyberdissidenti rimangono imprigionati nelle carceri cinesi per aver esposto il proprio pensiero su una pagina web. Un crimine che viene punito senza pietà: Ma Yalian, colpevole di aver pubblicato un articolo in favore dei diritti umani sul sito specialistico Chinese Lawyer, è stata condannata nel 2004 ai lavori forzati in uno dei tanti laogai - i terribili gulag utilizzati dal regime di Pechino per rieducare i soggetti scomodi.

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