Da La Repubblica del 19/05/2005

Uzbekistan, un popolo in fuga l'orrore lungo la Via della seta

Tra i profughi scampati ai massacri dopo la rivolta nella città di Andijan giunti nel vicino Kirghizistan dopo una marcia disperata
Più di duemila persone, a piedi o a dorso d'asino, braccate dall'esercito: ventidue ore di cammino con pochissime soste

di Giampaolo Visetti

TESHIK-TASH - L'ultima corriera dei sopravvissuti al massacro di Andijan, parte a mezzanotte da Kara-Suu. Bianca e azzurra, simile a un camion da buttare, appare all'improvviso davanti al ponte ricostruito dagli uzbeki in fuga. La frontiera con il Kirghizistan è chiusa, sorvegliata dai militari che sparano raffiche alle stelle. A piccoli gruppi, donne e bambini sbucano dai banchi vuoti del bazar. Quando sono in fondo al ponte, quasi al sicuro, vengono seguiti dagli uomini. Per cinque giorni, disperati e nel panico, si sono nascosti tra i muri di fango dei casolari. Sette donne e tre bambini, scoperti lungo un canale che porta a Birbis, sono stati uccisi dalle guardie di frontiera di Karimov. In 83, incastrati tra sacchi di indumenti che sommergono 40 sedili, partiamo verso il campo profughi di Teshik-Tash. Transitando da Osh e prendendo a nord verso Jalal-Abad, sono poco più di 200 chilometri. Oltre cinque ore di viaggio, su piste sterrate che tagliano la valle del Fergana. Il terreno è rotto da continui crateri, massi, rovine di ponti sopra fiumi d'acqua rossa.

È la via della salvezza, percorsa tra sabato e lunedì dal popolo dei fuggitivi di Andijan. Duemila persone, scampate alla strage di Piazza Alisher Novoi, l'hanno consumata a piedi e a dorso di asini. Dodici ore di marcia il primo giorno, braccate dall'esercito uzbeko e dalla polizia kirghisa. Poi due tappe di dieci ore, attorno piantagioni di cotone e di tabacco, risaie, un mare verdissimo di erba. Basta seguire i carri rovesciati in mezzo alla carreggiata, gli escrementi umani e del bestiame, per non smarrire il tragitto. Punta diritto verso Uzgen, il più antico mercato lungo la Via della Seta. È il cuore del Fergana, culla del fondamentalismo islamico dell'Asia centrale. Gli attivisti di «Akromia» si riuniscono nelle vecchie cascine erette dai tedeschi deportati qui da Stalin.

Le madrasse, ora vuote, sono ospitate dentro fattorie dismesse. Moschee e minareti di mattoni fatti a mano, svettano dalle trenta colline di «Otuz-Adir». È tra i contadini abbandonati in una vita ottocentesca che raccoglie allievi il movimento panislamico «Hizb Ut Tahir». Il mio vicino di sacco, Uktam, spiega che il radicalismo religioso è ormai l'unico rifugio per esistenze insopportabili. «Non c'è lavoro - dice -, non sappiamo come sfamare i bambini, non possiamo dire ciò che pensiamo, non abbiamo diritti. Ci siamo ridotti a branchi di straccioni, privati della dignità. Così preghiamo Allah perché Karimov muoia».

Nessuno, nella corriera dei sopravvissuti, dice di aver mai pensato a fondare un califfato nello spazio post-sovietico. Ridono, alla domanda, e mimano la maschera di bugie che coprirebbe il volto del loro presidente. «Non vogliamo Taliban - dice la vecchia Kursan - né terroristi afgani. Chiediamo di poter vivere in un Paese libero, con un capo buono, dove ognuno sia libero di pregare il dio che lo ama». Fuori rischiara e già le campagne appaiono invase di donne ricurve a zappare. Investite dalla nuvola di polvere che ci accompagna, alzano il viso coperto dal velo.

Ogni appezzamento è diviso in tre settori: il primo si coltiva per lo Stato, il secondo per il padrone, il terzo per sé. Se non piove lavorano solo donne e bambini. Vecchi e capifamiglia vagano a cavallo, portandosi gli "ak-kabak" bianchi di feltro calati sugli occhi. I ragazzi trasportano secchi di latte e di acqua, o estraggono pietre da una strada in costruzione. L'assenza di giustizia, un equilibrio fondato sul sopruso del più forte, rimbalzano tra lo Stato e le famiglie. Lo scontro tra Maometto e Karimov, scorre del resto sotto gli occhi. In territorio uzbeko decine di cartelloni recitano la propaganda del regime. «La terra è la ricchezza del popolo»; «Primo obiettivo: lotta alla povertà»; «L'acqua potabile è una visione della vita»; «L'unità è la forza della gente».

Per ogni manifesto, la risposta è incisa di fronte, nella sabbia cementata degli scavi. Versetti del Corano, citazioni, preghiere. Qualcuno ha scritto: «Se vuoi vedere il paradiso, accendi la tv: se vuoi vedere l'inferno, vieni qui». In Kirghizistan i proclami si diradano, fino a sparire. Gli esuli di Andijan dormono. Due ragazzi, da tre ore, ascoltano la suoneria di un telefonino. Si avvicina Noilah. Quando i carri armati hanno schiacciato la folla, ha perduto il suo bambino di tre anni. «Scriva che è stato terribile - mi chiede - e che se noi siamo terroriste, Karimov è peggio di Bin Laden. Eravamo in piazza disarmati, seduti per terra. Chiedevamo che il presidente venisse a spiegarci come possiamo fare per tirare avanti. I proiettili sono piovuti come grandine, siamo stati investiti dai blindati. Una carneficina a freddo, per sventolare la bandiera della lotta al fondamentalismo islamico. Il mondo non può credere alle menzogne costruite dopo, a fantomatici estremisti. Più erano le vittime, meglio sarebbe stato. Accanto ai caduti, i soldati mettevano armi per simulare un'aggressione. Abbiamo diritto a un processo equo a Karimov: per strage». I presenti annuiscono. Centinaia di morti, ad Andijan, poco meno di mille. La maggioranza gettata dai militari nelle discariche trasformate in fosse comuni. Decine di sepolti nelle aiole, senza una preghiera. Rari i funerali: l'estremo schiaffo del regime. Nel villaggio di Shoro-Bashat l'autista fa una sosta davanti a un forno che vende ruote di pane caldo. Nessuno, tra gli affamati, può permettersi di scendere a comprarne una.

Ciò che resta di un eccidio lo incontri però al termine di una carrareccia a mezza collina. Imboccata a Jalal-Abad, affonda per 35 chilometri sopra una pianura allagata. Dopo Suuzak si punta di nuovo verso il confine uzbeko. Tra gli alberi, decine di soldati imbracciano i fucili. Il campo profughi di Teshik-Tash è nascosto in un avvallamento. Il posto di blocco kirghiso si passa tenendo i bambini sospesi fuori dai finestrini. Un soldato, saputo che c'è un italiano, mi chiede di scrivergli "Eros Ramazzotti" su un foglietto. Gli ultimi fuggitivi scendono dalla corriera e percorrono a piedi i due chilometri che restano. Si cammina in silenzio. «Finalmente - dice Mubina - siamo salvi. Come si può sentirsi felici, se si vive in una tragedia». In fondo alla discesa, su una radura incassata, dieci tende dell'esercito. Ospitano 540 profughi, rigorosamente divisi in uomini, donne e bambini. Sono stesi l'uno sull'altro, ancora sfiniti dall'esodo. Sono scalzi, i piedi fasciati in brandelli di camicie. A sorvegliarli, 150 soldati dell'esercito kirghiso. L'acqua distribuita dall'autobotte è bollente. Non sono stati distribuiti pasti caldi. Solo pane. I feriti più gravi sono ricoverati all'ospedale di Hanabad. Martedì cinque uomini sono stati portati via dagli agenti. Anche adesso una pattuglia fruga nelle tende, scruta i volti, alla ricerca di evasi dal carcere di Andijan, o di terroristi. «La fuga - racconta Mohammed - è stata un massacro. Correvamo, senza sapere quello che stava succedendo. Abbiamo lasciato le case aperte. I feriti venivano portati a spalla». Indica il punto della frontiera dove sono riusciti a passare. «Lì - prosegue Abdu-Shalom - i militari ci hanno sparato. Karimov aveva ordinato di non lasciarci uscire vivi. I soldati gridavano che ci avrebbero uccisi tutti. Cinque donne sono morte davanti ai figli, poi un uomo con in braccio un bambino e altri due fratelli».

Ancora si sentono gli spari. Sui confini la tensione resta alta. Altri profughi premono. Da Kara-Suu arriva la notizia di una manifestazione contro i blocchi. In mille cercano di rompere l'accerchiamento per accedere all'unico mercato aperto. Nella tendopoli nessuno sa cosa sia accaduto ad Andijan dopo venerdì. «Sappiamo solo - dice Esosh - che la guardia presidenziale ha sparato anche ai feriti in ospedale, perché non raccontassero. Abbiamo resistito a 15 anni di dittatura: era la prima volta che provavamo a chiedere giustizia». La domanda su chi ha iniziato la rivolta, e perché, qui non ottiene risposta. Non tutti accettano di parlare, né di indicare gli evasi. «Ma i detenuti - spiega Ranò - non sono mai stati processati. Se aderisci a un partito di opposizione, vieni arrestato».

Stupore alla notizia che il ministro degli Interni uzbeko indica in Kobil Parpiev, presunto attivista di "Akromia", la responsabilità «dei disordini». Mai sentito nominare. I profughi non sanno dove andare, cosa fare. Non possono tornare in Uzbekistan. Non possono circolare in Kirghizistan. Sognano di tornare a casa, ma non lo faranno fino a quando comanda Karimov. Aspettano distesi, senza più speranza. Non è loro consentito uscire dal confine del campo. «Il mondo ci aiuti», ripetono, «non abbandonateci», «cercate la verità per noi». Non vogliono sentire parlare di califfato e di sharia. «Abbiamo la nostra fede - dice Mubina - ma cosa c'entra. Se in Europa uno grida che ha fame, mica lo arrestano per estremismo cristiano». Lo scandalo di Andijan è tutto qui: uno scoppio di violenza di un popolo esasperato, un massacro di Stato, un esodo di disperati e nuovi giorni di orrore, tendopoli disperse tra le risaie, gli imbarazzati distinguo della Comunità internazionale, l'appoggio della Russia di Putin al suo dittatore dell'Asia centrale. Che una rivoluzione fosse irrealizzabile, lo capisce chiunque. Dopo la strage, basta però un cerino per far divampare un incendio. Fuori dalla tendopoli tre bambini cavalcano un asinello. Guidano un gregge. Al grido di un muezzin si stendono a terra con le testoline a oriente. E si abbracciano.

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