Da La Stampa del 16/03/2005

L’ANP assumera’ il controllo completo della citta’ tra un mese

Oggi comincia il ritiro di Israele da Gerico

Abu Mazen annuncia di voler liberare due leader dell’intifada, poi fa marcia indietro

di Aldo Baquis

TEL AVIV - Ad un mese dal positivo vertice di Sharm el-Sheikh Gerico torna oggi sotto il controllo dell’Anp. Lo ha annunciato ieri notte l’esercito israeliano, dopo la soluzione delle divergenze tra le due parti sulle condizioni del ritiro. Il trasferimento della città dovrebbe cominciare oggi alle ore 13 e si concluderà in quattro settimane. Per realizzare questo modesto primo passo di cooperazione (la città conta appena 40 mila abitanti ed è considerata la meno importante della Cisgiordania) israeliani e palestinesi hanno dovuto impegnarsi al massimo.

Ci è voluta una notte di trattative per trovare una soluzione per i tre posti di blocco alla periferia della città: uno resterà sotto controllo israeliano, gli altri due vanno ai palestinesi. Ma ieri per diverse ore il negoziato è stato vicino a una nuova rottura. A destabilizzare la situazione è stato lo stesso Abu Mazen annunciando che, spariti gli israeliani, avrebbe aperto i cancelli del carcere di Gerico per Ahmed Saadat e Fuad Shubaki. Per Israele una provocazione. Saadat (leader del Fronte popolare per la liberazione della Palestina) è stato condannato per aver ordinato l’eliminazione del ministro Rehavam Zeevi, un generale amico di Sharon. E Shubaki è responsabile dell’acquisto, su ordine di Arafat, di una nave carica di sofisticate armi iraniane destinate all’intifada.

«Se tornano liberi, in tempo brevissimo saranno nelle nostre mani», ha avvertito il ministro della Difesa israeliano Shaul Mofaz. E il ministro degli Esteri Silvan Shalom ha osservato che la liberazione dei due «significherebbe un incoraggiamento ai terroristi, non è certo questo lo scopo della consegna di Gerico all’Anp». Che sarà poi seguita dalla consegna anche di Tulkarem e di Kalkilya.

Ma a quanto pare la sortita di Abu Mazen era destinata ad altre orecchie: quelle dei delegati palestinesi giunti ieri al Cairo per discutere della trasformazione della «tahadya» (la calma sul terreno) in una «hudna» (cessate il fuoco) con Israele. Il presidente cercava dunque di ammorbidire gli elementi più radicali. Che hanno chiarito che l’obiettivo di una tregua di un anno - perorato dall’Egitto - è troppo ambizioso e comunque il loro assenso ad una pace più breve verrà solo in cambio della liberazione di migliaia di detenuti palestinesi dietro garanzie internazionali.

Raggiunto per telefono, Saadat ha detto che si trova in un carcere palestinese destinato a passare sotto l’autorità dell’Anp. Per cui nessuno, a suo parere, può negare ad Abu Mazen il diritto di liberarlo. Ma in serata fonti vicine a Sharon hanno detto che l’Anp aveva fatto un passo indietro. E Israele ha autorizzato finalmente l’incontro fra comandanti di zona delle due parti per gli ultimi dettagli del passaggio di consegne. Il negoziato è terminato nella notte con un accordo, ma lo scontro sui detenuti è stato un campanello d’allarme per gli israeliani. Al capo della commissione parlamentare Esteri e Difesa Yuval Steinitz (Likud) Abu Mazen ricorda «l’Arafat del dopo-Oslo: amichevole ed espansivo con gli israeliani, ma poi in sostanziale connivenza con i terroristi».

Lo stesso Sharon ha avvertito che la calma imposta sul terreno da Abu Mazen non basta perché non vengono smantellati i gruppi armati dell’intifada. Ma nei rapporti dell’intelligence Sharon trova anche informazioni di segno opposto: il leader palestinese è riuscito in due mesi a mutare l’opinione pubblica interna, rafforzando coloro che vogliono chiudere la pagina della lotta armata. Pur consci dei rischi, gli analisti militari spronano Sharon a perseverare nel dialogo con Abu Mazen. Perché se dovesse scomparire di scena, Israele si troverebbe privo di qualsiasi interlocutore palestinese di rilievo.

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