Da Corriere della Sera del 11/01/2005

«Ma lo uccideranno se cercherà di disarmare i terroristi»

Lo storico israeliano Benny Morris: «La maggioranza dei palestinesi non vuole la pace e il nuovo leader sarà un ostaggio»

di Aldo Cazzullo

GERUSALEMME - Benny Morris, capofila dei nuovi storici israeliani, è lo studioso che ha cambiato il modo di pensare la storia del Medio Oriente. Le sue ricerche sulla questione dei rifugiati palestinesi hanno operato una doppia revisione: prima incrinando i miti fondativi di Israele, a cominciare dalla fede nella possibilità di convivere con gli arabi; poi giustificando la scelta di Ben Gurion e sostenendo la necessità della separazione dei due popoli.

Professor Morris, l’ampia vittoria di Abu Mazen apre una nuova prospettiva?
«Spero di sbagliarmi, ma temo di aver ragione: no».

Il nuovo presidente non è forse diverso da Arafat?
«È più presentabile: non è un barbaro come Arafat ma una persona civile, non è un bugiardo patologico. Ma è comunque ostaggio della volontà dei palestinesi. E la maggioranza dei palestinesi non vuole la pace ma la distruzione di Israele. Abu Mazen è un nice guy , una brava persona. Ma questo non è tempo per brave persone, bensì per leader forti».

I due terzi dei voti non danno abbastanza forza?
«Se Abu Mazen sarà coraggioso, disarmerà i terroristi di Hamas e Al Aqsa, li imprigionerà, riconoscerà il diritto di Israele a esistere. Ma in tal caso i terroristi lo ucciderebbero. In passato Sharon gli ha chiesto di fermare la violenza, e lui ha risposto: non posso, significherebbe scatenare la guerra civile».

Abu Mazen ha già iniziato una trattativa con i gruppi estremisti. Vorrebbe trasformarli in soggetti politici. Lei crede non abbia alcuna chance?
«Abu Mazen cercherà di trattare con Israele. Ma un eventuale accordo implica il riconoscimento di Israele. Proprio quello che Hamas non vuole. Né credo che Abu Mazen abbia la forza di rinunciare al ritorno dei profughi».

Se invece lo facesse?
«Lo farebbero fuori».

Lei nell'88 fu arrestato per essersi rifiutato di servire l'esercito nei Territori occupati. Oggi ci sono ufficiali che rifiutano di sgomberare i coloni. È una spaccatura che può allargarsi?
«Non credo. Alla fine il 95% dell'esercito obbedirà, e i coloni non oseranno affrontarlo. Ritirarsi da Gaza è giusto; anche se da Gaza continueranno ad attaccarci con i razzi, e cominceranno anche dalla West Bank».

L'unica via è la separazione, il Muro?
«Sì. Il Muro è una brutta cosa e una buona idea, per proteggerci dai kamikaze. L'errore è stato pensare di tracciare in questo modo la frontiera. Le pressioni internazionali ci costringeranno a retrocedere verso i confini del '67».

La sua idea dell'ineluttabilità della separazione richiama le polemiche sul «transfer», la cacciata dei palestinesi nel '48. Un male necessario, lei disse. Che può ripetersi?
«Il "transfer" è cosa gravissima, che può essere giustificata solo dal pericolo di un genocidio».

Israele oggi è in pericolo?
«Israele è in pericolo permanente. Lo era nel '48, nel '67, lo è oggi. E pensi quanto lo sarebbe domani se i Paesi arabi avessero l'atomica».

Come le pare il nuovo Sharon?
«Sovrappeso».

Sembra cambiato dall'uomo che lei descrive come intento a tessere trame, a consentire crimini al tempo dell'invasione del Libano.
«La politica cambia gli uomini. Guidare un Paese non è come guidare un esercito. Ma Sharon non sarà mai come Barak: non arriverà a offrire ai palestinesi il 95% della West Bank e Gerusalemme Est, e i palestinesi sono stati causa del loro male rifiutando con un tragico errore quell'opportunità. Tra la pace e la sicurezza di Israele, Sharon sceglierà sempre la sicurezza».

Abu Mazen l'ha definito «più forte di Ben Gurion».
«Abu Mazen non conosce la storia di Israele e non ha la minima idea di chi sia Ben Gurion. Ben Gurion è l'uomo che ruppe con gli estremisti e bloccò le armi destinate agli ebrei che volevano combattere gli arabi a oltranza. Vedremo se Abu Mazen farà lo stesso».

La trattativa ripartirà.
«Ma non sfocerà in un trattato, con strette di mano. Procederà per piccoli passi».

La spinta può venire dalla seconda amministrazione Bush?
«Non credo. Finché Bush sarà impantanato in Iraq non avrà né la passione né il tempo».

Il governo e l'opinione pubblica israeliana rimprovera all'Europa un pregiudizio filoarabo. È d'accordo?
«L'Europa vive il ritorno dell' appeasement , dell'attesa e dell'ignavia di fronte al male. L'evocazione dello spirito di Monaco e della resa a Hitler è forse semplicistico, ma giustificato. L'Europa rinnega le radici che la legano a noi, pratica un ostracismo antisraeliano, nasconde la testa sotto la sabbia come gli struzzi, si schiera dalla parte degli arabi posponendo i principi a quelli che considera i suoi interessi. La Francia è molto attenta agli interessi economici e all'immigrazione araba. E questo mi preoccupa, perché l'integralismo islamico può mettere l'Europa in grave pericolo».

Come accoglie le sue tesi la sinistra israeliana da cui lei proviene? Si sente isolato?
«Niente affatto. Il mio prossimo libro, « The road to Jerusalem », uscito due anni fa in inglese, sarà pubblicato da Amoved, un editore di sinistra. Solo una piccola parte della sinistra israeliana contesta le mie tesi, non chi è immune da ideologia. La gran parte dei miei amici, magari in privato, sono d'accordo con me. Attendo che escano i miei libri in Italia. Einaudi ne ha due ancora da pubblicare, tra cui la nuova versione del saggio sull'origine della questione dei profughi, " The birth of the Palestinian Refugee Problem rivisited "».

In cosa consiste la revisione?
«Dopo l'apertura degli archivi dell'esercito, aumentano le responsabilità degli ebrei nel "transfer", ma anche quelle dei leader arabi, in particolare del re giordano Abdallah».

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