Da Corriere della Sera del 09/11/2004

Follini: attenti ai nuovi integralisti. Il cattolicesimo non è sotto scacco

«Io vicepremier? Nessuna difficoltà personale, il punto è la rotta politica»

di Francesco Verderami

ROMA - Non è d’accordo con «la rappresentazione di un mondo cattolico sotto scacco, costretto ad alzare il ponte levatoio perché aggredito», e fornisce un’interpretazione diversa, «più positiva». I segni che «la voce dei cattolici» dentro la vita pubblica italiana «ci sono, e sono chiari e forti», Marco Follini li individua sia «nella legislazione di questi anni - dalla scuola alla famiglia, dalla sussidiarietà alla bioetica» - sia nella «fioritura dell’associazionismo», che «ha i colori politici più svariati, che ha i più diversi rapporti con la politica, e che è presente in tutte le forze politiche». Per questo motivo il segretario dell’Udc rigetta la tesi che i cattolici siano oggi «costretti a rintanarsi in una logica identitaria angusta». Di più, non pensa che questo mondo - che è il suo mondo - debba essere rappresentato «come se fosse alla vigilia di una battaglia di Lepanto, e per giunta, questa volta, prossimo alla sconfitta»: «Anche perché non credo ci siano gli infedeli alle porte». Follini rivendica invece «la semina degli anni democristiani, all’origine della nuova fioritura». E l’odierno dibattito «sui valori in pericolo, le streghe da ardere, le persecuzioni sono eccessi che non aiutano a capire e a crescere»: «Il cattolicesimo politico nella vita del nostro Paese ha attraversato mille difficoltà e qualche volta momenti di appannamento. Però è forte, ed è forte della sua misura, del suo carattere ecumenico e non settario, e della sua capacità di parlare un linguaggio universale. A chi indica la strada dei "teocon", dunque, ricordo che i risultati più importanti di questa presenza portano politicamente il segno della Dc, partito laico di ispirazione cristiana. E dal punto di vista del percorso ecclesiale il segno del Concilio Vaticano II. La Dc tante volte è stata messa sotto accusa perché ha lasciato che corresse il processo di secolarizzazione, e tuttavia quel partito ha interpretato per anni e anni un’Italia generosa e solidale».

Era anche l’Italia in cui fu necessario attraversare le forche caudine dei referendum per salvaguardare le leggi sull’aborto e sul divorzio .
«Era un’Italia nella quale la causa cattolica ha avuto alti e bassi, e anche dei rovesci. Ma in tutta quella vicenda la forza del pensiero politico cattolico è stata di non alzare mai la bandiera identitaria oltre un punto che potesse renderla difficile da riconoscere e apprezzare anche dagli altri».

A suo avviso i teocon rischiano dunque di essere dei settari e di provocare un conflitto nel Paese?
«Il rischio c’è. Nel mondo, com’è noto, si paventa lo scontro tra le civiltà. È chiaro che nel momento in cui sono in campo idee forti e radicali, ognuno coltiva le proprie, e fa bene a farlo. Io però sono affezionato a una Chiesa che negli anni del fascismo e delle persecuzioni razziali teneva gli ebrei al riparo nelle canoniche. Sono affezionato a una Chiesa che con il mondo moderno ha avuto un rapporto dialettico, a tratti difficoltoso, ma sempre pieno di curiosità. E questo è anche il movimento cattolico che gli italiani più riconoscono».

Siccome dietro i «teocon» si staglia il profilo di Rocco Buttiglione, ritiene che il presidente dell’Udc rischi di innescare uno «scontro di civiltà»?
«Buttiglione ha la mia solidarietà. Nella vicenda della Commissione europea ha avuto l’appoggio di tutto il partito. E non è stata una solidarietà avara».

C’è però chi sostiene che sia stata una solidarietà stiracchiata, «accompagnata da pavidi silenzi».
«Contesto l’obiezione. Credo invece che un atteggiamento meno sobrio non gli sarebbe stato di aiuto. Buttiglione non è un integralista. Se lo fosse stato si sarebbe incatenato al ruolo di commissario europeo, invece è stato lui a metterlo in gioco. E lo ha fatto con signorilità e con il giusto spirito pubblico».

Eppure il presidente del Senato Marcello Pera ha definito l’offensiva contro Buttiglione in Europa «una congiura anti cristiana».
«Che in Europa si agiti una sorta di ideologia del politically correct , è vero. Ma va contrastata più sulle ali di una grande apertura che di un arroccamento».

A fianco di Buttiglione si è schierato il laico Giuliano Ferrara, che ha inteso così difendere i diritti dei cattolici in politica.
«Quei diritti stanno a cuore a tutti noi, oltre che a Ferrara. Al quale peraltro consiglierei di non eccedere in zelo. Ricordo sempre quando, nel dopoguerra, l’ambasciatore americano Clara Luce fu ricevuta in udienza dal Papa e gli spiegò come occorresse difendere i valori della fede che minacciavano di essere calpestati dall’arrivo del comunismo internazionale. Fu talmente insistente che a un certo punto il Papa le disse: "Signora, sono cattolico anch’io"».

Teme che l’iniziativa dei «teocon» nasconda una finalità politica e miri a scardinare il suo partito?
«Non confondiamo il sacro col profano. L’Udc gode della salute che le è stata conferita dagli elettori italiani, e dalla propria capacità d’iniziativa politica di qui in avanti. Io sto parlando del rapporto tra il movimento cattolico e la storia del Paese».

Sarà, ma sabato scorso - oltre Ferrara - a sentire Buttiglione c’era anche l’europarlamentare siciliano dell’Udc, Raffaele Lombardo. Che riferendosi a ipotesi di scissione nel partito ha detto che «è prematuro parlarne ora».
«Ma, no, Lombardo ha fatto bene ad andare. Sono certo che si sarà ritemprato spiritualmente».

Sembra inevitabile che il dibattito culturale finisca con il sovrapporsi alle questioni politiche. Pensa possa creare problemi alla Cdl e all’Udc?
«In questi anni temi e argomenti propri della coscienza cattolica hanno trovato riscontro in una quantità di leggi che sono state portate avanti. Lo considero un punto di forza di questa maggioranza. Ma, se qualcuno pensasse di innalzare una bandiera identitaria all’insegna del "pochi ma buoni", non andremmo lontani. Il pluralismo è una forza e una virtù. L’integralismo è un limite, e direi anche un vizio».

C’è chi vi rimprovera di non rivendicare abbastanza la vostra storia dc.
«Non sono un nostalgico, non penso che le cose si ripetano, credo che la storia vada rispettata e non strumentalizzata politicamente. Però mi riconosco in quel rapporto libero tra fede e politica, come la Dc seppe elaborare, concorrendo a rendere vitale il movimento cattolico e piena l’autonomia delle istituzioni politiche».

Cos’è allora che ha acceso la scintilla di questo nuovo scontro culturale, religioso e politico?
«Vedo una maldestra tentazione di imitare il modello americano. Questo progetto però non tiene conto del fatto che tra noi e loro c’è di mezzo l’Atlantico. Io sono tra quanti pensano di renderlo strategicamente più stretto, non più largo. Ma sono anche tra quanti conoscono le differenze che passano da quel mare. Pensare che l’Italia interpreti il rapporto tra religione e politica nello stesso modo in cui avviene negli Usa mi sembra un salto logico oltre che geografico».

Il ministro Giovanardi sostiene che Bush sarebbe stato bocciato come commissario europeo. Vede nel presidente americano l’Amintore Fanfani del referendum contro il divorzio?
«Fanfani fu anche un uomo di straordinaria laicità, Bush è figlio del suo Paese e la differenza è tra i due Paesi. In Italia la storia del cattolicesimo fa i conti con la presenza della Chiesa».

Scusi il brusco cambio di argomento, ma lei sta facendo i conti con la possibilità di entrare al governo come vicepremier?
«Se ci sarà una proposta, la valuterò con spirito costruttivo, come sempre. Ovviamente insieme al mio partito».

I suoi alleati commenterebbero così: il solito Follini che fa il difficile.
«Ma io non oppongo nessuna difficoltà personale. Sono interessato ad accompagnare un percorso che conduce questa maggioranza da una fase più giacobina al suo termidoro. Il tema è questo, la rotta politica. Io vengo dopo. Cerco di essere d’aiuto, su quella rotta non sarò certo di ostacolo».

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