Da La Repubblica del 20/10/2004

Per il premier britannico un nuovo colpo dopo l´assassinio di Kenneth Bigley

La disperazione di Blair "Era lì per aiutare il popolo"

Ieri è giunta conferma del trasferimento di 650 soldati inglesi nel "triangolo" sunnita
A Londra, Kofi Annan ha ammonito Downing Street a usare "moderazione" in Iraq

di Enrico Franceschini

LONDRA - La storia si ripete, e il Regno Unito si domanda con orrore: per quanto ancora andrà avanti così? Neanche due settimane dopo la decapitazione di Kenneth Bigley, l´opinione pubblica e il governo britannici vedono scorrere in tivù le immagini di Margaret Hassan con le mani legate dietro la schiena e la paura negli occhi. Stavolta Tony Blair non perde tempo, facendo subito una dichiarazione al paese: «Hanno rapito una persona che ha vissuto in Iraq per trent´anni, una persona che ha fatto del suo meglio per aiutare l´Iraq, una donna sposata con un iracheno», dice il primo ministro, «questo dimostra che gente è quella contro cui combattiamo». È chiaro cosa intende: sono dei mostri. E tuttavia il leader laburista aggiunge sconsolato: «Ovviamente faremo tutto quello che è possibile. Ma non sappiamo nemmeno chi l´abbia rapita. Al momento non posso aggiungere altro». Parole che trasmettono un senso di impotenza, probabilmente condiviso da tutto il paese, e l´impressione che pure lui, Blair, sia un ostaggio, prigioniero della guerra in Iraq: la gabbia di cui crede continuamente di avere trovato la chiave e in cui ogni volta si ritrova chiuso dentro.

Certo, notano i primi commentatori a Londra, può darsi che la nuova vicenda non segua la falsariga di quella di Bigley, l´ingegnere civile barbaramente ucciso dal gruppo di al Zarqawi. Può darsi che sia più simile al rapimento delle "due Simone" e dunque abbia un lieto fine: anche Hassan è una donna, anche lei viveva da lungo tempo in Iraq, anche lei lavorava per un´organizzazione umanitaria. «Si considera irachena, l´Iraq è la sua casa, non tornerebbe mai in Gran Bretagna», dicevano ieri i suoi colleghi di "Care International", l´ong che da quindici anni si occupa di assistenza medica e riparazioni della rete idrica in Iraq, opera in oltre settanta paesi e ha il suo quartier generale a Londra. Poiché si è scoperto che Downing street era pronto a pagare un riscatto per Bigley, come l´Italia ha pagato per le due Simone, è evidente che pagherebbe anche per Margaret Hassan, se i rapitori saranno disposti ad accettare denaro in cambio della sua libertà. In più, una donna trapiantata da un quarto di secolo in Medio Oriente, sposata a un arabo, non avrà attorno a sé una città intera che prega e piange, come è accaduto a Bigley con la sua Liverpool.

Ma inevitabilmente il rapimento di un altro compatriota rammenterà agli inglesi tutto quello che sembra esserci di sbagliato in questa guerra. Ogni settimana, del resto, scoppia una nuova controversia: l´ultima - prima del sequestro della direttrice di "Care International" - era la richiesta americana di spostare 650 soldati britannici dal sud dell´Iraq, finora tranquillo, a zone ben più pericolose. Ieri Blair e il ministro degli Esteri Straw hanno confermato che la richiesta sarà accolta, negando che ci sia dietro un "favore politico" a un Bush alle ultime battute della campagna elettorale e in cerca di prove che in Iraq non è solo. «Ma perché allora, con 130 mila americani in Iraq, Washington ha bisogno di 650 nostri soldati?», chiede maliziosamente Michael Howard, leader dell´opposizione conservatrice. L´idea viene giudicata pessima anche dal più influente organo d´informazione britannico, il Financial Times, che afferma in un editoriale della direzione: «La richiesta di truppe andrebbe respinta. Farsi coinvolgere sempre di più in una fallimentare strategia americana non è una ricetta per andare avanti. E´ una ricetta per precipitare nell´abisso».

Giudizi pesanti come macigni, ma ce ne sono altri ancora. Passa da Londra il segretario dell´Onu, Kofi Annan, e incontrando Blair ammonisce a usare "moderazione" nelle operazioni militari in Iraq: «Ci sono due guerre da vincere, quella per i cuori e le menti degli iracheni, e quella per diminuire la violenza. Rappresaglie non calibrate faranno perdere la prima». Arriva il rapporto annuale dell´autorevole Istituto di Studi Strategici Internazionali, e vi si legge che la guerra in Iraq ha aumentato sia il terrorismo internazionale, sia la forza di al Qaeda. E per finire c´è sempre qualcuno che non perde occasione di ricordare che Saddam Hussein non aveva armi di distruzione di massa né legami con Osama bin Laden. Morale: di sicuro Tony Blair spera che Margaret Hassan sia presto rilasciata. Ma è legittimo chiedersi se, come e quando sarà lui, il primo ministro, a liberarsi dall´incubo iracheno.

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