Da La Repubblica del 31/07/2004

Parla il presidente di Msf

"Lasciamo Kabul siamo nel mirino dei Taliban"

Uccisi 5 dei nostri, inchiesta insabbiata

di Francesca Caferri

Dopo 24 anni di presenza in Afghanistan i "Medici senza frontiere" gettano la spugna. Con una nota diffusa nei giorni scorsi l´associazione umanitaria ha fatto sapere che chiuderà entro pochi giorni tutte le cliniche e i presidi medici nel paese «in ragione degli assassinii, delle minacce e dell´insicurezza». «È una scelta che ci è costata molta fatica: la gente lì aveva ancora moltissimo della nostra presenza, ma non siamo più in grado di garantire la sicurezza dei nostri volontari», spiega Stefano Savi, presidente di Msf Italia. Dei motivi che hanno ispirato la decisione Repubblica ha parlato con Rowan Gillies, presidente internazionale di Msf.

Perché andate via ora che l´Afghanistan si avvia alle sue prime elezioni libere da decenni? Considerate concluso il vostro compito?
«Assolutamente no. Ma ci sono molti motivi per farlo. Il primo l´uccisione di cinque dei nostri volontari in giugno. La maniera in cui il governo ha condotto l´inchiesta (i responsabili dell´agguato sarebbero stati individuati, ma non sono stati arrestati, ndr): non possiamo lavorare in queste condizioni. Inoltre, abbiamo saputo di essere stati inclusi dai Taliban nella lista degli obiettivi da colpire. Ci accusano di lavorare per la Coalizione, di essere parte di una forza che sentono come occupante. Noi siamo un´associazione indipendente, curiamo i malati, non siamo dalla parte di nessuno, e questo abbiamo cercato di farlo capire dall´inizio dei bombardamenti. Ma il messaggio non è passato, anche per responsabilità della Coalizione».

In che senso?
«Sin dall´inizio in questa guerra gli americani hanno creato confusione fra il ruolo degli umanitari e quello dei militari, subordinando gli aiuti alle informazioni ricevute, mandando soldati vestiti da civili a distribuire cibo, usando macchine senza insegne simili alle nostre. Lo abbiamo detto più volte, che questo portava pericoli per gli umanitari, ma non siamo stati ascoltati. La morte di cinque dei nostri è stata la conferma che avevamo ragione: la maniera in cui questa crisi è stata gestita ha tolto spazio alla possibilità di essere indipendenti».

Ma il pericolo non c´era anche durante la guerra civile o sotto i Taliban?
«Era diverso. Oggi siamo l´obiettivo degli attacchi. Mai prima di ora siamo stati forzati a prendere posizione per una delle due parti: non abbiamo voluto farlo. Siamo indipendenti dalla Coalizione, non lavoriamo con loro. Ma nonostante questo siamo diventati un bersaglio».

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