Da Corriere della Sera del 04/08/2004

Arafat il recluso non vede le rivolte palestinesi. Un compleanno senza dubbi nella Mukata

Il raìs, che compie oggi 75 anni, non vuole farsi da parte: «Ho ancora qualche anno buono»

di Alessandra Coppola

RAMALLAH - A vederlo da vicino, il vecchio Arafat sembra in forma. Il labbro inferiore trema un po'. Le mani, piccole e bianche per le macchie dell'età, sono ogni tanto incerte. Ma il passo è spedito, la voce quasi chiara, il volto disteso. E se non bastasse l'aspetto, a confermarlo ci sono gli esperti dei servizi segreti israeliani, che - premurosi - controllano costantemente lo stato di salute del raìs: il peggio è superato, dice l'ultimo «bollettino», Abu Ammar se la passa meglio dell'anno scorso e festeggerà oggi il suo 75esimo compleanno con la prospettiva di «ancora un po' di anni buoni» davanti a sé.

L'impressione di discreta salute lunedì sera era influenzata anche dall'ottimo umore del presidente palestinese. Impettito ed emozionato nell’interpretazione del nonno che aspetta la visita dei nipoti, Yasser Arafat ha ricevuto nel suo fortino una delegazione dello European Youth Forum, organizzazione-ombrello per un centinaio di associazioni, che lavora per sostenere gli interessi dei giovani presso le istituzioni europee e internazionali. Il Corriere era con loro.

Attraversata la grotta di sacchi di sabbia che protegge l'ingresso, si accede all’«ala-raìs» della Mukata, la parte del compound che più porta i segni dell'assalto israeliano del 2002 e che per metà è ancora un ammasso di macerie. E' lì, al primo piano, che è ancora asserragliato Arafat. «Sono come un prigioniero», ripete. Da quasi tre anni chiuso lì dentro, a guardare dalla finestra quello che succede nei Territori. O a farselo raccontare dagli altri. «Siete stati a Betlemme? - chiede ai ragazzi -. E quanto tempo ci avete messo per passare? E a Gaza siete stati? Avete visto quello che sta succedendo a Beit Hanoun?». I suoi fedeli e sempre presenti collaboratori lo aggiornano, suggeriscono, lo correggono se si confonde. Lui prende una foto e la mostra al contrario, loro sono pronti a girargliela e a metterla nel verso giusto.

La porta semiaperta, in una stanzetta si intravede un lettino da infermeria. Di fronte, un piccolo studio. Sulla scrivania, la carta intestata dell'Olp, con la scritta «Ufficio del presidente», un telecomando per la tv, un altro per l'aria condizionata. Ma si capisce che non è qui che Arafat lavora. Il suo vero studio è la stanza con il tavolo lungo di legno chiaro dove si tengono le riunioni dei vertici. E' qui che accoglie la delegazione, seduto al suo posto, dietro una trincea di fogli impilati, lampade ad olio, roselline colorate in un'ampolla di vetro, una statuina di legno raffigurante due cavalli, un’aquila di bronzo («Me l'ha regalata il Rabbino Hirsch»), una colomba stilizzata d'argento («Viene dal Centro Shimon Peres»), un cornetto di corallo in una cornice nera, una scatola di fazzoletti, uno stendardo rosso del «Partido socialista de Chile»...

«Questo me l'hanno spedito - prende un quadro appeso al muro - viene dall'Europa: vedete, i Re magi che seguono la stella. Ricordate l'episodio nella Bibbia, vero? Ma non possono passare perché adesso c'è il muro…». I delegati provano a spiegare quello che realmente sono venuti a fare in Terra Santa: «Siamo stati qui in missione - dice il presidente del Forum, l’italiano Giacomo Filibeck - per approfondire la condizione dei giovani in Palestina e in Israele, il livello della loro partecipazione ai processi decisionali. Oltre il 50 per cento della popolazione palestinese è costituita da giovani. Noi crediamo che possano veramente essere non parte del problema, ma parte della soluzione...».

«Sono i nostri eroi», lo interrompe il raìs. Avrà pure vestito i panni del nonno premuroso per questo incontro, ma non gli sfugge il senso di quello che i delegati gli stanno dicendo. E la portata politica. Da quando dieci anni fa ha lasciato il suo esilio a Tunisi per mettere di nuovo piede in Palestina, Arafat, ben ancorato alla sua poltrona, sta fronteggiando l'attacco interno più duro. E’ uno scontro anche generazionale: da una parte la vecchia guardia che ha guidato la rivolta dall'estero; dall'altra gli ex ragazzi della prima intifada (Mohammed Dahlan in testa) che spesso sono stati in celle israeliane, e che adesso criticano la corruzione e l'opacità dei «tunisini» e puntano apertamente a rimuovere i vertici. La resa dei conti sembra avvicinarsi.

E il raìs allora cambia discorso. «Noi non chiediamo la luna - dice - chiediamo solo ciò che ci è stato offerto. Che la road map sia attuata... E invece continua l'escalation militare: contro la nostra gente, i nostri campi, le nostre infrastrutture... E questo muro di separazione, Muro di Berlino... Hanno sbarrato anche la via che collega la Chiesa della Natività di Betlemme col Santo Sepolcro di Gerusalemme. Mai chiusa prima nella storia. Come può essere accettato? Ricordate quando i talebani hanno toccato i Buddah quale è stata la reazione? E invece qui...». Mostra delle fotografie: la statua della Madonna bersagliata a Betlemme, una chiesa distrutta… « Here we are », a questo punto siamo. E sospira, stanco. Si rianima per continuare a parlare del «Muro di Berlino»: «Hanno confiscato il 58 per cento delle nostre terre, guardate». Indica una mappa appesa alla parente con il tracciato della barriera. «Che cosa ci resta? Cantoni? Magari! Prigioni sono! Non abbastanza per instaurare il nostro Stato della Palestina...».

«Tutto stanno distruggendo: il piano Tenet, l'intesa di Taba, Wye River, l'accordo al giardino delle rose che ho firmato col mio amico Rabin, ricordate? Tutto distrutto… Ogni giorno mandano elicotteri, razzi, tank, e bulldozer, che devastano le nostre campagne». Un altro aneddoto per i ragazzi europei: «San Pietro andando da qui a Roma portò con sé dei piccoli alberi di ulivo». Chiude le mani come a tenere delle piantine. «Il Papa me l'ha raccontato, quando ci siamo incontrati nel 1982 in Vaticano. "Vedi questi alberi intorno a noi? - mi disse -. Sono palestinesi…". Il 64 per cento dei nostri ulivi sono stati distrutti dagli israeliani. Quanti anni, quanti soldi ci vorranno per ricostruire tutto...». Sospira, fa la faccia triste. « Here we are . Anche gli americani hanno bloccato gli aiuti. Mandano solo soldi a Israele per il Muro...». Si interrompe. E' il momento delle fotografie («il suo preferito», dice un collaboratore). Il raìs ringrazia e saluta. Con un appello finale: «L'Europa nei prossimi mesi ha un ruolo importante. Perché gli Stati Uniti sono in campagna elettorale e sono completamente concentrati sul voto. L'Europa è fondamentale, non lo dovete dimenticare».

Si sta facendo tardi, tra un po' il check point per uscire da Ramallah chiude. «Tardi? - dice un suo assistente -. Non per il raìs. Lavora con noi la mattina, una breve pausa, quindi riprendiamo alle 5 del pomeriggio fino alle 2 di notte. E poi lui va avanti da solo». Ormai anche molti dei suoi ex fedelissimi lo vorrebbero, ma a 75 anni il vecchio Abu Ammar non ha nessuna intenzione di andare in pensione.

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