Da Corriere della Sera del 04/07/2004

Successione difficile La Lega alza il prezzo

di Massimo Franco

Per l’uscita di scena è stato scelto un profilo basso, tutt’altro che polemico; e il passaggio delle consegne con Silvio Berlusconi si è rivelato rapido come qualcosa da farsi in fretta e senza dare troppo nell’occhio. Il centrodestra ha una gran voglia di archiviare le dimissioni del ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Soprattutto An e Udc ieri hanno mantenuto il silenzio e il fiato un po’ sospeso, consapevoli di avere colpito e affondato un bersaglio così grosso da rischiare di mettere in mora anche loro. Tremonti non li ha chiamati in causa, se non indirettamente, cercando di accreditare «un equivoco» alla base dell’ultima, fatidica lite di maggioranza. In cambio, ha ottenuto dal presidente del Consiglio, da ieri ministro «ad interim» dell’Economia, il riconoscimento di avere «sempre difeso i conti pubblici in maniera strenua ed esemplare». Senza citare il vicepremier Gianfranco Fini, Berlusconi ha respinto le «accuse ingiuste e ingenerose» rivolte a Tremonti da chi ha «insinuato» che fossero stati «truccati i conti». D’altronde, il premier ha il problema di presentare proprio questi conti domani al vertice dei ministri finanziari europei dell’Ecofin. È un appuntamento nel quale l’Italia espone un altro pezzo della propria credibilità, già scossa dalla resa dei conti notturna.

L’ex superministro ieri ha difeso il governo e se stesso, profetizzando che all’esame dell’Ecofin i numeri illustrati dallo stesso Berlusconi saranno approvati. Ma ormai, quella è una scadenza che la maggioranza si è messa alle spalle, psicologicamente. L’incognita riguarda gli ulteriori contraccolpi del dopo-Tremonti nella coalizione di governo: la scelta della nuova leadership economica, le sue competenze, i pericoli di crisi.

Le ipotesi oscillano fra soluzioni prestigiose come quella del commissario europeo Mario Monti, e altre più di compromesso. Ma i margini di opposizione nella maggioranza si sono assottigliati. E gli alleati debbono tenere conto dell’attenzione preoccupata del Quirinale. Le resistenze si sono trasferite da An e Udc alla Lega, uno dei vertici storici dell’«asse del Nord» spezzato dalle convulsioni seguite al voto europeo. È il partito di Umberto Bossi a mostrarsi in tensione, dopo avere avallato di fatto il siluramento di Tremonti. L’altra notte, i plenipotenziari leghisti erano apparsi interessati soprattutto a garantirsi la riforma federalista.

Ma La Padania di oggi ospita una breve intervista a un Bossi tuttora convalescente. Il leader indica Berlusconi come garante del federalismo; e tuttavia lo accusa velatamente di non avere difeso il «padano» Tremonti. È un credito con riserva confermato da Roberto Maroni. «Senza Tremonti - commenta - diminuiscono le garanzie sul rigore della spesa e sulle riforme federali». Non è chiaro quanto sia tattica, e quanto il segno di una Lega divisa. Sembra comunque il presagio di una seconda ondata di trattative al rialzo e di egoismi di partito: una miscela pericolosa per le prospettive della legislatura.

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