Da La Stampa del 16/06/2004

Si apre oggi a Parigi un forum internazionale per contrastare la diffusione dei siti antisemiti

Internet razzista? Chiediamo aiuto agli hacker

di Anna Masera

Scrive ai suoi clienti la banca svizzera Raiffeisen: «Attualmente in Internet circolano numerose e-mail a contenuto razzista che purtroppo anche i clienti Reiffeisen talvolta ricevono. Il contenuto e l’indirizzo del mittente vengono falsificati. Può effettivamente accadere che i clienti ricevano e-mail di questo genere con mittente nome.cognome@raiffeisen.ch e che siano quindi indotti a pensare che l’autore del messaggio sia un collaboratore di Raiffeisen.

Desideriamo ribadire che l’indirizzo del mittente viene falsificato e che l’e-mail non proviene in alcun modo dal nostro gruppo. Raiffeisen non invia mai messaggi in cui si richiedono informazioni personali o dati confidenziali. Si consiglia di non aprire mai le e-mail di provenienza sconosciuta e di attenersi sempre alle norme di sicurezza».

Tra lo «spamming», la posta elettronica spazzatura, ci sono le email con contenuto razzista. Ne siamo invasi. Con un buon programma anti-virus e anti-spam dovremmo riuscire a liberarcene. Ma il problema del razzismo su Internet non si limita qui: ci sono i siti Web dai contenuti inaccettabili, accessibili a tutti, difficilmente cancellabili. Quando venne arrestato il ragazzo che sparò contro Chirac nell’attentato del 14 luglio 2002, si scoprì che apparteneva a un gruppo naziskin con tanto di sito Web che incitava alla violenza. Il governo francese lo fece chiudere. Il problema è che un sito Web, come un indirizzo email, può essere riaperto in quattro e quattr’otto, e così il problema del razzismo online diventa ingovernabile.

È per questo che oggi e domani si terrà a Parigi una conferenza contro il razzismo e l’antisemitismo su Internet. Sotto l’egida dell’Osce, l’organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, la conferenza è stata fortemente voluta dalla Francia, che recentemente fa sempre più fatica ad arginare gli episodi di odio e violenza contro ebrei e musulmani. Ma che c’entra Internet? I siti offensivi si moltiplicano e il governo francese vuole stroncarli. Ad inaugurare la conferenza, che fa seguito a quella che si è tenuta a Berlino a fine aprile, sarà oggi il ministro degli affari esteri francese Michel Barnier, mentre Renaud Muselier, il segretario di Stato per gli affari esteri, che ha scritto un commento su Le Monde dal titolo-slogan «No a l’Internet razzista e antisemita!», domani concluderà i lavori. Oltre ai 55 paesi membri invitati, saranno presenti sei paesi partner dell’Osce (Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Giordania e Israele) oltre ai rappresentanti delle Ong a agli esperti di Internet.

L’obiettivo, sostengono gli organizzatori, non è fissare una regolamentazione comune contro la propagazione su Internet della xenofobia, ma definire un «codice di buona prassi». Servirà?

Negli Usa, la Costituzione protegge la totale libertà di espressione. Questo è un problema per l’Europa, visto che su quattromila siti razzisti recensiti, 2.500 sono situati negli Stati Uniti. Un anno dopo il famigerato 11 settembre, nonostante il giro di vite americano contro il cyberterrorismo, la libertà di espressione totale venne difesa addirittura da Eli Wiesel, premio Nobel per la pace 1986, memoria vivente di Auschwitz (dove entrò a 16 anni e vi perse madre e sorella) e di Buchenwald (dove perse il padre): «Tutti devono avere garantito il diritto di espressione» dichiarò in un’intervista. Anche su Internet. Compresi i siti antisemiti, razzisti e xenofobi: «Tutti devono parlare. Poi è la gente che deciderà dei messaggi che riceve». A chi gli chiese se sarebbe stato possibile nell’era digitale creare le condizioni affinché la gente possa sapere che certi messaggi sono sbagliati, Wiesel rispose: «Oggi come ieri la verità ha dei nemici, nemici che non vogliono che la verità sia liberata, che diventi per tutti.

Noi possiamo solo aiutare gli amici della verità: quelli che difendono i diritti degli uomini in ogni parte del mondo...L'informazione è cosa ben diversa dalla verità. L'informazione è il mezzo tanto quanto la verità è il fine. Gli uomini devono imparare a trasformare l'informazione in conoscenza e questa in coscienza. E' un'operazione etica» cioè «la coscienza dell'altro». Uno sforzo morale, un tentativo di «far diventare la memoria universale parte della mia memoria».

In Europa, l’atteggiamento verso la libertà di espressione è diverso.

Nel vecchio continente molti paesi hanno leggi contro la diffusione di ideologie xenofobe (persino la Svizzera). Per Ignasi Guardans, il deputato spagnolo del gruppo Liberale, Democratico e Riformatore (LDR) dell'Assemblea parlamentare e relatore della Commissione Affari Legali, è necessario un Protocollo addizionale alla convenzione internazionale sulla Criminalità informatica, per introdurre nelle legislazioni dei Paesi firmatari disposizioni legali che permettano di lottare contro la diffusione dei messaggi razzisti su Internet. Raccomanda di introdurre anche un articolo che penalizzi i siti che ospitano materiale offensivo.

Su Internet si trovano i pro e i contro di ogni corrente di pensiero, nel bene e nel male. Ci sono i siti per la difesa dei diritti umani, contro il razzismo e l'antisemitismo. E ci sono almeno altrettanti siti xenofobi, o forse di più: perchè chi vuol propagare un'ideologia estremista è più motivato a utilizzare i sistemi istantanei di divulgazione digitale. Il problema è cercare di ingabbiare Internet applicando le leggi locali. In Francia ancora brucia la clamorosa sconfitta in tribunale del governo nel suo tentativo di costringere Yahoo! ad oscurare le aste di cimeli nazisti. In Italia, la polizia postale ha cercato di obbligare i fornitori di accesso Internet a bloccare i siti o anche solo i contenuti digitali osceni e offensivi (non solo razzisti, il problema è lo stesso anche per quelli pedofili). Il risultato? La ribellione dei fornitori di accesso a Internet, schiacciati da responsabilità e obblighi difficili da adempiere (come quello di conservare traccia di tutte le transazioni online) e di chiunque abbia un sito Web, che grida alla violazione della privacy.

Mentre dal punto di vista tecnico, le direttive che mirano a controllare Internet non sono applicabili finchè la caratteristica degli indirizzi numerici dei siti da bloccare è di mantenere l'«url» (l’indirizzo www), ma di cambiare l'indirizzo Ip (Internet protocol) ogni volta che viene bloccato. Non solo: i suddetti siti sbandierano con email a mezzo mondo ed elenchi di link infiniti l’«intollerabile censura alla libertà di espressione» e finiscono per farsi ulteriore pubblicità. Così, la guerra contro di loro rischia di trasformarsi in boomerang. Vale la pena ricordare il principio della Common Law britannica: una legge che non si può applicare non è soltanto inutile, ma indebolisce la Legge in generale.

Il rischio quindi è che la caccia ai siti di organizzazioni razziste e antisemite non solo sia inefficace, ma addirittura controproducente. Troverebbero immediatamente altre sedi per esprimere le loro idee. Bisognerebbe allora vietare tutti i siti interattivi, non soltanto quelli dei media, e tutti i software che permettono di crearli. Si vuole forse disinventare ciò che è stato inventato? Hacker libertari ricostruirebbero subito siti interattivi «underground» per il gusto di andare contro il proibito.

Forse però sta proprio qui la soluzione: così come le aziende e le banche impiegano coloro che riescono a penetrare i loro codici segreti per garantirsi una migliore sicurezza, i governi e le organizzazioni di difesa dei diritti umani dovrebbero puntare ad arruolare hacker: sono contrari a qualsiasi censura su Internet, persino contro quella che vorrebbe bloccare i siti più estremisti nell'intolleranza e la discriminazione, ma hanno un’etica. Non sono a favore dell'intolleranza e della discriminazione, al contrario: sanno bene che se dovesse vincere quella tendenza, la limitazione della libertà di espressione sarebbe ben peggiore. Internet si sta dimostrando un sistema potente per condividere la conoscenza con il libero scambio di informazioni noto come «peer-to-peer file sharing» (o P2P). Anzichè proclamare codici di buona prassi che lasciano il tempo che trovano, e anzichè, nel nome della sicurezza, cercare di controllare Internet dall’alto, basterebbe incentivare gli hacker e gli «sharer» ad autoregolamentarla dal basso.

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