Da Il Manifesto del 15/06/2004

BIPOLARISMO

Il paese anormale

di Ida Dominijanni

Trattandosi di elezioni europee, la materia prima di discussione dovrebbe essere quel misero 44% di votanti su scala continentale che la dice lunga sull'indifferenza, prim'ancora che sullo scetticismo o il rifiuto, da cui il progetto dell'Unione è circondato nell'opinione pubblica. Un dato che non solo fotografa il carattere verticistico e burocratico, oltreché neoliberista e neogovernativo, della costruzione europea com'è stata fin qui concepita, ma getta molte ombre sull'illusione che il vecchio continente porti spontaneamente nel suo Dna gli anticorpi alla degenerazione della politica e della partecipazione democratica che verrebbe invece dal continente nuovo: la crisi della politica non risparmia nessuna delle due rive dell'Atlantico. L'Italia fa eccezione, col suo 73% di partecipazione al voto? Sì e no. Restano nel «caso italiano» una familiarità con il linguaggio della politica e una tensione fra società e rappresentanza che altrove non ci sono. Ma collocato nell'onda lunga della cosiddetta transizione italiana, il voto di sabato e domenica, europeo e amministrativo, non scioglie ma ripresenta i problemi di fondo della transizione stessa. A partire dalla natura del bipolarismo nostrano.

E' vero è che la sconfitta di Berlusconi, dovuta non a ragioni dell'ultima ora ma alla consumazione della sua immagine e dei suoi miraggi, apre la strada alla fine dell'anomalia numero uno del sistema politico e istituzionale, incarnata nella sua figura e nel conflitto d'interessi di cui è portatrice. Ma è anche vero che essa scuote quella costruzione bipolare di cui Berlusconi è stato il collante principale, imponendo al suo campo, ma anche a quello avversario, la forma personalizzata e monarchica della leaderhip di coalizione. Con il suo ridimensionamento questa forma crolla nel centrodestra; ma se uno dei due poli cambia forma, l'altro non resterà indenne.

Per quanto infatti Prodi e Fassino abbiano impiegato la giornata di ieri a ribadire la buona riuscita dell'esperimento del listone e le magnifiche sorti che esso aprirebbe al riassetto del sistema politico, le prospettive non sembrano affatto così rosee. Il punto infatti non è solo la consistenza, bensì la natura della lista, e domani del partito, a tre ruote. Ed è un punto che non riguarda solo i destini del centrosinistra, dei suoi rapporti di forza interni, dell'accordo programmatico con la sinistra radicale che da queste elezioni esce confortata e rafforzata; riguarda i destini dell'intero sistema.

La riduzione dell'antico caso italiano, ovvero la costruzione del «paese normale» di dalemiana memoria modellato sull'alternanza all'europea, doveva avere come perno la costruzione di un partito post-comunista, ma di sinistra, per quanto moderata e riformista, capace di guardare e di aggregare alla sua sinistra e radicato nel socialismo europeo. Viceversa il triciclo si va configurando come una formazione centrista, nella sua nervatura e nei suoi contenuti, con lo sguardo rivolto al centro (cattolico), e decentrata rispetto alla sinistra europea (a sua volta tutta da ricostruire dopo la doppia sconfitta di Blair e Schroeder). Il che, a onta della vulgata prevalente nell'ultimo decennio, non agevola ma blocca l'alternanza, impedisce in partenza un «sano» funzionamento del bipolarismo, e tende semmai a ripristinare l'antica vocazione del sistema politico italiano al patteggiamento e alla stagnazione centrista. Che, facile previsione, i fasti elettorali dei cattolici della Cdl non potranno che incoraggiare.

Provvisoriamente rimossi per la conta elettorale, i conflitti sulla la natura del listone e sui suoi rapporti con la sinistra europea e con la sinistra radicale italiana non potranno che tornare a galla molto presto. A meno di accontentarsi di aver costruito un paese del tutto anormale, con una società civile spaccata verticalmente in due e un bipolarismo politico di facciata impantanato al centro.

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