Da La Repubblica del 29/03/2004

Noi spettatori del male

ResponsabilitÓ e informazione: un┤analisi dei nostri comportamenti

La mole crescente di notizie sulla violenza commessa nel mondo ci mette davanti a una nuova sfida etica. Sapremo raccoglierla?
La tecnica difensiva del "non sapevo" è stata sostituita con un´altra strategia: "Se soffrono è per colpa loro" Una lezione a Milano del grande sociologo
Saremo capaci di sopportare con integrità la conoscenza della miseria umana?
Invece di aiutare la comunicazione il flusso informativo la rende più difficile

di Zygmunt Bauman

Circa mezzo secolo fa, assistendo alla nascita di una rete planetaria di emittenti radio, Alfred Weber (fratello minore di Max Weber, anch´egli brillante sociologo benché meno celebre) osservò che il mondo si era molto rimpicciolito, e perciò era quasi impossibile in tutta onestà fingere di ignorare quello che succedeva. Non ho sentito parlare Alfred Weber; posso solo ritrovare le sue affermazioni in testi a stampa. Eppure, leggendolo, colgo nella sua voce una mescolanza di due emozioni: ansia e speranza.

Ansia: fragili come sono, gli esseri umani saranno all´altezza della nuova sfida? Saranno capaci di sopportare con pazienza, integrità e dignità l´enorme peso dell´informazione - di conoscere tutta la miseria umana, il male commesso quotidianamente e le sofferenze delle vittime? O non cercheranno - in modo vile, meschino e deprecabile - di sottrarsi a quel peso con calunnie reciproche, insulti, inutili polemiche e aperte rivalità, scorgendo colpevoli e malfattori ovunque tranne che in casa propria?

E speranza: non potrebbe darsi che, finalmente, ora che tutti conosciamo le sofferenze altrui, e non possiamo più addurre l´ignoranza a nostra discolpa, ci assumeremo le nostre responsabilità e correremo a portare aiuto a chi soffre quando e dove ce n´è bisogno, e a chiunque ne abbia bisogno? Che ci mostreremo all´altezza della sfida etica che il nostro nuovo sapere comporta? (?)

Non è solo che il volume dell´informazione prodotta, trasmessa e distribuita è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi decenni. La quantità di informazione «disponibile» ha raggiunto un livello davvero senza precedenti; ma ancora più gravido di conseguenze è il cambiamento della qualità dell´informazione che oggi in tutto il mondo raggiunge le nostre case.

La radio, come i giornali e le riviste, raccontava: e i suoi racconti potevano essere considerati molto o poco credibili, importanti o irrilevanti, emozionanti o noiosi. La televisione trasmette immagini - vivaci, luminose, nitide, esplicite, drammatiche, spettacolari; immagini «più vere del vero», in certi casi tecnicamente «più perfette» di quanto la realtà potrà mai sognare di essere. Oggi sono le immagini televisive a fissare i parametri in base ai quali misurare la qualità di ciò che «è reale». I prodotti in bella mostra sugli scaffali dei negozi portano a volte etichette promozionali con la scritta as seen on Tv, «come l´avete visto in Tv» (e questa diventa la garanzia ultima e più autorevole che l´oggetto che avete di fronte è proprio quello che cercavate). Ciò che sancisce il valore delle merci in un negozio funziona altrettanto bene come criterio di autoaffermazione umana. Cartesio potrebbe forse modificare il suo cogito... in: «sono apparso in Tv, quindi sono...». (?)

Così oggi siamo tutti - consciamente o no, volontariamente o no - spettatori globali; testimoni oculari del male inflitto agli esseri umani ovunque nel mondo. Non ne sentiamo soltanto parlare - vediamo il male nel momento in cui viene compiuto, anche se facciamo poco, o niente del tutto, per rimediare alle sue conseguenze, e meno ancora per prevenirne i danni. Nella replica quotidiana del dramma mondiale dell´umana sofferenza siamo scaraventati nel ruolo di spettatori. Il male ci è mostrato in azione, assistiamo alle sue conseguenze terrificanti e non possiamo più farci scudo dell´ignoranza: il non sapere sarebbe solo una dimostrazione di cattiva volontà, visto che potremmo sapere, e sapremmo, se solo volessimo.

Essere spettatori significa esporsi a una gigantesca sfida etica. Vedere il male in azione pungola la coscienza, la percuote. Posso fare qualcosa per fermarlo? Quanto contano le mie azioni (o la mia inerzia)? Hanno forse contribuito, per quanto indirettamente, al compimento del male? (?)

Ci sono anche altri sintomi: per esempio, lo spettacolare successo del titolo di un articolo pubblicato su un oscuro periodico da Edward Lorenz, un paio di decenni or sono: Il battito di ali di una farfalla in Brasile può causare un tornado in Texas? L´ «effetto farfalla» è diventato da allora un modo di dire comune e oggi è familiare a chiunque. Per assurgere a tanta celebrità, l´espressione deve aver toccato un tasto sensibile facendo affiorare qualcosa che era stato sepolto nelle buie profondità del subconscio. Non siamo un po´ tutti come la farfalla brasiliana? Allegri e spensierati agitiamo le ali; dopo qualche giorno apprendiamo del tornado in Texas, ma il dubbio che le due cose siano collegate non ci sfiora nemmeno. Con un simile sospetto è difficile vivere in pace; perciò, chi non cercherà, ostinatamente e perfino disperatamente, di allontanarlo e ricacciarlo indietro? E quale modo migliore, volendolo bandire dalla vista e dal pensiero, del negarne la verità, malgrado tutte le prove del contrario? O, in alternativa, negare di sospettare, e tanto meno di conoscere, tale verità?

Ma la tecnica del «non lo sapevo», un tempo tra le più diffuse forme di negazione della colpa, è diventata oggi del tutto inutilizzabile a causa dell´esplosione delle comunicazioni. Perciò la sua funzione è stata rimpiazzata dall´espulsione dei sofferenti dal campo dell´obbligo morale: soffrono, questo è vero, ma sono essi stessi la causa dei propri mali - per passività, debolezza, pigrizia o disonestà. Non sono davvero umani, non «in pieno», non nel modo in cui noi lo siamo - perciò non hanno diritto al trattamento dovuto agli esseri umani. Di conseguenza, non fare nulla per alleviare il loro dolore non è una colpa, un difetto morale, quod erat demonstrandum.

Il fascino di questa giustificazione è grande, e cresce col numero delle vittime della cui sorte, grazie a immagini onnipresenti ed esplicite, siamo consapevoli. La tentazione sembra irresistibile; ma è una tentazione odiosa che dobbiamo respingere, se non vogliamo che l´esplosione dell´informazione aggiunga la beffa al danno, producendo ancora più inumanità e insensibilità nello stile del «sono-solo-uno-spettatore». In quanto induce ad accampare simili scuse, la tanto decantata «esplosione dell´informazione» è un pericolo per l´umanità, e non fa presagire niente di buono per la comunità umana. Invece di facilitare la comprensione, l´aumento dell´informazione rischia di renderla ancora più difficile.

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