Da Corriere della Sera del 25/02/2004

Louis Menand rievoca i fondatori di una corrente intellettuale che tuttora esprime lo spirito profondo dell’America

E i neocon tradirono i padri del pragmatismo

di Sergio Romano

Due neoconservatori americani, Richard Perle e David Frum, hanno riassunto le loro bellicose tesi in un libro intitolato An End to Evil: how to Win the War on Terror («Estirpare il male: come vincere la guerra contro il terrore»). Più recentemente, in un articolo per il Wall Street Journal , hanno polemizzato con tutti coloro (fra cui alcuni influenti rappresentanti del dipartimento di Stato) da cui sono considerati pericolosi ideologi, incapaci di affrontare le questioni internazionali con criteri pragmatici. In Europa la parola «pragmatismo» è sinonimo di flessibilità, buonsenso, realismo. Ma negli Stati Uniti evoca immediatamente una corrente di pensiero che fu, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, il primo contributo di una giovane nazione alla storia della filosofia occidentale.

L’accusa «non sei pragmatico» (da noi, tutt’al più, una battuta polemica) può essere quindi un insulto intellettuale. Punti sul vivo, Perle e Frum hanno rovesciato l’accusa sui loro avversari e scritto, tra l’altro: «Quando coniarono il termine pragmatismo, 150 anni fa, William James e Charles Peirce intendevano qualcosa di più della semplice "praticità". James e Peirce affrontavano il problema della verità. La verità, sostenevano, non è una cosa trascendente che esiste al di là della esperienza umana. E’ qui, fra noi, sulla terra. Se la fede in una idea conduce a risultati positivi, l’idea è vera. Se conduce a risultati negativi, è falsa». Mancano di pragmatismo quindi, secondo Perle e Frum, tutti coloro che hanno creduto nella buona fede di Arafat, nel dialogo diplomatico con l’Iran degli ayatollah , nel ruolo dell’Onu, nell’utilità di rapporti cordiali con i regimi autoritari del Medio Oriente, nella possibilità di tenere a bada Saddam senza distruggerne il regime. Se un giornalista vuole descrivere il dibattito in corso a Washington sulla politica estera americana, concludono i due autori, dica piuttosto che esistono due fazioni: da un lato i pragmatici neoconservatori, dall’altro gli ideologi della diplomazia morbida.

Per chi voglia capire meglio ciò che la parola «pragmatico» significa negli Stati Uniti, esiste ora la traduzione italiana di un libro apparso in inglese nel 2001: Il circolo metafisico. La nascita del pragmatismo in America . L’autore è Louis Menand, storico della letteratura anglo-americana e professore alla New York University. A dispetto del titolo, il suo libro non è un trattato di filosofia. Anziché esaminare questa corrente di pensiero con gli strumenti della speculazione intellettuale, Menand ha preferito «raccontarla», disegnando un grande affresco di storia sociale e culturale americana tra la guerra di secessione e la fine della seconda guerra mondiale: le consuetudini familiari, gli ambienti sociali, le vicende politiche e militari, le università, i movimenti confessionali, lo straordinario sviluppo economico dopo la guerra civile. I personaggi di questa grande saga culturale sono quattro e coprono un arco di tempo che va dai primi decenni dell’Ottocento alla metà del Novecento. Il solo che non possa definirsi propriamente filosofo è Oliver Wendell Holmes (1841-1935), volontario nella guerra di secessione, magistrato e, nell’ultima fase della sua vita, uno dei più noti, ammirati e discussi giudici della Corte suprema americana. Gli altri sono William James (1842-1910), fratello di Henry, Charles Sanders Peirce (1839-1914) e John Dewey (1859-1952).

Grazie al taglio narrativo e descrittivo del libro di Menand, le grandi linee di questo movimento filosofico trovano un perfetto riscontro nella storia americana. Il pragmatismo discende dalla filosofia empirica di Hume e dal positivismo, ma ha sin dagli inizi una carica di energia e volontarismo che lo rendono perfettamente adatto alle esigenze di una società giovane e dinamica. Non crede nell’esistenza di idee astratte e categorie ideali.

E’ convinto che le idee siano strumenti di lavoro, concepiti per affrontare e risolvere i problemi del mondo, destinati a durare il tempo della loro utilità. Per Holmes, quindi, non vale la pena di leggere i libri che hanno più di vent’anni. E aggiunge: «La verità è solo il nome dato a ciò di cui un individuo non riesce a dubitare. Tutto quello che intendo per verità è il cammino che devo percorrere».

Collocato nella storia del pensiero occidentale fra Ottocento e Novecento, il pragmatismo è una teoria della prassi, come il marxismo e certe filosofie dell’azione che andarono di moda in Europa in quegli anni. Ma ha una forte connotazione liberale. E’ la dottrina di una società giovane, libera da costrizioni e servitù intellettuali, pronta a sperimentare e a verificare sul campo il valore di una tesi, la bontà di un’idea. Come teoria filosofica può essere discusso, criticato, confutato. Letto e interpretato come «manuale di vita», permette di capire meglio l’entusiasmo, l’impazienza, la capacità di innovazione e di autocritica della società americana.

Secondo Menand, alle origini del pragmatismo vi sarebbe per l’appunto una sorta di autocritica. Quando partì volontario per la guerra di secessione, il giovane Holmes era un abolizionista, convinto che occorresse imporre al Sud la revoca delle leggi sulla schiavitù e che tale obiettivo bastasse a giustificare il conflitto. Combatté, vide morire accanto a sé i suoi amici e compagni di studi, fu ferito tre volte e apprese da un medico, mentre giaceva sul letto di un ospedale con una palla di fucile nel petto, che le sue ore erano contate. Ne uscì vivo, ma non dimenticò mai la battaglia di Ball’s Bluff, in cui il suo reggimento, il 20° Massachusetts, perdette più di metà dei suoi uomini. Questa esperienza modificò le sue vecchie certezze.

Capì che l’abolizionismo, nelle forme assunte in alcune zone della società yankee, era una ideologia e che ogni certezza conduce alla violenza.

Continuò a combattere, ma cominciò a comprendere il patriottismo del Sud, la nobiltà e il coraggio con cui i confederati difendevano il loro modello di vita. Più tardi, riflettendo sulla guerra di secessione, confrontò la fanatica intransigenza degli abolizionisti a quella con cui Calvino e i cattolici si giudicavano a vicenda. Quando dovette definire il meccanismo della democrazia, sostenne l’utilità di un «mercato delle idee», in cui la varietà delle opinioni avrebbe favorito la ricerca delle migliori soluzioni possibili.

In una società in cui il dogmatismo protestante aveva messo forti radici sin dagli inizi, il pragmatismo di Holmes, James, Peirce e Dewey rafforzò i concetti di tolleranza e fu una straordinaria ventata di liberalismo.

Dopo la lettura del libro di Menand, è più facile comprendere il dibattito di Washington sulla politica estera americana. Perle e Frum si dichiarano pragmatici, ma sono eredi di quel dogmatismo abolizionista che ispirò a Holmes la sua autocritica all’epoca della guerra secessione. Sono depositari di certezze ideologiche, di dottrine infallibili e vogliono esportare la democrazia nel modo stesso in cui gli abolizionisti del Massachusetts intendevano imporre le loro convinzioni alla società del Sud.

L’America pragmatica è quella che si interroga sulle conseguenze del conflitto e sulla sua utilità. «E’ vero - disse John Dewey - ciò che è stato verificato». E la «verità» della politica estera neoconservatrice è ancora tutta da verificare.

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