Da Corriere della Sera del 20/12/2003

La nuova destra americana lancia la sfida a un anno dal voto per la Casa Bianca: «Il nostro predominio proseguirà ben oltre il secondo mandato di Bush»

«Sarà il secolo repubblicano»

Offensiva «neocon» in America. Allarme di Hillary Clinton: vogliono cambiare il mondo

di Ennio Caretto

WASHINGTON - A poco meno di un anno dalle elezioni per la Casa Bianca e per il Congresso, un senso d'invincibilità anima i neoconservatori americani. Con modestia Richard Perle, l'ideologo della guerra all'Iraq, giudica solo «probabile» la riconquista dell'una e dell'altro nel novembre 2004. Meno cautamente Ann Coulter, un'attivista che ama fustigare i liberal, annuncia l'avvento del «secolo repubblicano»: il nostro predominio della politica, dichiara con fermezza, «continuerà oltre la scadenza del secondo mandato di George Bush nel 2008».

E' una profezia condivisa dalla maggioranza del partito, che non si rifà soltanto agli attuali sondaggi d'opinione, ma rivisita anche la storia americana dal 1948, quando si tennero le prime elezioni del dopoguerra e che proclama la «rinascita della grande destra». «Da allora i democratici - osserva lo speaker della Camera Dennis Hastert - tennero la presidenza per 24 anni, ma noi, calcolando il 2004, la reggeremo per 32». Secondo Hastert, non è un dato accidentale. L'equilibrio delle forze della prima metà del ventesimo secolo, quando i due partiti occuparono la Casa Bianca per un eguale arco di tempo, afferma, «si spezzò tra il '68 e l'88, il ventennio di Richard Nixon e Ronald Reagan, con l'ascesa dei neoconservatori».

In parte, il trionfalismo dei repubblicani è dovuto alla crisi della sinistra negli Stati Uniti. Newt Gingrich, il leader neoconservatore del profondo sud, le rinfaccia «una crescente paralisi culturale»: «I democratici» scrive «sono ormai il partito del passato, senza più idee, non hanno nulla da contrapporre ai nostri programmi di riforme». Bill Kristol, il direttore del settimanale Weekly Standard , Bibbia della nuova destra, deride l'alleanza tra l'ex vicepresidente Al Gore, sconfitto alle elezioni del 2000, e Howard Dean, il capofila dei candidati anti Bush: «E' un salto indietro al welfare state e al pacifismo degli anni sessanta, rischia di distruggere l'eredità innovatrice di Bill Clinton». Ken Adelman, un membro del Consiglio della politica di difesa, definisce «disfattiste» le accuse al presidente di volere uno Stato di polizia: «I democratici - commenta - non hanno ancora capito quale minaccia rappresenti il terrorismo». Bernard Goldberg, l'autore di «Bias» (Pregiudizio), taglia corto: «I liberal demonizzano Bush perché sono perdenti».

Ma Joe Trippi, il manager della campagna elettorale di Dean, che ha smosso il popolo di Internet, nega che la sinistra sia divisa e sterile, ma Everett Ehrlich, il leader del Comitato per lo sviluppo democratico, lo conferma: «Abbiamo lasciato troppo spazio ai repubblicani». «La nostra debolezza - dichiara Ehrlich, un clintoniano - è la forza dei neo conservatori. E' significativo che Dean sia il capofila dei nostri candidati. Dean è un outisder, quasi il capo di un terzo Partito, ma si sta impadronendo del nostro elettorato». E' un'analisi condivisa da molti big democratici. James Carville, l'ex guru elettorale di Clinton, lamenta la perdita dell’iniziativa «nei campi che una volta erano nostri, la sanità e l'economia». E spiega: «La carta vincente dei repubblicani fu sempre la politica di difesa, si trattasse della guerra fredda o della guerra al terrorismo, furono il patriottismo e la fede religiosa. Ma adesso sono riusciti ad appropriarsi anche della riforma sanitaria e della riforma finanziaria, a sottrarci cioè la tematica sociale». Secondo Carville, il Partito democratico è stato spiazzato dal radicalismo dei neoconservatori e ha difficoltà a riprendersi: «Si era abituato a lottare con i repubblicani moderati mentre ora ha a che fare con dei veri rivoluzionari». A quindici anni dal celebre saggio di Francis Fukuyama sulla «fine della storia», il crollo delle ideologie, i neoconservatori dimostrano che un partito senza un'ideologia aggressiva rischia la sconfitta. Il voto fluttuante minaccia di diventare secondario.

A differenza dell'Europa e dell'Italia, dove la crisi della sinistra ha aperto le porte al centro destra, negli Stati Uniti ha prodotto una destra estrema. Non pochi repubblicani centristi, dal maestro del loro pensiero Kevin Phillips al senatore John Stafford che spesso vota con i democratici, non si riconoscono nei neoconservatori. Ma la marcia degli ideologi dell'amministrazione Bush, dal vicepresidente Richard Cheney al sottosegretario alla difesa Paul Wolfowitz, favorita dalla guerra al terrorismo, appare inarrestabile. In politica interna ne sono espressione concreta il «Patriot Act», la legge che ha istituito, tra l'altro, i tribunali speciali; il segreto che circonda l'operato dell'esecutivo in vicende estranee alla sicurezza nazionale quali lo scandalo Enron, la società bancarottiera del Texas; la crociata del ministro della giustizia John Ashcroft per rendere meno rigidi i confini tra Stato e Chiesa; la riduzione delle tasse a favore dei ricchi e dei potenti. E in politica estera le dottrine unilateraliste di Bush sulla guerra preventiva e l’esportazione della democrazia, se necessario con le armi, come nel caso dello Iraq. La senatrice democratica Hillary Clinton ammonisce invano che «la libertà incomincia con l'informazione» e che «non si può militarizzare la diplomazia». Con la cattura di Saddam Hussein, risale la popolarità del presidente.

Dove i repubblicani storici accettavano l'alternanza, i neoconservatori sembrano volere disconoscerla, come hanno già disconosciuto il multilateralismo. Il loro obbiettivo, avverte l’ex first lady , «è di cambiare l'America e il mondo». Tom DeLay, leader della maggioranza alla Camera, preme sulle lobbies perché cessino di finanziare i democratici, mentre il capo del Pentagono Donald Rumsfeld equipara l'obbiezione alla guerra dell’Iraq al tradimento. Quando Bush fu eletto presidente, ricorda ancora la signora Clinton, promise una politica estera «umile» e il primo quotidiano americano, Usa Today , scrisse che avrebbe «governato dal centro». Ma oggi, in un libro intitolato «Spezzare il vero asse del male», il neoconservatore Mark Palmer propone la nomina di un sottosegretario di Stato per la defenestrazione dei dittatori, e alla radio un suo compagno, Dennis Prager, sostiene che «Bush è la smentita vivente dell'assioma di Marx che le forze sociali plasmano la storia»: «La plasmano i leader che hanno i più alti valori» insiste «e Bush crede nella missione morale dell'America e la superiorità della religione giudeo cristiana». E' questo che polarizza le elezioni del 2004 e ne fa un referendum sul presidente e sul «secolo repubblicano».

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