Da Corriere della Sera del 06/10/2003

Casa Bianca divisa sul Medio Oriente «Bush intervenga o sarà la paralisi»

I neoconservatori: «I fedeli del padre bloccano la strategia americana» «Il presidente vada a Bagdad e ottenga che tutti lavorino per la road map»

di Ennio Caretto

WASHINGTON - La stretta di mano sarà emblematica: Bush senior che conferisce il premio a lui intitolato a un nemico del figlio, il più feroce censore della strategia mediorientale e irachena di Bush junior, il senatore democratico Ted Kennedy. La cerimonia si svolgerà a Houston il 7 novembre alla Fondazione Bush. E le immagini-simbolo di quel giorno fotograferanno anche una frattura politico-familiare: la divisione tra padre e figlio sulla migliore strategia per il Medio Oriente e l’Iraq.

Una spaccatura che ormai non è più solo solo generazionale, ma diventa una faglia che scuote da dentro la Casa Bianca. Dove le anime di Bush I e Bush II, incarnate dal segretario di Stato Colin Powell da un lato, e dal vicepresidente Dick Cheney col ministro della Difesa Donald Rumsfeld dall’altro, sono in perpetuo conflitto. Un conflitto, commenta William Kristol, direttore della rivista dei neoconservatori Weekly Standard , che paralizza il presidente. E rischia di bloccare le prossime mosse, necessarie per affrontare la crisi israelo-palestinese e il dopoguerra a Bagdad.

L’impasse di Bush II sui due fronti e le sue cause emersero già nella tormentata vigilia della guerra dell’Iraq, quando per sei mesi gli uomini di fiducia del padre, l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale Brent Scowcroft e l’ex segretario di Stato James Baker, chiesero all’amministrazione di non attaccare Saddam Hussein senza un mandato delle Nazioni Unite. Ma da allora, ricostruisce Weekly Standard, i contrasti si sono approfonditi, fino ad arrivare allo scontro di questi giorni. Secondo la rivista, sarebbero stati proprio i devoti di Bush I che ancora lavorano alla Casa Bianca a innescare lo scandalo legato al diplomatico Joseph Wilson, rivelando ai giornali che alti funzionari dell’amministrazione per screditarlo avrebbero svelato il nome della moglie di Wilson, un’agente della Cia, reato da codice penale. E ancora: un altro collaboratore del presidente, anonimo, ha additato in Cheney e nel suo consigliere Lewis Libby i fautori della linea dura contro Arafat e contro l’Onu sull’Iraq. Come dire: nello studio Ovale, davanti a George W. Bush, si affrontano due fazioni, noi siamo quelli che stanno dalla parte della moderazione.

Uno scontro che non è per il potere in sé, ma per la vittoria di una politica estera sull’altra. I seguaci di Bush padre sono pragmatici e multilateralisti. Vedono negli attentati dell’11 settembre del 2001 solo un episodio terrorista. Non hanno mai creduto che Saddam Hussein fosse «una minaccia grave e imminente». Pensano che gli islamici odino gli Stati Uniti perché li considerano troppo legati a Israele. Difendono il rapporto privilegiato con l’Arabia Saudita, potenza regionale, non solo per questioni di petrolio, ma nella convinzione che possa riformarsi. Sono disposti al dialogo con Arafat. Insistono sulla lealtà all’Onu e alla Nato.

I seguaci di Bush figlio sono su posizioni opposte. Per loro, la matrice delle stragi del 2001 è l’estremismo religioso islamico. L’unico modo per sconfiggere i fondamentalisti è colpire tutti gli Stati «sponsor» del terrorismo e portare democrazia e secolarismo nelle nazioni musulmane. Arafat va isolato perché rappresenta il vecchio ordine. Con la sconfitta di Saddam Hussein, l’appoggio all’Arabia Saudita non è più giustificato. L’Onu e l’Unione Europea rappresentano un intralcio alla nascita di un nuovo Medio Oriente.

Cheney, che fu ministro della Difesa sotto Bush padre e nel 1991 accettò la decisione di non arrivare con le truppe americane fino a Bagdad, è considerato l’anima del cambiamento. Agli occhi degli ex compagni di squadra è un traditore.

Nel giudizio di William Kristol, se la strategia di Bush junior si rivelasse vincente, sarebbe la sconfessione della politica estera del padre. Ecco perché Powell e gli altri funzionari dell’amministrazione che esprimono la linea della continuità boicottano la strategia Cheney. «Sono loro a causare i maggiori danni a Bush II» sostiene Kristol. A suo parere, per uscire dal blocco strategico, il presidente è chiamato a intervenire subito e pesantemente. Alla Casa Bianca deve cadere qualche testa, l’impegno Usa in Iraq va rafforzato, gli scontri Powell-Rumsfeld stroncati. E anche lo storico-stratega Victor Davis Hanson, che nei suo seminari dà lezioni al vicepresidente Cheney, fa pressioni perché Bush mantenga l'iniziativa in Medio Oriente: «Appoggiare lo Stato democratico d’Israele nei suoi sforzi contro i kamikaze non è mai un errore, qualunque sia la strategia del giorno su petrolio, denaro, geopolitica».

Richard Perle non approva tutta l’analisi di Kristol. Ma anche lui invita il presidente Bush a prendere misure che accelerino il processo di pace sia in Iraq sia tra israeliani e palestinesi. Perle, vicino all'amministrazione e membro del Defence Policy Board del Pentagono, spiega che la situazione a Bagdad è migliore di quanto si creda. «E’ ora che il presidente compia un viaggio in Iraq - dice al Corriere - . Sarebbe un gesto significativo, farebbe grande effetto». E aggiunge: «Bush deve premere fortemente sull'Ue, sull’Onu e sulla Russia perché facciano la loro parte nel quartetto che sostiene la road map invece di trascinare i piedi. L’attacco israeliano alla Siria non complica le prospettive di pace. E’ un monito alla scelta tra essa e il terrorismo».

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