Da La Repubblica del 28/09/2003

Così fu costruita la trappola Marini

di Carlo Bonini, Alberto Custodero

ROMA – QUANDO e come venne assemblato il tableaux della calunnia Telekom Serbia? Repubblica è in grado di documentare che il testimone di fango Igor Marini ebbe modo di cominciare a lavorare al canovaccio della menzogna già nel gennaio di quest’anno, illustrandone la trama al quotidiano il Giornale. Che dell’esistenza di questo sedicente conte, facchino all’ortofrutta di Brescia, delle sue intenzioni, erano per certo a conoscenza un dirigente della polizia di Stato comandato dal Vicinale alla Commissione di inchiesta Telekom, un avvocato, un giornalista. E una storia a suo modo semplice, nella sequenza e nei nessi. Di cui è oggi traccia in tre verbali agli atti dell’inchiesta della Procura di Torino.

Vediamo, dunque. Cominciando a riannodare i fili della vicenda per come riferita a questo giornale ieri dal Presidente della Commissione parlamentare. Per Enzo Trantino, le cose sarebbero andate così. L’8 di gennaio 2003 un anonimo segnala a San Macuto che vanno messe le mani su tale avvocato Fabrizio Paoletti e che a lui va chiesto conto del prospetto finanziario da 512 mila dollari la settimana che l’anonimo allega. Perché lì è la prova della tangente Telekom. Il 9 gennaio, il presidente Trantino dispone che Paoletti venga sentito cinque giorni dopo, il 14. E che in gran fretta l’intelligence della Commissione istruisca la pratica.

Ottiene – «a voce» – un cesto di figuri di cui Repubblica ha dato conto nei giorni scorsi. Sono diciotto nomi che delineano la trappola che si va chiudendo su Prodi, Fassino e Dini. Tra questi nomi, Igor Marini, la bocca della calunnia. Trantino dice: «Per me era un perfetto sconosciuto».

Il 14 gennaio, dunque, a san Macuto tutti ignorano Marini. Meglio, chi – nell’intelligence del Palazzo – ne suggerisce «a voce» il nome al presidente Trantino, lo fa in ragione di ignoti percorsi logici. Così, tanto per vedere l’effetto che fa. Su Paoletti, ovviamente. Le cose stanno così? Non esattamente.

Il 10 gennaio 2003 – quattro giorni prima dell’audizione di Paletti a san Macuto – il dirigente della Polizia di Stato Guido Longo è in movimento. Longo è stato capo centro della Dia a Napoli, presta servizio nella segreteria del Dipartimento di pubblica sicurezza («ufficio analisi», dice lui), è stato distaccato nell’ottobre del 2002 a san Macuto, per far parte di quell’”intelligence” della Commissione. Bene, quel 10 gennaio 2003, intorno alle 18, Longo infila la porta della stazione carabinieri Aventino, a Roma. In quegli uffici, il conte Igor Marini è di casa da un qualche tempo. Perché in quegli uffici si è attaccato come una cozza al povero maresciallo Giuseppe Quaresima cui va raccontando immaginifiche vicende di riciclaggio internazionale, accreditandosi come agente provocatore. Quaresima conosce bene Marini perché è denunciante e denunciato in un’inchiesta del pm Beatrice Barborini che da mesi non riesce a fare un solo passo avanti. perché, nel 2002, è stato Marini ad avergli fatto arrestare in “flagranza di reato” l’avvocato Fabrizio Paoletti sulla base di un pezzo di carta che il gip che scarcererà Paoletti riterrà carta straccia.

Dal maresciallo Quaresima, Longo vuole sapere qualcosa. E, interrogato il 17 maggio 2003 dai pmdi Torino, la racconta così: «Il presidente della commissione Trantino mi aveva incaricato di chiedere notizie su Paoletti. L’incarico era motivato dal fatto che la Commissione aveva ricevuto due anonimi in cui si faceva riferimento a Paoletti come coinvolto nelle tangenti che sarebbero state pagate per Telekom Serbia. Avevo verificato nei nostri archivi che era pendente un procedimento su Paoletti della dottoressa Barborini e per questo mi ero recato dai carabinieri».

Fermiamoci. Longo sostiene di non essersi mosso autonomamente, ma su incarico di Trantino. Aggiunge di averlo fatto dopo l’arrivo in Commissione di «due anonimi». Bene, questa è una circostanza semplicemente non vera. Il 10 gennaio, in Commissione esiste un solo anonimo (il successivo arriverà solo il 4 febbraio). Ma è singolare che nel riferirne ai magistrati di Torino, Longo inciampi nello stesso lapsus mnemonico che aveva sempre accompagnato i ricordi di Trantino (almeno fino a ieri). Ricordate? «Paoletti è stato sentito dopo che erano arrivati due anonimi».

Poco male, si dirà. Una coincidenza di ricordi confusi. Longo sarà stato impreciso. Certo è, però, che di fronte ai pm tormesi c’è un’altra circostanza riferita dal dirigente di polizia prestato a san Macuto che non torna. Mandatela a mente. Dice Longo: «Chiesi al maresciallo Quaresima notizie su Paoletti: Quaresima mi confermò solo l’arresto e mi inviò alla dottoressa Barborini».

Longo dice il vero? Sentite cosa ricorda il maresciallo Quaresima.

Ascoltato il 17 maggio 2003 dalla Procura di Torino, Quaresima così ricostruisce l’incontro: «Ricordo che era pomeriggio. Longo arrivò verso le 18, dopo un preavviso telefonico. Disse di lavorare per la Commissione Telekom Serbia e mi diede anche un biglietto da visita che ho conservato. Era presente anche il mio comandante, il maresciallo Francesco Rocco. Ci chiese di avere notizie sul conto del Marini e del Paoletti. Anche se Marini, in tutte le denunce .che aveva fatto, in tutti i documenti che aveva consegnato mai aveva fatto alcun cenno a vicende relative a Telekom Serbia».

Notizie sul conto del Marini e Telekom Serbia.

Ecco dunque il punto. Il 10 gennaio2003, Longo non chiede solo di Paoletti. Ma anche di Marini. Chi gli aveva suggerito quella connessione, Marini-Paoletti? Trantino, forse? Impossibile, a sentire il presidente, visto che per lui Marini, ancora il 14 gennaio, era un perfetto sconosciuto, «solo un nome». Chi dunque aveva costruito quel nesso? Longo? Qualcuno con cui Longo parlava? O Marini stesso? O qualcuno con cui Marini stava parlando in quei giorni e in quelle ore? Già perché si scopre ora che, quel 10 gennaio 2003, il cacciaballe è al lavoro.

Marini, il 10 gennaio 2003 – quattro giorni prima dell’audizione di Paoletti, lo stesso giorno dell’appuntamento tra Longo e il maresciallo Quaresima – è in piena agitazione motoria. Quella mattina, intorno alle 10, incontra il maresciallo Quaresima all’interno degli uffici della stazione carabinieri di Roma-Termini, dopo averlo cercato il giorno prima per telefono. Marini sembra avere una sola urgenza. Comunicare a Quaresima che «teme per la vita» e investirlo di “rivelazioni” sul conto del notaio svizzero Gianluca Boscaro, «di cui – ricorda Quaresima nell’interrogatorio reso ai pm torinesi – aveva parlato solo saltuariamente. Mi disse che era la persona che muoveva tutte le fila del denaro riciclato, che era morto in circostanze misteriose».

È chiaro quel che sta accadendo. Marini sa che la danza di san Macuto va a cominciare. Ed è bene dunque lasciare una qualche traccia con l'ultimo e più consueto dei suoi interlocutori (il povero Quaresima) utile a riscontrare la montagna di calunnie che dovrà squadernare. Le minacce di morte, le inutili cartacce depositate presso il notaio svizzero Gianluca Boscaro.

Ma, naturalmente, non basta. All’operazione, manca un tassello. Un quotidiano pronto a menare la gran cassa con le rivelazioni del cialtrone. A ingrassarne soprattutto l’attesa. Viene scelto il quotidiano di proprietà del fratello del presidente del Consiglio, Il Giornale.

A questo quotidiano, il 10 gennaio, viene passato «da imprecisati ambienti parlamentari» l’anonimo che apre il sipario su Paoletti e prepara l’entrata di Marini (il Giornale ne dà notizia nell’edizione dell’11 gennaio). Di più, a questo quotidiano, viene squadernato per intero lo scartafaccio che Marini dipanerà nei mesi a seguire. Lo racconta Gian Marco Chiocci, redattore del Giornale, ai pm di Torino che lo interrogano il 17 maggio. È un verbale lungo, il suo. Che fissa tuttavia alcune circostanze utili da conoscere. Chiocci viene cercato telefonicamente da Marini tra il 10 e l’11 gennaio. Chiocci incontra Randazzo, legale di Marini, il 12 gennaio. Chiocci incontra Marini nello studio di Randazzo, in una data «che – dice – non sono in grado di ricostruire. Comunque diverso tempo dopo il 12 gennaio». E per dirsi che? «Marini – ricorda il cronista – aveva due o tre faldoni pieni di documenti. Cominciò a parlare di movimentazioni bancarie, personaggi del mondo bancario. Mi disse che aveva riciclato parte della tangente Telekom e che la tangente era destinata a Mortadella, Ranocchio e Cicogna. Mi fece i nomi di Prodi, Dini, Fassino. Mi disse che conosceva Donatella Dini. Mi fece il nome di due persone: Zoran Persen e Tom Tomic, di cui mi diede i numeri di telefono».

Ma guarda un po’. Zoran Persen e Tom Tomic. Due delle vittime di Marini. Due dei 18 nomi di cui il presidente Trantino – che nulla sapeva di Marini – chiederà conto a Paoletti il 14 gennaio. Un’altra deliziosa coincidenza della Grande Trappola. E soprattutto un’altra domanda per il Presidente. Chi glieli aveva suggeriti i nomi di quei due sconosciuti croati? Longo? Il Giornale? Chi?

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