Da La Stampa del 23/09/2003

Sanjay Kumar, capo di Computer Associates, la multinazionale del software «su misura», si confessa filo-americano

«Le invenzioni? Vanno protette»

Troppe briglie legali, bisogna stabilire un tetto per i danni

di Anna Masera

«LA brevettabilità del software? Ogni inventore ha il diritto di proteggere la sua creazione. Io penso che la gente debba poter scegliere, ma è ovvio da che parte sto» dichiara serafico Sanjay Kumar, 41 anni eppure già presidente e amministratore delegato della Computer Associates, l’azienda multinazionale del software «su misura», che offre programmi ad hoc a costi concorrenziali.
Kumar, fiero statunitense di adozione, ma originario dello Sri Lanka, sposato con una bionda «che più americana non si può», con due figlie adolescenti maniache di Internet, è stato scelto dal fondatore della CA, il cinese Charles Wang, come suo successore due anni fa. Ecco in pillole il Kumar-pensiero. E la storia del suo «sogno americano».

Non pensa che il denaro che viene speso per pagare gli avvocati che difendono i brevetti sia già un problema negli Usa?
«Sì: bisogna fissare un tetto massimo per gli indennizzi.»

E sullo scambio di file?
«Primo: la gente non dovrebbe rubare materiale coperto da diritti d’autore. La tecnologia ha reso la cosa facile per cui la gente non si rende nemmeno conto di fare una cosa illegale. Secondo: il modo in cui la gente vuole consumare i prodotti è cambiato. In un cd musicale, ci saranno sì e no tre brani che piacciono: il resto non interessa. E’ ora di cambiare il modello di business della distribuzione. Per esempio facilitando l’acquisto online di singoli brani coi micropagamenti.»

Qual è la vera rivoluzione portata da Internet?
«Non ci si può più nascondere e, di conseguenza, il mondo è più trasparente. Non solo: è anche molto più piccolo.»

In che senso?
«Un africano in un villaggio sperduto si può collegare a Internet e vedere cosa facciamo e aspirare ad avere lo stesso stile di vita. Le implicazioni sociali di questo sono enormi.»

Ci sono soluzioni per colmare il cosiddetto «divario digitale» tra mondo sviluppato e mondo in via di sviluppo?
«Il divario, dovunque, è dato dalla mancanza di istruzione. Ma le nuove tecnologie costano poco, questo aiuta: in Thailandia i telefoni cellulari prendono molto meglio che a New York, perchè lì si è saltata la rete fissa e si è passati direttamente a quella mobile.»

Lei è giovane e ha realizzato il classico sogno dell’emigrante nordamericano. Si sente in debito verso la società?
«Sì, io sono cingalese, il mio predecessore era cinese: proseguo la sua politica aziendale «corretta», vorrei che diventasse un esempio da seguire. Ma l’America per me è stata davvero la terra delle opportunità e mi sento molto americano: i miei genitori sono scappati dal loro Paese per darmi un futuro migliore, non ho studiato come volevano (in Asia i ceti medi vorrebbero i loro figli tutti o ingegneri o dottori), ma sono arrivato in cima presto e ne sono fiero. Sono tornato solo una volta in Sri Lanka, di nascosto per motivi di sicurezza, durante un viaggio di lavoro in India. E’ stato commovente. Purtroppo non posso fare molto per il mio Paese, visto il governo despotico che ha. Per cui mi concentro sui vicini, l’India: ho mandato 25 mila bambini all’università.»

Perchè, tra tutti i paesi in via di sviluppo, l’India emerge come quello che esporta più cervelli «high-tech»?
«Per due motivi: nel Sud Est asiatico c’è la mania per l’ingegneria, che è una base fondamentale. E poi il più grande regalo che ci abbiano fatto i britannici ai tempi delle colonie è stato divulgare l’inglese come seconda lingua. In Cina non lo parlano e ancora oggi fanno fatica.»

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