Da La Stampa del 18/09/2003

Troppi grattacieli, Shangai sprofonda

Cina dai piedi di argilla

di Francesco Sisci

SE volete non c’entra l’architettura né l’ingegneria moderna, ma è una questione semiologica: cosa dicono i simboli? Le torri di cemento armato di Shanghai, che qui si affollano come mai prima da nessun’altra parte del pianeta, e vogliono sfiorare il cielo con un’antenna, sono il segno sostanziale dell’ambizione del paese, e del suo successo concreto. Ma il terreno su cui sono stati costruite affonda al ritmo di 12-15 millimetri l’anno. Nei mesi scorsi è franato un pezzo del nuovo tunnel di collegamento tra i lati Est e Ovest della città, e un intero quartiere è stato raso al suolo per dare maggiore solidità al terreno. Eppure non basta. Vigili del fuoco e autorità cittadine lanciano l’allarme contro il grande numero di grattacieli della metropoli.

Alla fine dell’anno scorso in città c’erano più di 2800 palazzi sopra i 18 piani, circa duemila erano in via di costruzione e quasi tremila in progettazione. Il Trade Center che ospita dal 54° piano in su il Grand Hyatt dichiara già di essere il palazzo più alto del mondo, anche se c’è chi è scettico. Così, per fugare ogni dubbio, a pochi metri la municipalità sta facendo costruire il Centro Mori che dovrebbe con certezza battere ogni record di altezza.

Per alcuni esperti la colpa è del peso di tutto questo nuovo cemento armato che preme la terra più di mille schiacciasassi. Per altri il problema è il supersfruttamento delle faglie acquifere sottostanti. I milioni (16 o forse più di 20) di shanghaiesi stanno usando troppa acqua e questo asciuga le faglie e fa recedere le fondamenta. Di certo, mentre i costruttori sono entusiasti di moltiplicare in verticale il terreno di costruzione ottenuto a caro prezzo, alcuni inquilini sono meno felici. Temono il contatto ravvicinato sul pianerottolo, negli ascensori; le tubazioni, le colonne di scarico in comune dove l’occlusione di uno diventa il danno di tutti. Dal lato positivo c’è il fascino antico del mondo visto dall’alto. Dal 90° piano del Grand Hyatt, il «settimo cielo», si vede una giungla di cemento senza pari che si estende a perdita d’occhio, parzialmente confusa dall’alone di nebbia e umido di una mattinata di metà settembre.

Negli antichi testi cinesi i filosofi proibivano ai governanti di costruire pinnacoli troppo alti che sprecavano risorse per lo Stato, e magari finivano anche per crollare; e da noi tutti conoscono la storia biblica della torre di Babele. Quindi la terra che affonda sotto i grattacieli vuol dire che la Cina potrebbe sprofondare in un cerchio dell’inferno buddhista se non si accontenta di modesti appartamenti a un piano? Vuol dire che la Cina è un gigante dai piedi di argilla? Ma forse si potrebbe pensarla anche così: quante strade e automobili ci vorrebbero per far funzionare una città di quasi 20 milioni di abitanti distribuiti su casette a un piano?

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