Da La Repubblica del 07/08/2003
Originale su http://www.repubblica.it/2003/h/sezioni/politica/imisir/comme/comme.html

Le domande al Cavaliere

di Giuseppe D'Avanzo

MOSSA incauta lasciar troppo tempo a giudici non impigriti o burocratici. Previti si difende dal processo più che nel processo. Pensa di guadagnare tempo, di strozzare il dibattimento e cancellare ogni dubbio con la prescrizione. Si sta invece cacciando in un pasticcio peggiore perché i giudici, come talpe, sono al lavoro e nei tempi morti di due istanze di astensione, sette dichiarazioni di ricusazione e una richiesta di rimessione (non si contano i "legittimi impedimenti" di imputati e avvocati) "scavano" nei cento faldoni del processo. Milioni di carte e documenti. Riascoltano e incrociano testimonianze. Verificano date. Controllano versamenti.

Accade così che le motivazioni della sentenza di condanna del processo "toghe sporche" aggiungano al "quadro indiziario" messo insieme dall'accusa, "già di per sé concordante, preciso e univoco", un paio di prove documentali che convincono il tribunale di Milano: "La causa civile Imi-Sir fu il frutto di una gigantesca opera di corruzione che si è spinta a concordare, tra il giudice Metta e gli "avvocati occulti di Nino Rovelli" (Previti, Acampora e Pacifico), la preventiva decisione e la motivazione della sentenza d'appello che poi diverrà definitiva". E ancora di "constatare che anche la coeva causa Mondadori presenta impressionanti analogie con ciò che si è appurato rispetto alla "gemella" controversia Imi-Sir". Non solo indizi, come si affannano a ripetere senza molta convinzione i corifei del Capo, ma documenti. "Prove regine", le chiamerebbe Previti.

I giudici scoprono nelle carte sequestrate negli studi di Acampora e Pacifico la "prova" della corruzione. Minute di perizie volute dal Tribunale concordate con gli avvocati di parte e poi "travasate" in Tribunale. Bozze di sentenze dei giudici preparate prima della sentenza con la collaborazione degli avvocati di una delle parti in causa. ("Una realtà che questo Tribunale fatica a non definire sconvolgente").
Sono "prove documentali" che giustificano le conclusioni del Tribunale: Vittorio Metta (ha giudicato sia l'Imi-Sir che il Lodo Mondadori) "si è fatto "aiutare" da alcuni avvocati nella stesura della sentenza di rinvio della causa Imi-Sir per dar ragione alla parte Rovelli dietro compenso in denaro ... Se la motivazione Imi-Sir è stata stesa "in collaborazione" con studi legali esterni, quella del Lodo risulterà quanto meno dattiloscritta in "ambito non istituzionale" e, con ogni probabilità, anche redatta prima della stessa Camera di Consiglio".

Per il Tribunale è provato ("assolutamente provato") che "il giudice Vittorio Metta, fosse un magistrato corrotto, ormai a " libro paga" (come dimostra l'afflusso continuo e costante di denaro nella sua disponibilità); un giudice non "occasionalmente" ma "stabilmente" organico a quella lobby di magistrati e avvocati "gestita" da Cesare Previti con la stretta collaborazione di Pacifico e (almeno per quanto riguarda questi due processi) Acampora".

* * *
L'affresco disegnato dal migliaio di pagine della motivazione milanese "delinea il quadro della "più grande corruzione" nella storia dell'Italia repubblicana". E' un caso di corruzione devastante, ragionano i giudici, perché deforma uno dei gangli vitali di un moderno stato democratico: quello della imparzialità della giurisdizione. "Perché, indipendentemente da come è stato "presentato" al di fuori dell'aula, questo processo solo "mediaticamente" è stato definito come "processo Previti"; in realtà, principalmente è - ed è sempre stato - un processo ad alcuni magistrati della Corte di Appello di Roma, al loro modo di concepire la funzione cui sono stati chiamati, ai loro inconfessabili rapporti con un gruppo di "avvocati d'affari" e a ciò che ne è conseguito, fino al punto di poter parlare - in questo caso sì - di un degrado della Giustizia che da cieca fu trasformata in "giustizia ad uso privato"".

* * *
Ora soltanto l'ipocrisia (o una colpevole acquiescenza) potrebbe impedire di porre qualche questione a un presidente del Consiglio che qualche fortuna ha lucrato da quell'uso privato della giustizia. Cesare Previti è stato il braccio destro dell'imprenditore Silvio Berlusconi. E' stato ed è sodale di Silvio Berlusconi politico, il più stretto e ascoltato tra i collaboratori dai tempi dell'acquisto della villa di Arcore dai marchesi Casati fino alla nascita di Forza Italia e alla vittoria elettorale della Casa delle Libertà. Cesare Previti, nel tempo, è stato in possesso, come dice (come egli stesso ha detto in aula durante il processo, 28 settembre 2002), "di un mandato professionale molto ampio per rappresentare la persona fisica come il gruppo di Silvio Berlusconi". Ha detto Previti: "Io rappresentavo il dominus per le questioni legali, sceglievo gli avvocati, esaminavo nei dettagli tutti gli argomenti che avremmo usato e anche le persone e le operazioni da organizzare nelle varie situazioni".

Questo ruolo era occulto, segreto. Non c'è (né Previti lo ha mostrato) un solo documento processuale che porta la sua firma: un atto di citazione, una comparsa di risposta, una memoria conclusiva, un parere giuridico, un atto di transazione; come non esiste neppure (né è stata mostrata) una fattura, una ricevuta informale, un estratto dei libri contabili di Fininvest, un qualsivoglia documento che attesti la causale dei pagamenti effettuati dal Gruppo a favore di Cesare Previti. Bene. Né la Fininvest né Previti amano il fisco, e questo si sa. Ma quel ruolo di dominus che Previti rivendica, i suoi metodi, le scelte delle "operazioni" era, anche se in controluce, a conoscenza di Silvio Berlusconi?
Le conclusioni di questo processo che non si doveva fare, che il governo e il Parlamento hanno in ogni modo provato a soffocare, mostrano il lavoro di Previti nel momento più saliente e autentico. Altro che comparse di risposta o atti di transazione. Il lavoro di Previti, dice la sentenza milanese, era il lavoro sporco del corruttore. Di quel lavoro sporco si è avvantaggiato anche Silvio Berlusconi mettendo illecitamente le mani sulla più grande casa editrice del Paese costruendo così il più grande gruppo italiano di media. Qualcosa il presidente del Consiglio dovrà pur dire perché purtroppo qualcosa, questa sentenza, dice di lui.

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Dice, innanzittuto, che non tutti i suoi successi luccicano. A coronamento del suo impero - se leggiamo le pagine del tribunale di Milano - c'è la corruzione, il maneggio, il baratto. Non c'è scritto da nessuna parte che Berlusconi sapesse dei metodi opachi di Cesare Previti. E' lecito pensare che Berlusconi non poteva immaginare nemmeno che quando "Cesarone" gli diceva: "Silvio, ci penso io!", Previti aveva già in mente quale scorciatoia imboccare, qualche giudice muovere, qualche collegio comporre, qualche toga infine corrompere. Certo, ha ragione il tribunale di Milano, "un contributo di chiarezza alla problematica dei rapporti, anche economici, fra l'imputato Previti e il Gruppo Fininvest, poteva essere dato da Silvio Berlusconi, atteso che da un conto non ufficiale del suo gruppo, è stata bonificata a un suo strettissimo e "storico" collaboratore (sono concetti espressi dallo stesso Previti) la comunque considerevole somma di 3 miliardi di lire in dollari, cui non corrisponde alcuna regolare fattura. Ma il presidente del Consiglio, dopo aver concordato con il Tribunale la data del suo esame (previsto per il 15-7-2002 a Palazzo Chigi), comunicava il sopravvenire di un impedimento per quella data e contestualmente manifestava la volontà di avvalersi del diritto di non rispondere".

Berlusconi può, adesso che le ragioni della condanna di Previti sono squadernate, "avvalersi del diritto di non rispondere" come sempre ha fatto dinanzi ai giudici, all'opinione pubblica, ai media? Al di là di quel che ieri sapeva o non sapeva, oggi dinanzi agli occhi di Berlusconi c'è la trama che per decenni ha tessuto il suo Cesare. Il capo del governo non può far finta di non vedere. Non può continuare a parlare di "complotto" perché i fatti sono i fatti, le parole parole, i documenti documenti e fatti, parole e documenti dicono che Previti era il regista di una squadra di "barattieri di sentenze" che ha favorito anche gli affari del capo del governo. Che cosa pensa Berlusconi del suo amico e dei vantaggi che, grazie a lui, ha ottenuto? Anche se fino a sentenza definitiva a ogni imputato va garantita la presunzione di non colpevolezza, non crede Berlusconi che sia più saggio prendere subito le distanze dal suo "compagno di strada"? Non conviene attendere in maniera più neutra, più distaccata, meno "politica" gli ulteriori gradi di giudizio? Non è utile per sé, e per il Paese che governa, liberarsi da quel vincolo amicale e professionale che rischia di trascinarlo a fondo?

Non avverrà nulla di ciò, come è ovvio. Berlusconi accetterà di condividere con il suo braccio destro il calvario che, dopo la legge che lo rende immune, sarà per lui soltanto politico. E' fin d'ora chiaro però che sarà arduo e irragionevole, nei prossimi mesi, posare a "indignato" quando l'intera stampa internazionale a ogni sortita pubblica gli chiederà: signor Berlusconi, lei sapeva che Cesare Previti ha corrotto i giudici chiamati a decidere degli affari di Fininvest? E oggi che lo sa, non ha niente da dire?
Auguri, signor Berlusconi.

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