Da Panorama del 26/06/2003

I programmi dell’industria bellica russa

Su questi aerei ricostruirà un impero

Mosca è già la prima esportatrice al mondo. Ma Putin vuole investire molto di più in nuove tecnologie. Per creare un polo di sviluppo che risani l’economia.

di Francesco Bigazzi

La Russia ha riconquistato, 11 anni dopo il crollo dell’Urss, un primato che, dopo le grandi mobilitazioni pacifiste degli ultimi mesi contro la guerra, non è tra i più popolari: quello di maggiore esportatore mondiale d’armamenti. Con la discrezione tipica di chi per lunghi anni ha avuto importanti incarichi di responsabilità nel Kgb, Vladimir Putin ha annunciato che la Russia, per restare una potenza mondiale, deve rivoluzionare l’industria degli armamenti integrandola con gli altri settori dell’economia.

Due le misure adottate dal Cremlino: la nomina del generale Aleksandr Burutin, 47 anni, a consigliere di Putin per gli affari dell’industria bellica; e quella presa dal capo del governo, Mikhail Kasianov, che ha designato un nuovo vice, Boris Alescin, 48 anni, incaricato della supervisione del delicato settore. Subito dopo, nel discorso alla nazione del 16 maggio, il presidente ha sottolineato che la «modernizzazione delle forze armate», insieme al «raddoppio del prodotto interno lordo» e al «superamento della povertà», è uno dei tre obiettivi fondamentali del paese.

Uno dei cardini della riforma delle forze armate «sarà il potenziamento e la modernizzazione delle forze nucleari di contenimento» perché «gli avvenimenti dell’ultimo anno hanno dimostrato la necessità sia di un’efficace diplomazia, sia di un solido potenziamento difensivo». Ribadita la necessità di dotare l’esercito di «armi moderne», Putin, nella frase più applaudita, ha detto: «Oggi sono in fase di realizzazione anche progetti per la creazione di nuovi tipi di armi russe, armi di nuova generazione». Un messaggio che nasconde anche un piccolo giallo. Nella versione del settimanale Tempi nuovi, a questa frase Putin avrebbe aggiunto la precisazione «comprese quelle strategiche», rendendo il tutto doppiamente enigmatico, perché non è chiaro di quale tipo d’arma si tratti e contro chi possa essere utilizzata.

Il 19 maggio, inoltre, i mass media russi hanno dato con grande risalto la notizia della firma a Kuala Lumpur di un megacontratto, oltre un miliardo di dollari, che prevede la fornitura alla Malaysia, nel giro di cinque anni, di 18 aerei Sukhoi-30 Mk.

Gli avvenimenti si sono svolti in perfetta sincronia. Infatti il presidente russo, l’11 maggio, alla vigilia del più importante discorso alla nazione degli ultimi due anni, aveva utilizzato un elicottero per effettuare una visita di quattro ore nella città di Tula, conosciuta da sempre come l’arsenale della Russia. Putin ha passato tutto il tempo nella sede dell’holding Kbp, che vanta la paternità dell’80 per cento delle armi leggere, delle artiglierie e dei missili terra-terra e terra-aria in dotazione alle forze armate: dalle famose pistole Tokarev, Stechkin e Makarov ai moderni sistemi anticarro Kornet a guida laser, fino ai missili contraerei Pantsyr, Tunguska e Kashtan, ai sistemi anticarro Krasnopol.

Putin ha potuto vedere i risultati più recenti della Kbp, fra cui il nuovo missile Pantsyr-S1 e il Kornet-E che perfora corazze dei blindati spesse 1.200 millimetri. Proprio quest’ultimo missile è stato al centro di uno scandalo, quando nell’aprile scorso il dipartimento di Stato americano ha accusato il Kbp di averlo fornito illegalmente all’Iran.

Negli ultimi anni l’esportazione di armamenti russi ha registrato cifre da record. Senza preoccuparsi troppo di nascondere la propria soddisfazione il ministro della Difesa Serghej Ivanov, considerato il vero uomo forte della Russia, ha sottolineato che dopo la vicenda irachena è emerso che «le richieste di armamenti convenzionali russi da parte di numerosi stati sono aumentate precipitosamente». Dal 1997 al 2001 la Russia, in termini di valore, era il secondo esportatore mondiale di armamenti aggiudicandosi il 17 per cento dell’intero mercato. Nel 2001 è riuscita ad aumentare considerevolmente la propria presenza sul mercato, accaparrandosi il 30 per cento del settore e superando gli stessi Stati Uniti. Nel 2002 la Russia ha ricavato dalla vendita degli armamenti la cifra record di 4,5 miliardi di dollari. Nell’anno in corso è stato calcolato che i ricavi oltrepasseranno di molto l’obiettivo prefissato dei 5 miliardi di dollari.

Settore trainante è quello aeronautico. Gli esperti russi hanno infatti calcolato che il 60 per cento delle esportazioni è costituito da materiale aeronautico, il 30 per cento da carri armati e mezzi blindati e solo il 5-6 per cento da materiale navale e da mezzi contraerei. Dati che spiegano le preoccupazioni di Putin e che giustificano un certo pessimismo degli esperti del settore: «La Russia, se non farà nuovi investimenti e non ammodernerà le strutture, rischia di perdere la posizione di leader mondiale nell’esportazione degli armamenti e del materiale bellico».

Il presidente russo ha promesso ai responsabili del potentissimo settore militare-industriale di aumentare gli investimenti per la ricerca che attualmente costituiscono l’1 per cento di quanto la Russia spende per la difesa. «Una cifra talmente misera che, a lungo termine, rischia di far perdere del tutto alla Russia le posizioni conquistate sul mercato degli armamenti sofisticati» ha commentato l’esperto militare del quotidiano Izvestia. «La Russia» ha confessato un alto funzionario della Sukhoi, una delle maggiori aziende aeronautiche del paese «non è più in grado di soddisfare le richieste. Per alcuni prodotti non possiede tecnologie di livello mondiale; di altri, come i velivoli senza pilota e i cannoni a laser, non si occupa affatto».

La novità del nuovo approccio voluto da Putin consiste nell’apertura dell’apparato militare-industriale russo alla cooperazione internazionale. La Russia, come del resto gli Stati Uniti e la Cina, ha sempre prodotto e venduto da sola ogni tipo di armamenti. Il Cremlino si è reso conto che, senza la cooperazione con partner stranieri, l’industria bellica russa si deteriorerà rapidamente e, ben presto, non avrà più niente da offrire ai suoi maggiori clienti, la Cina e l’India. La maggior parte dei paesi sviluppati coopera per la progettazione di armi nuove mettendo insieme idee e capitali. Tuttavia, la partnership presuppone fiducia e trasparenza. Proprio quello che manca alle società russe. Basti pensare che la Sukhoi tiene segreto il proprio bilancio, mentre quello dell’americana Lockheed è di dominio pubblico e si trova su Internet.

Le nuove leve volute dal presidente russo al vertici del settore dovranno poi risolvere un altro problema, quello del dopovendita. I problemi che rendono ardua l’assistenza tecnica e la fornitura dei ricambi hanno fatto perdere alla Russia buoni clienti in Perù e nella Corea del Sud. Nel 2002 la Russia ha fornito ricambi per soli 130 milioni di dollari. Una cifra irrisoria se si pensa che la sola Sukhoi potrebbe, in poco tempo, raggiungere traguardi da 250-300 milioni di dollari in ricambi. Il guaio è che la Rosoboronexport, l’organizzazione statale preposta alla vendita di armi, detiene il monopolio del settore (185 per cento dei contratti dell’anno scorso) ma snobba quelli al di sotto di un milione di dollari.

In teoria le aziende produttrici possono scavalcare la potente Rosoboronexport, agendo in modo autonomo e a proprio vantaggio sul mercato mondiale. Lo consente il decreto presidenziale del 12 settembre 2002. In realtà, solo una ventina delle 1.600 aziende dell’industria bellica sono attive nell’esportazione. Si tratta di poche società capofila che incamerano il grosso del ricavato dalle esportazioni. Mentre alle aziende produttrici resta una miseria.

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