Da La Repubblica del 03/06/2003

La lunga storia d‘assalti alla libertà di stampa

di Piero Ottone

POTERE politico, libertà di stampa: è guerra continua, in tutto il mondo. Ma in altri paesi la guerra si combatte con i guanti, cioè con civiltà. Da noi un po’ meno. Il metodo è sempre uguale. Il potere politico chiede di cambiare il direttore; se la proprietà del giornale rifiuta di cambiario, il potere politico cerca di cambiare la proprietà. Così accadde (anno 1953) alla Gazzetta del Popolo, giornale in cui ero entrato nel 1945. Direttore era Massimo Caputo, un uomo che non prendeva ordini da nessuno. Proprietaria della Gazzetta era la Sip, società dell’Iri. I democristiani chiedevano il licenziamento di Caputo. Poiché la Sip rifiutava di licenziarlo, i democristiani costrinsero la Sip a vendere il giornale a Teresio Guglielmone, senatore del loro partito, che quando non svolgeva attività politica produceva biscotti. Così Caputo fu licenziato sui due piedi, e io (con altri sette) presentai le dimissioni: primo episodio, per quanto mi riguarda, di una lunga serie, ogni tanto dovevo fare le valigie e trasferirmi. Comprati e venduti, secondo la celebre definizione dei giornalisti coniata da Giampaolo Pansa. Ma a tanti non piace.
Il Corriere della Sera, la testata più prestigiosa, è sempre stato oggetto di brame. Luigi Albertini, il giornalista che aveva fatto grande il giornale, fu costretto a andarsene perché così volle Mussolini. Negli anni della dittatura tutte le decisioni sulla linea della stampa, fino al titolo di apertura in prima pagina, erano prese dal partito fascista, che aveva risolto il problema in modo radicale: sceglieva (e licenziava) i direttori, senza neanche chiedere permesso ai proprietari. Caduto il fascismo, ricominciarono gli intrighi. Ma finché la posizione finanziaria del giornale rimase solida, gli editori (i Crespi, una delle grandi famiglie di Milano) furono padroni in casa loro.
Se sceglievano direttori, diciamo così, moderati, lo facevano perché erano moderati essi stessi. Mario Missiroli affermava che il direttore del Corriere, per definizione, non poteva avere rapporti meno che buoni col presidente della Repubblica, e i Crespi gravemente assentivano. Nel 1946 sostituirono Mario Borsa, fior di galantuomo, grande giornalista, che era stato indicato alla fine della guerra dal Comitato di liberazione; ma Borsa, oltre che ai democristiani, non piaceva neanche a loro.
All’inizio degli anni Settanta accaddero tuttavia due fatti nuovi, indipendenti uno dall’altro. La nuova generazione dei Crespi scelse una direzione (la mia) che proprio moderata, nel senso di conservatrice, non era. Allo stesso tempo, in un’Italia scossa dall’autunno caldo, affiorarono per i giornali, compreso il gruppo del Corriere, le difficoltà finanziarie, i bilanci in rosso. Il potere politico vide pertanto la possibilità di controllare, attraverso potentati economici bene allineati, la propietà del primo giornale d’Italia. Si scatenò la guerra. La prima fase fu dominata da Eugenio Cefis, alleato di Amintore Fanfani, che era ormai il democristiano più potente, e inseguiva chi sa quali obiettivi, forse la repubblica presidenziale, forse un po’ di gollismo. Ma Cefis, ex comandante partigiano, poi numero due di Enrico Mattei all’Eni, poi presidente della Montedison, si occupava in quei mesi di giornali, credo, più che di chimica; chi sa, forse il De Gaulle italiano pensava di esserlo lui. Il governo intanto, lungi dal lenire le difficoltà finanziarie della stampa, le aggravava. I Crespi furono costretti a vendere. Gianni Agnelli, l’imprenditore privato più forte, tentò un fugace soccorso: dopo pochi mesi fu costretto a sgomberare il terreno anche lui. Cefis (attraverso la casa editrice dei Rizzoli) vinse la partita. -
Le acque, tuttavia, non si calmarono: Cefis uscì di scena, i Rizzoli fallirono, la P2 diventò di fatto la padrona del giornale coi capitali del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, che fallì a sua volta, e finì sotto un ponte del Tamigi. E intanto comparve sulla scena un nuovo personaggio politico, Bettino Craxi; e come Fanfani aveva agito per tramite di Cefis, Craxi disponeva a piacimento di un altro potentato economico, quello di Silvio Berlusconi. L’azione si sviluppò ora su due fronti. A Craxi, anima bella, non sarebbe dispiaciuto il controllo del Corriere: mise insieme una curiosa cordata, in cui spiccavano gli stilisti, per tentarne l’acquisto, mentre Rino Formica, ministro delle Finanze, socialista anche lui, minacciava di rappresaglie ogni eventuale concorrente. Ma intanto era sorta Repubblica, e a Craxi Repubblica dava fastidio, in quel periodo, più del Corriere. Seguirono le spericolate operazioni di cui si discute ora, per il sospetto di corruzione di alcuni giudici, nelle aule giudiziarie: Berlusconi mise le mani sulla Mondadori, attraverso la Mondadori cercò di mettere le mani su Repubblica ed Espresso, disposto a tutto pur di offrire a Craxi la testa di Eugenio Scalfari su un piatto d’argento. Anche l’operazione Sme, altro argomento dibattuto nelle aule giudiziarie, deve essere vista probabilmente in questo quadro. Il disegno, per fortuna, riuscì solo a metà.

E ORA siamo giunti al caso De Bortoli, il direttore dimissionario del Corriere della Sera. Costretto a dimettersi, perché inviso al presidente del Consiglio, che certo è in grado di esercitare pressioni sui proprietari attuali? Non conosco, se non per sentito dire, i retroscena. So per certo che Ferruccio De Bortoli ha fatto in questi anni un ottimo giornale, e aveva un buon rapporto (lo dimostrano i fatti di cronaca) con la redazione. Antiberlusconiano? Non mi pare. A partire dalle ultime elezioni egli si è trovato di fronte un governo, diremo così, piuttosto anomalo, con tanti problemi giudiziari. Mi pare che abbia assunto, fin dall’inizio, un atteggiamento filosofico: questo è il governo che gli italiani si sono scelti, vediamo che cosa sa fare. Poi ha scoperto che tutto ha un limite, certe iniziative, certi comportamenti gridano vendetta. Il troppo stroppia. Qualche volta il suo giudizio è stato severo. Se a causa di tali giudizi è stato messo nelle condizioni di andarsene, non lo so. Penso solo che gli eventi di questi giorni si inseriscono, in un modo o nell’altro, in una lunga storia.

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