Da Il Manifesto del 01/04/2003

L'Eufrate visto dal Tamigi/2. Labour

La rivolta degli ultimi bianchi

L'Iraq e le tre anime del Labour. Dall'appoggio incondizionato a Tony Blair e alle scelte del governo britannico all'autorizzazione del conflitto solo sotto l'egida delle Nazioni unite. Ma c'è anche chi continua a schierarsi apertamente contro la guerra. A rischio, per il Labour, i voti islamici e non solo: la protesta contro il bellicismo si mischia a quella contro lo smantellamento dello stato sociale

di Marco D'Eramo

LONDRA. Un marmoreo William Gladstone (1809-1898) mi osserva in piedi, severo, e liberal-imperialista, dall'alto del suo piedistallo nell'atrio dell'House of Commons, mentre aspetto Tony Lloyd, deputato laburista (ex sottosegretario agli esteri), contrario alla guerra. «Mi scusi il ritardo» dice paffuto e chioma brizzolata, mentre mi conduce in fretta per corridoi felpati verso una piccola caffetteria tutta cuoi, nicchere e piattini: «È qui in visita da noi il ministro degli esteri francese Dominique de Villepin, e io sono d'accordo con la posizione di Parigi». C'è maretta forte nel Labour contro il premier Tony Blair. Certo, l'inizio delle ostilità ha smussato i toni e ammantato di un po' d'ipocrisia la posizione contro la guerra: i pacifisti hanno tutto l'interesse a che la guerra risulti il meno indolore e che l'Iraq resista il più a lungo possibile ai «sorci del deserto» (così si chiamano le truppe d'assalto inglesi che ora operano intorno a Bassora), altrimenti la posizione bellicista di Blair ne riuscirebbe rafforzata. Nello stesso tempo però nessuno può permettersi di esultare se reparti di Sua Maestà subiscono sconfitte o se soldati britannici rimangono uccisi. «È un problema anche per noi», mi aveva detto John Kampfner, political editor del settimanale di sinistra The New Statesman: «Dobbiamo criticare la guerra manifestando tutta la solidarietà ai `nostri ragazzi'». Il leader dei liberal-democratici (la terza forza politica inglese), Charles Kennedy, ha ora messo il silenziatore alla propria opposizione alla guerra e si limita a chiedere un maggiore ruolo delle Nazioni unite.

Ma la ritrosia non caratterizza certo il Daily Mirror che fin dall'inizio è contro la guerra e che tale resta, sanguigno. La sua posizione pacifista dipende anche da ragioni di mercato: visto che il suo concorrente, The Sun, il più diffuso tabloid inglese (5 milioni di copie), da sempre filoconservatore, è oggi schierato veemente accanto a Blair in favore della guerra, il Mirror (1,2 milioni di copie), da sempre filolaburista, si è schierato contro. Ogni giorno una copertina virulenta: l'altroieri una mostrava una donna irachena piangente con il suo bambino nella parte superiore della prima pagina e il presidente Usa George W. Bush ridente nella parte inferiore, e in mezzo, tra le due immagini, la scritta «E lui ne è felice!». È lo stile britannico dell'informazione.

Duro è stato l'ex ministro degli esteri, ora ministro dei rapporti col parlamento Robin Cook, il membro più prominente del governo a dimettersi sulla guerra. Non solo: sabato scorso Cook ha rincarato la dose, chiedendo il ritiro delle truppe britanniche dall'Iraq «il prima possibile», «prima che altri di loro siano uccisi», perché «ci sarà una lunga eredità di odio verso l'Occidente se gli iracheni continueranno a soffrire gli effetti di una guerra che noi abbiamo cominciato».

Ma il malumore si sente ovunque. È arrabbiatissimo il direttore di Tribune e membro della direzione laburista, Mark Seddon, che è uscito da una riunione sbattendo la porta, disgustato da Blair: «Non sopporto neanche di guardarlo». Né modera i toni il decano della Camera, il deputato laburista Tam Dalyell che dalle colonne del Guardian ha proposto che Tony Blair dovrebbe essere incriminato come criminale di guerra ed essere processato dal Tribunale internazionale dell'Aja: «La schiacciante maggioranza dei penalisti internazionali, tra cui molti consulenti del governo (...) hanno conlcuso che un'azione militare in Iraq senza un'adeguata autorizzazione del Consiglio di sicurezza dell'Onu è illegale secondo il diritto internazionale. La vice-consulente legale del Foreign Office (ministero degli esteri), Elizabeth Wilmhurst, si è dimessa proprio su questo punto, dopo 30 anni di servizio». Tam Dalyell ha firmato anche una mozione per chiedere le dimissioni di Blair dalla guida del Labour Party.

Ma proprio qui sta l'ambiguità della rivolta laburista contro la guerra di Blair, la più grande sedizione di un partito di governo contro il proprio premier, mi ricordava Kampfner, e però una rivolta sconfitta, visto che, nonostante i 120 voti laburisti contrari, Blair ha avuto una maggioranza comodissima.

«Nel partito laburista ci sono tre posizioni sulla guerra», mi dice dunque Tony Lloyd davanti a una tazza di caffè, «la prima che appoggia Tony Blair e il governo, accetta gli argomenti di Bush e Blair sul pericolo posto dall'Iraq e Saddam, ed è certamente una minoranza a livello nazionale nel partito; c'è un secondo gruppo, il più forte dei tre, che avrebbe accettato la guerra se le Nazioni unite avessero dato l'autorizzazione; e c'è una terza, posizione, a cui io aderisco, per cui c'erano ancora, in ogni caso, alternative alla guerra, si poteva intensificare e prolungare l'azione degli ispettori, per cui insomma non è il momento giusto né la ragione giusta per una guerra». Lloyd ricorda che il Labour è sempre stato fautore delle Nazioni unite perché va fiero del contributo dato dal governo Attlee nel 1945 per fondarle. Vicina all'anima onusiana del Labour, c'è una posizione forte nella sinistra benpensante inglese, ben rappresentata dal presidente del Guardian Trust, e direttore della sua sezione commenti, Hugo Young, come anche dalla commentatrice di quel giornale Polly Toynbee (nipote del famoso storico), una linea assai filoeuropea, per cui la guerra sarebbe stata accettabile se l'Europa (cioè Francia e Germania) vi avessero partecipato.

Ma altre voci definiscono in modo più crudo le tre anime del Labour. «Un terzo dei parlamentari bruca nel palmo di Blair perché è foraggiato con il sottogeverno; un terzo vi si oppone; e un terzo è fatto di opportunisti che vanno dove soffia il vento», mi dice l'attivista sindacale Jane Shalice.

Quale che sia la descrizione, Blair ha mantenuto il controllo della maggioranza. La ministra Clare Short, che nei mesi scorsi aveva minacciato le dimissioni un giorno sì e l'altro pure se il governo avesse dichiarato guerra, al momento fatidico le ha rimangiate, con una clamorosa figuraccia, accontentandosi della promessa di Blair di un ruolo centrale dell'Onu nella gestione del dopoguerra e nella ricostruzione: promessa che Blair non è in grado di mantenere, come si è visto nell'ultimo summit con Bush, ma Short non pensa neanche a mollare la poltrona e Blair la dovrà cacciare a cannonate.

I blairiti più scanzonati ritengono che alla vittoria bellicista abbia contribuito Jacques Chirac quando ha dichiarato che avrebbe frapposto il veto, qualunque cosa fosse successa, offrendosi così come capro espiatorio volontario del fallimento delle Nazioni unite. Lloyd non è d'accordo: secondo lui il fattore determinante è stato che nel Labour l'opposizione alla guerra si è trasformata in una congiura contro Blair. A quel momento molti deputati hanno fatto marcia indietro: «Io stesso, se mi avessero chiesto di votare contro Blair, non l'avrei fatto» dice, attestandosi sulla stessa linea di Robin Cook (di cui era sottosegretario), anch'egli contrario a una lotta aperta contro Blair. D'altra parte l'uomo più potente del partito, il cancelliere dello scacchiere (superministro dell'economia) Gordon Brown, si è defilato, appoggiando discretamente il premier. Con una maggioranza parlamentare schiacciante - 410 deputati labour contro 163 tories e 53 liberaldemocratici su un totale di 659 -, nessuno può ribaltare Blair, e da qui deriva l'impasse della politica inglese, visto che non c'è opposizione (i tories sono sull'orlo dell'estinzione).

Ma la lotta interna al partito non è finita con il voto sulla guerra, anzi è solo all'inizio. Il primo maggio si vota in Galles e in Scozia. In Galles, metà dei laburisti al potere hanno votato contro la guerra. In Scozia, con una vittoria dei nazionalisti, potrebbe persino succedere che la Scozia voglia entrare nell'euro: e sembrerebbe di tornare al tempo degli Stuart (per di più il partito socialista scozzese, di tendenza trozkista, è accreditato dell'11% dai sondaggi).

Per misurare il malessere del Labour, è esemplare il caso del ministro degli esteri e vicepremier Jack Straw, che deve affrontare elezioni suppletive di mezzo mandato nella sua circoscrizione di Blackburn, dove metà dei membri del Labour locale sono musulmani. Perciò il falco anti-iracheno Straw rischia di non essere rieletto e sta cercando di rinviare il voto all'ultima scadenza permessa (cioè a fine anno). Ma non è solo Blackburn a far venire il mal di testa agli strateghi elettorali laburisti: di solito i musulmani votano in massa per il Labour (come i neri per i democratici negli Usa) non perché i laburisti siano particolarmente filoislamici, ma solo perché i tory sono razzisti. Ma questa volta i voti islamici potrebbero mancare: e sarebbe grave soprattutto nelle grandi città inglesi del nord come Birmingham e Manchester, dove pesano parecchio. L'associazione musulmana in Inghilterra, la Mab, pensa di prendere di mira tutti i deputati laburisti che hanno votato per la guerra e di lanciare una capillare azione di porta a porta nelle loro circoscrizioni invitando gli elettori a non votarli.

«Cosa più importante», mi dice quella straordinaria attivista dello stato sociale che è la professoressa di politica pubblica Allyson Pollock, «è che ormai hanno rotto ogni vincolo di disciplina quelli che noi chiamiamo i back benchers, i deputati che - come in classe - siedono agli ultimi banchi (da noi sarebbero i peones). Nelle dimostrazioni, la protesta contro la guerra si mischia a quella contro lo smantellamento dello stato sociale. E le spese belliche accelereranno i tagli. Quelli che manifestano per la pace, marciano anche contro la privatizzazione degli ospedali e della scuola. E i back benchers, gli `ultimi banchi', rappresentano spesso queste circoscrizioni elettorali, le più mazzolate dal New Labour».

Anche Tony Lloyd è deputato di Manchester Central e gli chiedo cosa pensa del New Labour: «Io sto nel partito da quasi 40 anni e sono deputato da venti. Il New Labour è nato e adesso sta scomparendo piano piano. Lo guardo scivolare via: la mia base elettorale è operaia e popolare». Non è un caso se il movimento contro la guerra ha ridato voce e visibilità al leader storico della sinistra laburista, quel Tony Benn che Margaret Thatcher sembrava aver seppellito. Pensando al momento difficile di Blair, viene in mente la spiritosa battuta di Benn: «Il New Labour è un nuovo partito, di cui non sono membro, per cui non posso parlare a nome suo. È probabilmente il più piccolo partito della storia inglese, ma siccome tutti i suoi membri siedono nel governo, è abbastanza potente».

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