Da Il Manifesto del 28/03/2003

Tempeste di false notizie

Per la prima volta gli americani non hanno più il monopolio delle informazioni sulla guerra. Ma non mancano le televisioni fedeli a Washington, mentre quelle «nemiche» vengono bombardate

Nel sud dell'Iraq Un carro armato iracheno distrutto nei pressi di un pozzo petrolifero di Rumaila, nell'Iraq meridionale (foto Reuters). Sono poche, spiega Giulietto Chiesa, «le trasmissioni televisive che si sforzano di spiegare cosa sta realmente accadendo in Iraq, sia al fronte che sul campo diplomatico»

di Giulietto Chiesa

La tempesta di sabbia sul deserto iracheno è scemata, in compenso il mondo intero è tempestato di scemenze. Uragani di incongruenze, contraddizioni, menzogne, di pura e semplice propaganda del regime imperiale, prodotta da servi, vassalli, nani e ballerine televisive, si abbattono sulle popolazioni del mondo intero. A riprova che la vera guerra che si sta combattendo è per il dominio globale. L'Irak e il suo «sanguinario dittatore» (né più, né meno di altri che siedono regolarmente a tavola con l'Imperatore) non è che un pretesto. Ma per dominare occorre conquistare le menti e i cuori e, se non si hanno argomenti forti per farlo, non c'è che un modo: impedire che alle menti giungano messaggi diversi e che ai cuori giungano emozioni diverse da quelle dei conquistatori.

Invece sta accadendo proprio questo: che, per la prima volta, nelle ultime tre guerre dell'Impero (Kosovo «umanitario», Afghanistan della «giustizia infinita», cioè della vendetta, Irak «preventivo») il monopolio americano-occidentale dell'informazione e dell'emozione è stato spezzato.

Rimane dominante, è chiaro. Ma non è più esclusivo. Per la prima volta la guerra viene raccontata e mostrata attraverso gli occhi di coloro che sanno che saranno sconfitti.

E' una prospettiva inedita, resa possibile dalle stesse tecnologie moderne che quelle guerre consentono di vincere. E' una contraddizione insuperabile in termini pacifici. E' per questo che la prima preoccupazione dell'Imperatore è quella di bombardare le stazioni televisive dell'avversario o di accecare coloro che cercano di raccontare l'avversario. La televisione di Belgrado aprì la serie. Il bombardamento della redazione di Al Jazeera a Kabul fu il secondo episodio. I missili sulla tv di Baghdad saranno l'affermazione della nuova norma planetaria. Le anomalie vanno eliminate. La Rai non sarà bombardata, perché riproduce (salvo eccezioni lodevoli) la filosofia dell'Impero. Ho sentito una eroica corrispondente da Baghdad riferire che la popolazione non ha paura dei missili americani, perché «ha fiducia nella tecnologia americana»! Non vi pare fantastico?

Il fatto è, però, che gli «argomenti» di questi manutengoli restano paurosamente deboli e si scontrano con un'opinione pubblica che reagisce. Per fortuna siamo ancora in Italia, e in Europa, e non in un paese dominato dalla Cnn e, ancor più, da Fox News.

Le masse già terrorizzate d'oltre Oceano sono già state condizionate a tal punto da riconfermare la fiducia nell'Imperatore qualunque scelta violenta decida di fare. Ci vuole la resistenza attiva di una minoranza coraggiosa (che ancora esiste, per fortuna loro e nostra) per premiare la tremenda verità di «Bowling at Colombine». Ma l'invettiva di Michael Moore non arriverà mai nelle case del Nebraska, o nelle fattorie del Texas.

Ci hanno detto che gli iracheni, in odio al dittatore, si sarebbero arresi subito, senza combattere. E che avremmo visto assai presto le popolazioni esultanti circondare i liberatori-esportatori della democrazia coprendoli di fiori. Questo - lo sappiamo - sarà lo spettacolo che vedremo, a vittoria proclamata. Solo che la faccenda ritarda e la tabella di marcia diventa problematica. Allora combattono? Sì, ma sono quelli della Guardia Nazionale, scherani, aguzzini, torturatori. Tutto chiaro, pare, salvo una cosa: perché non li avevano previsti? Allora, tanto per correre meno rischi, si lancia la campagna «colpire e terrorizzare». Il dottor Stranamore ha detto proprio così: terrorizzare. E poiché chi terrorizza è un terrorista, per definizione, tutto è divenuto più chiaro. Donald Rumsfeld s'è lasciato sfuggire un lapsus.

L'altra cosa che stupisce è l'assenza - fin'ora - di quelle famose armi di distruzione di massa che gl'ispettori dell'Onu non erano riusciti a trovare. State tranquilli, a un certo punto le troveranno e ce le mostreranno con grande messe di particolari. Qualcuno, forse, si ricorderà delle molotov trovate alla Diaz, ma sarà bombardato. L'unica cosa emersa fino a questo punto è che i documenti della Cia che «provavano» lo stadio avanzato dell'atomica di Saddam sono stati riconosciuti falsi. E, quanto alle armi chimiche e biologiche, per ora non si sono viste. Ora i casi sono due: o Saddam Hussein sa perfettamente che la scamperà, cioè ne uscirà vivo. E questo appare improbabile (anche se, essendo stato, lui come Osama, un amico degli Stati uniti, non è proprio da escludere del tutto qualche patteggiamento segreto). Ma sarebbe l'unica motivazione perché, avendo quelle armi, non le usi. Oppure, come sembra più probabile (perché se non lo fanno fuori avranno perduto la faccia per sempre), dovrebbe usarle. Non ha via d'uscita. Perché non le spara? Per apparire umano prima di morire? Un dittatore sentimentale? Non quadra con il ritratto che ce ne hanno fatto. Comincia a sorgere il sospetto che non le avesse. Un bel guaio: tutte quelle maschere antigas sprecate. Comunque poco male: serviranno per la prossima guerra.

Per intanto prepariamoci al bombardamento di Al Jazeera, prossimo venturo.

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