Da Amnesty International del 16/10/2006
Originale su http://www.amnesty.it/pressroom/comunicati/CS114-2006.html

Congo RD: proiettili made in Grecia, Cina, Russia e Usa trovati nelle mani dei ribelli

Una nuova ricerca condotta dalla campagna Control Arms ha rivelato che proiettili prodotti in Grecia, Cina, Russia e Usa sono stati trovati nelle mani dei gruppi ribelli che agiscono nella regione orientale della Repubblica democratica del Congo (Rdc), che si trova sotto un embargo dell’Onu.

Secondo i tre promotori della campagna Control Arms (Amnesty International, Oxfam International e Iansa, la Rete internazionale d’azione sulle armi leggere), questo scandalo sottolinea ancora una volta la necessità di un Trattato internazionale sul commercio di armi, in grado di fermare il flusso di armi nelle zone di conflitto. Tra una settimana, l’Onu dovrebbe mettere ai voti una risoluzione per avviare i lavori sul Trattato.

Il fatto che, probabilmente per la prima volta, proiettili prodotti in Grecia e Usa vengono trovati nella Rdc orientale, è la prova del crescente flusso globale di armi che sta alimentando i combattimenti nella regione. La ricerca della campagna Control Arms, condotta nel settembre di quest’anno, ha consentito di rinvenire, a tre anni di distanza dall’imposizione dell’embargo dell’Onu, una serie di armi e munizioni prodotte anche in Russia, Cina, Serbia e Sudafrica.

Secondo i responsabili della campagna Control Arms, è molto difficile che le armi e le munizioni in questione siano state vendute direttamente ai ribelli della Rdc, cosa che costituirebbe una violazione dell’embargo Onu sulle armi. Più probabilmente, esse sono entrate nel distretto dell’Ituri dai paesi confinanti. Questo è un ulteriore esempio di quanto sia necessario stabilire standard globali sulle vendite di armi, basati sul diritto internazionale.

“Siamo di fronte solo a un esempio di come controlli insufficienti sulle armi alimentino i conflitti e la sofferenza a livello mondiale. Gli embarghi dell’Onu sono come dighe contro l’alta marea: da soli, non possono impedire i flussi delle armi. Solo un rigoroso Trattato internazionale sul commercio di armi potrà fermare l’ingresso delle armi nelle zone di guerra” – ha dichiarato Jeremy Hobbs, Direttore di Oxfam International.

La scorsa settimana, alle Nazioni Unite, 7 governi hanno presentato una risoluzione (co-sponsorizzata da altri 77 governi, tra cui quello italiano) per iniziare i lavori sul Trattato. La risoluzione dovrebbe essere votata dal Primo Comitato dell’Assemblea Generale all’inizio della prossima settimana.

La campagna Control Arms, sostenuta da 20 premi Nobel per la pace, chiede dal 2003 l’adozione di un Trattato internazionale sul commercio di armi che impedisca i trasferimenti di armi e altre forniture militari laddove vi sia il chiaro rischio che esse verranno usate per compiere gravi violazioni dei diritti umani, per alimentare i conflitti o pregiudicare lo sviluppo.

“I gruppi ribelli nella Rdc orientale hanno un raccapricciante curriculum di stupri, torture, uccisioni di civili e arruolamento di bambine e bambini soldato. Il fatto che proiettili da così tanti paesi abbiano favorito tutto questo è un’altra conferma che il Trattato deve diventare una realtà” – ha commentato Irene Khan, Segretaria generale di Amnesty International.

Si stima che dal 1998 il conflitto nella Rdc abbia provocato 3,8 milioni di morti. Nonostante l’accordo di pace del 2002, nell’est del paese i combattimenti infuriano ancora, alimentati da armi e munizioni provenienti da ogni parte del mondo. Tra i materiali rinvenuti dai ricercatori della campagna Control Arms e di cui non è stato possibile determinare con esattezza il percorso, figurano:
- proiettili per fucili ad alta precisione prodotti dalla Federal Cartridge Company statunitense;
- proiettili per fucili prodotti dalla Pyrkal Greek Powder & Cartridge Company alla fine degli anni ’80;
- un fucile d’assalto R4 prodotto in Sudafrica;
- fucili d’assalto made in China e una pistola di origine serba, gli uni e l’altra danneggiati, il che fa supporre che siano stati sotterrati o conservati in luogo umido.

Si ritiene che dal 50 al 60 per cento delle armi usate nella Rdc siano Ak-47.

“Con 1000 morti ammazzati al giorno dalla violenza delle armi, i governi non possono più tollerare ulteriormente questo film dell’orrore che si riproduce nella Rdc, in Colombia, in Iraq… È giunto il momento che un Trattato internazionale sul commercio di armi impedisca a queste armi di finire nelle mani sbagliate” – ha dichiarato Charles Nasibu, congolese, ricercatore sulle armi leggere, attivista di Iansa.


ULTERIORI INFORMAZIONI

Nel settembre di quest’anno, i ricercatori della campagna Control Arms hanno visitato una serie di edifici a Bunia (distretto di Ituri, Rdc orientale) per ottenere le prove fotografiche delle armi e delle munizioni finite nelle mani dei ribelli, dall’imposizione dell’embargo Onu del luglio 2003. Una precedente missione nell’Ituri aveva avuto luogo nel novembre 2005. I gruppi armati che agiscono nell’Ituri e nel vicino distretto del Kivu settentrionale sono sottoposti a vari embarghi: oltre a quello dell’Onu, è tuttora in vigore quello dell’Unione europea, istituito nell’aprile 1993.

I numeri di serie e altri segni rilevanti, come i codici di fabbricazione stampati sulle cartucce e sui fucili, sono stati identificati da esperti internazionali in materia di armi e hanno condotto all’individuazione di armi prodotte in Grecia, Sudafrica, Serbia, Cina, Russia e Usa. Questi ultimi tre paesi sono tra i più freddi sull’adozione del Trattato internazionale sul commercio di armi.

In Italia la campagna Control Arms è rilanciata dalla Sezione Italiana di Amnesty International e dalla Rete italiana per il Disarmo. Oltre a contribuire alla grande mobilitazione mondiale, i promotori intendono agire per migliorare gli strumenti legislativi e di trasparenza esistenti in Italia sul commercio di armi. Il nostro paese è infatti il quarto produttore e il secondo esportatore mondiale di armi leggere, eppure la nostra legislazione è vecchia di 30 anni e ad oggi non esiste alcuna forma di controllo sugli intermediatori internazionali di armi.

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