I Corleonesi. Storia dei golpisti di Cosa Nostra

Edito da L'Unità, 2005
143 pagine, € 5,90

di Dino Paternostro

Quarta di copertina

Quando Mario Puzo nel 1968 si mise a scrivere l'epopea di una famiglia mafiosa che valesse anche come libro-manifesto di Cosa Nostra, diede al suo "Padrino" il nome: Corleone, che è un piccolo paese dell'entroterra palermitano. Forse questa scelta fu adottata perché in Italiano quel nome evoca il suono di un romantico "cuor di leone", mentre in Siciliano Corleone, "currigghiune", è il nocciolo della frutta, il nucleo duro e immangiabile del pesco. Michele Navarra, Luciano Liggio, Totò Riina, Bernardo Provenzano, i capi Corleonesi, hanno interpretato i più diversi ruoli nella storia della mafia: Navarra era anche un importante notabile dc, Liggio gli si rivoltò contro e lo uccise, industrializzò i sequestri di persona e ordinò le prime stragi, Provenzano è un latitante che si aggira da più di trent'anni per la Sicilia, e non solo. Lo dipingono come l'autorevole arcivescovo di una Cosa Nuova, che non sarò più (per ora), e trama affari in silenzio. Il mistero dei Corleonesi, divenuti il nocciolo duro di Cosa Nostra, pur essendo partiti da un piccolo paese di montagna, è un mistero poco misterioso. Alternando stragi e silenzi, bombe e trattative, delitti e politica, hanno semplicemente fatto finta di morire. Ogni tanto.

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