Da Avvenire del 26/03/2009

La testimonianza: «C’è chi non guarisce, come Eluana. Eppure vuol vivere»

di Germano Baldazzi

Mi chiamo Germano Baldazzi e sono di Roma. Conosco e leggo da diverso tempo il Vostro giornale online, mi aiuta a ragionare sui temi da Voi proposti.
Con la presente, vorrei raccontare la mia testimonianza e, facendo cio,vorrei dare la voce a chi spesso non parla o non può farlo. Cioè a chi resiste strenuamente alla malattia, chi ha voglia di vivere, chi combatte quotidianamente con il dolore e il male senza scriverlo ai giornali. Forse perché troppo impegnato a vivere, cercando di migliorare il proprio stato, senza avere tempo da perdere a discutere o a fare distinguo. Vorrei gridare la mia testimonianza, di uomo salvatosi da un grave incidente stradale con diagnosi di traumatizzato cranico, passato attraverso uno stato di coma profondo, una lunga degenza e una lunghissima riabilitazione neuromotoria.
Sono trascorsi quasi dieci anni da allora e, ormai da diversi anni, conduco una vita normale, da malato cronico (con controlli annuali e farmaci da assumere per stare bene), ma in discrete e stabili condizioni.
Sono fermamente convinto che, se oggi sono vivo e sto bene, in buona parte è merito degli amici che non mi hanno mai lasciato solo o trascurato durante la mia degenza, durata ben undici mesi.
In ogni giorno del mio ricovero, ho avuto qualcuno accanto ad aiutarmi a mangiare e a bere quando ancora non potevo farlo da solo, a confortarmi, a farmi compagnia nelle ore di attesa per le terapie, a consolarmi per l’incidente occorsomi, a sostenermi nella speranza per il domani.
Qualche giorno fa, qualcuno su l’Avvenire ha parlato de “La banalità del bene”, parafrasando un libro di Hannah Arendt. Penso che le cure e le attenzioni che mi sono state rivolte, possano essere definite così!
Eutanasia, accanimento terapeutico, trattamento di fine vita… Non giochiamo troppo con le parole: oltre alle necessarie cure mediche, un paziente grave, magari cronico, per guarire (di testa e di cuore) ha bisogno delle attenzioni che io ho avuto la grazia di ricevere! Si, è vero, Eluana era grave, la vicenda era diversa, ma lei è stata strappata da un luogo dove la curavano e dalle mani chi le voleva bene. Ci si è chiesti perché sia morta prima del previsto: sfido chiunque a sopravvivere in quelle condizioni e, in più, dopo che si è stati strappati dai propri cari riferimenti. Già, le suore: loro hanno tenuto in vita Eluana per anni, non solo con il cibo e l’acqua, ma con l’attenzione, la cura, i gesti e l’amore che le donavano. Quando si sente che la propria vita è amata ed è importante per qualcuno, si tirano fuori energie nascoste; si fa di tutto per resistere e per migliorare, si ha fretta di guarire perché c’è qualcuno che aspetta.
Porto un esempio personale. A diversi mesi dal ricovero, i medici comunicarono che potevo iniziare la riabilitazione, facendo ogni giorno terapia in acqua, nella piscina dell’ospedale. Mi prese il panico: io non sapevo assolutamente nuotare, anzi avevo paura dell’acqua, perché da bambino rischiai seriamente di affogare, senza più riuscire a superare il blocco che provavo. Ora, dovevo stare in acqua bassa e con un terapista… ma io ancora non stavo diritto in piedi… così, pensavo che tutto ciò fosse pura follia! Invece, mi convinsi, accettai e mi fidai, facendo violenza su me stesso. E, proprio come mi avevano detto i medici, esercizio dopo esercizio, giorno dopo giorno, riuscii a riguadagnare la posizione eretta, vincendo la debolezza delle gambe e, grazie anche al lavoro svolto in palestra, dopo circa un mese ricominciai, un po’ alla volta, a camminare.
All’uscita dall’ospedale, non potevo ancora correre o saltare, ma ero in grado di camminare senza bisogno di appoggi: avevo raggiunto una mobilità autosufficiente. All’epoca non avevo ancora trent’anni. Ero giovane, le strutture sanitarie mi hanno accolto e i medici mi hanno curato con tutti i riguardi, sapendo che avevo ottime possibilità di riprendermi e di guarire. Ora vorrei soffermarmi un attimo a parlare di chi, invece, non ha avuto una tale opportunità, 'fortuna'. Penso agli anziani disabili, ma anche a chi è giovane o adulto, magari handicappato: loro ricevono e riceveranno il mio stesso trattamento e interesse in una struttura sanitaria? Con tutto questo parlare di eutanasia e del diritto di morire, mi chiedo se c’è qualcuno che, invece, parla del diritto a vivere, e bene. Pare che faccia notizia esclusivamente chi chiede di morire, non chi chiede di vivere, chi chiede di essere curato bene. Penso ai malati cronici gravi, magari immobili, ma vivi, oppure agli anziani che, negli ultimi anni, al primo accenno di non autosufficienza vengono invitati (o inviati direttamente) a ricoverarsi nelle strutture sanitario¬assistenziali, invece di essere curati o assistiti tra le proprie cose. Il ricovero spesso sottintende una cura da effettuare, ma in simili strutture non ci sono specialisti, in caso di malattia si deve andare in ospedale. Ci sono tanti anziani che chiedono di essere curati e di vivere, con tutte le loro forze, ma la loro voce non è ascoltata e non è amplificata dai media.
In una RSA di primo livello (dove ci sono prevalentemente anziani non autosufficienti), dove spesso vado a trovare anziani che vivono lì, ne ho conosciuti tanti attaccati alla vita, fino allo stremo: non mi pare di aver mai sentito nessuno chiedere l’eutanasia, o di farla finita. Certo, lo sconforto, forse anche la disperazione, in qualcuno è presente, affiora, ma la cura, il trattamento di queste «patologie» è semplice: è la stessa che ricevetti io, quando fui ricoverato: attenzioni, affetto, consigli, parole, amore.
Se non si può curare il corpo, si può fare altro. In effetti, chi sta male ma ha uno scopo di vita, anche solo sapere che qualcuno verrà a trovarti, o che c’è una persona al mondo che ti vuole bene e ti pensa, ne ricava grande beneficio. Ne sono convinto, l’ho visto con i miei occhi. In tempo di crisi è facile che si lasci stare chi è malato cronico, ritenendo meglio destinare soldi e cure a chi ha speranza.
Ma anche la discussione sulla morte dignitosa e sul diritto a morire trova maggiore spazio. E si tratta di argomenti che possono generare in qualcuno una tentazione. Il malato, il bisognoso di cure, percepisce questo clima, avverte che il vento sta cambiando e ho il timore che un giorno anche lui penserà: «Ma che vivo a fare, tanto sono un peso e un costo per la società, meglio morire!». Personalmente, questo non l’ho mai pensato, anche quando ho temuto che non sarei guarito e non vorrei sentirlo ascoltare da nessuno, neanche da qualcuno che dovrei assistere giorno e notte. Dovevo e debbo dire queste cose, per chi mi è stato vicino, per chi mi vuole bene, ma soprattutto per chi, invece, non è guarito e vuole vivere lo stesso.

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